Bon voyage

bonQuesto testo comprende due racconti ciascuno dei quali è seguito da un postscriptum che giustifica la caratteristica poetica di ognuno dei due testi.   Bon voyage il primo racconto (“se davvero lo è” dice l’autore nel primo postscriptum) si può suddividere in due parti la prima delle quali presenta una situazione in treno  ove i viaggiatori incominciano a intrecciare analisi, discorsi sulle problematiche odierne specie quelle relative ai migranti.  In questa occasione il personaggio Mirko conosce Maddalena una passeggera del treno che è insieme a sua figlia Futura.  Arrivata a Milano si accorge che la figlia, tossicodipendente, è scappata e deve ritrovarla per portarla in un centro di rieducazione. Chiede l’aiuto a Mirko e poi fra loro nasce una simpatia che sfocia in vicinanze affettive ma che sono il pretesto perché ciascuno  racconti un po’ del proprio passato perché il presente è vuoto senza la permanenza nella memoria del passato. Il postscriptum è una sorta di presentazione di Hannah Arendt, della sua vita e dell’importanza che ha avuto come studiosa e filosofa, di lei viene riportato un concetto significativo “non c’è filosofia, analisi, aforisma, per quanto profondi, che si possano paragonare per intensità e ricchezza di significati con un racconto ben narrato”. Sempre nello stesso postcriptum vengono ricordati altri studiosi citati nel  racconto ed è significativo quanto Ernesto Balducci ha fatto scrivere sulla sua lapide “L’uomo del futuro sarà un uomo di pace o non ci sarà”. Ciò che è da sottolineare è che in questo racconto i fatti di guerra della ex Jugoslavia sono accennati ma non entrano come elementi centrali pur se la condizione di Mirko ancora ne risente e la sua solitudine, precarietà deriva da quei fatti tragici. Vorrei sottolineare come anche in questo racconto il tema della solitudine che non riesce ad essere riempito anche dalla vicinanza e presenza dell’altro sembra importante. Questo fatto tenderebbe a far affermare che senza i traumi della Bosnia in Božidar  Stanišić   sarebbe emerso preponderante il tema della solitudine che già affiorava prepotentemente nei racconti scritti prima della guerra nei paesi balcanici.
il secondo racconto  intitolato Il giardino australoiano di Mr Virgin O’Brien ha come tema fondamentale il disorientamento che può accadere ad un profugo,  in questo caso ancora dalla guerra bosniaca che è sempre presente sullo sfondo, ma sostanzialmente a qualsiasi altro profugo. Immigrato in Germania  Neven O. vi è rimasto per qualche anno  riceve il foglio di via nonostante sia stimato come designer e abbia una relazione con una certa Greta che però quando le viene detto che l’unico modo perché Neven possa rimanere in Germania è quello di sposarlo,  sembra non sentire neppure le parole.   Neven O. decide allora di chiedere asilo in  Australia da cui riceve risposta positiva. In questo paese assume un nome diverso Virgin O’Brien si sposa, ha qualche successo professionale, acquista una casa con giardino e una volta invita conoscenti e nuovi amici nel suo giardino per fare festa. Durante questa festa però mentre si assume il compito di distribuire la carne che viene arrostita da un barbecue viene assalito da ricordi di rapporti anche con persone familiari e amici che quasi si materializzano evocando episodi e sentimenti d’altri tempi. E’ la scoperta per Virgin O. Brien della povertà che ha assunto la sua vita dopo essere andato via dalla Bosnia, ma anche rivede gli atti fatti durante la guerra, il fatto che sia andato via e non abbia voluto combattere, non sa più se le scelte fatte siano state corrette o meno e rimane in quest’incertezza in quest’ambivalenza di giudizio.
Nel postscriptum l’autore del racconto finge di aver ricevuto una lettera da un amico che si trova in Australia. E’ l’occasione per mettere a fuoco la sua poetica, che consiste nel mettere insieme “il documentario, il sentimentale e il riflessivo”, per respingere ogni  tentazione di fare letteratura facile e leggibile. A Božidar  Stanišić   interessa che nei suoi testi ci si possa riferire a fatti storici realmente accaduti, devono esserci documenti. Sembra di rileggere la famosa lettera che Giovanni Verga scriveva all’amico Farina dicendo che il suo racconto era un “un documento umano”. Božidar  Stanišić   è consapevole che solo dal documento è poi possibile far emergere il vero sentimento.  Lo scrittore di origine bosniaca diverge da Verga perché nella sua poetica introduce anche il riflessivo che invece era bandito da romanziere siciliano. Sotto molti aspetti questa particolarità del “riflessivo” che è presente in maniera pregnante nelle sue composizioni  fa assomigliare i suoi testi a quelli di Milan Kundera  che scrive romanzi-saggi, quelli di Božidar  Stanišić   da questo punto di vista sono racconti saggi e spesso sembra proprio di essere in presenza di saggi piuttosto che di narrazioni che nel loro intreccio sono tenui e semplici.