Recensioni

Confini incerti

Agi Berta
Confini incerti
Uroburos   2013

Redazione uroburos

«Mia nonna si chiamava Ida Harmat. Era nata il 29 maggio 1906 a Csáktornya. Il padre, Nandor, era il sindaco stimato e amato della città, la madre Cecilia una casalinga. La piccola Ida, soprannominata Dusi (Anima in croato), aveva già un fratello di sette anni, Eugenio, e una sorella di sei, Irene. Tre anni dopo nacque un altro fratellino, il piccolo Nandor Junior». Comincia così il primo capitolo di «Confini incerti» di Agi Berta, scrittrice ungherese, napoletana d’adozione. Dagli anni Settanta, infatti, Agi vive a Napoli, dove si è laureata in Storia e Filologia dell’Europa orientale, si è sposata e ha avuto due figlie. E proprio alle figlie Sissi e Isabella l’autrice dedica questa saga familiare che si dipana tra la fine dell’Ottocento e gli inizi degli anni Cinquanta, intrecciandosi con quasi un secolo di storia d’Europa.

Gli Harmat, che appartenevano alla piccola borghesia ungherese (ma erano di origine croata), perdono i loro beni dopo la prima guerra mondiale e devono lasciare Csáktornya per trasferirsi a Budapest. Il passaggio da una situazione di privilegio allo status di profughi viene vissuto in modo diverso dai singoli membri della famiglia. A soffrirne di più, nonostante il suo coraggio di fronte alle avversità, è Cecilia: «Divenne aspra e chiusa […] e la sua nostalgia diventò il suo rifugio. Desiderava con tutte le sue forze risalire, non lasciarsi andare, non sprofondare nell’ambiente in cui stava vivendo». La sua frustrazione ricade anche sul marito Nandor. «I coniugi vivevano lo stesso isolamento ma senza riuscire a comunicare o a condividere le reciproche sofferenze. Nandor, che amava profondamente la moglie, si sentiva in colpa per aver tradito le sue aspettative. La responsabilità non era sua, ma questo non lo assolveva dal rimorso». L’uomo accetta a malincuore l’aiuto del ricco suocero Mráz – che gli trova un impiego e accoglie nella sua casa Irene ed Eugenio – ma rifiuta con orgoglio di lasciargli mantenere anche i figli più piccoli. Mentre la bella Irene, che desidera riscattarsi attraverso un buon matrimonio, accetta di vivere in casa Mráz, Eugenio è insofferente all’autorità del nonno. Si unisce ai socialisti ma in seguito è costretto a fuggire in esilio in Austria.

Tra i ragazzi Harmat è il piccolo di casa Nandor Junior a sentire maggiormente il peso del rimpianto per il passato trasmesso loro da Cecilia. «Ricordava la bella casa, la camera dei giochi, l’immagine di sua madre allegra e giovane al pianoforte luccicante, il giardino con gli enormi salici piangenti, l’altalena. Rammentava le balie, le cameriere, la cui unica preoccupazione era il suo benessere. Quest’immagine idilliaca del tempo della sua prima infanzia rimase impressa nella mente di Nandor Junior, e determinò in seguito ogni sua scelta esistenziale». Desideroso di crearsi un’identità nazionale esclusivamente ungherese, il giovane abbraccia la carriera militare. Molti anni dopo, durante il secondo conflitto mondiale, si schiererà con i nazisti.

Dusi, al contrario, cerca di sfuggire alla nostalgia del passato e in contrasto con le convenzioni del tempo sceglie di essere indipendente, di studiare e diventare insegnante.

Sullo sfondo del racconto delle peripezie degli Harmat si succedono i governi e le dittature, cambiano le frontiere, una nuova guerra mondiale sconvolge l’Europa. «Confini incerti» si chiude con il battesimo dell’autrice, nel dicembre del 1952: il futuro è un’incognita ma c’è una nota di speranza.

Agi Berta evoca con vivezza ambienti, atmosfere, personaggi. Anche gli oggetti acquistano un significato profondo, come il pianoforte per le donne di casa Harmat. La musica era parte integrante dell’educazione dell’epoca e le signorine «bene» dovevano saper suonare il piano. Ma per le ragazze di allora la musica aveva un valore più intimo, come Dusi spiegherà anni dopo alla giovane Agi: «La musica è tutto. Specie per noi donne che dobbiamo mantenere un contegno misurato e che non sempre possiamo esprimere ciò che portiamo nell’anima. La musica è libertà che permette di sognare». Così la perdita del pianoforte che Cecilia deve abbandonare a Csáktornya o di quello che trent’anni dopo Dusi vedrà fare a pezzi da un gruppo di soldati russi ubriachi, diventa simbolo tangibile dello sradicamento e della perdita dell’identità.

Il romanzo è ricco di aneddoti e di figure secondarie che restano impresse nella memoria del lettore. Come l’episodio delle mogli in visita ai mariti nel carcere di Cakovec (il nome croato di Csáktornya) nel primo capitolo; o il personaggio della signora Katalin, dolce cupido che a teatro vende a Dusi e al suo futuro marito István biglietti di poltrone vicine perché i due giovani possano conoscersi; o ancora quello dell’ambiguo sacerdote Pater Janos, del quale Nandor Junior diventa fedele discepolo.

Lo stile di Agi Berta è asciutto, privo di retorica. Una sobrietà che si traduce spesso in immagini molto belle e potenti: «La donna era la vedova di un operaio, morto in un incidente sul lavoro, risucchiato dalla macchina che tagliava i listelli di legno. Era rimasto ben poco del povero corpo del signor Marek. I compagni che avevano portato la bara sulle spalle fino al cimitero non ne avevano sentito quasi il peso».

Ma c’è anche molta ironia nel modo di raccontare di Agi e nella caratterizzazione dei personaggi. Un umorismo lieve che fa da contrappeso ai momenti più drammatici della storia.

A tratti l’autrice sembra quasi voler mettere una distanza tra sé e ciò che racconta, come per allontanare un possibile coinvolgimento emotivo. Un distacco, però, che viene meno in molti passaggi del libro, differenziati anche graficamente dall’uso del corsivo: brevi annotazioni personali, impressioni legate a ricordi diretti dei suoi familiari. Il libro di preghiera di Cecilia con le date di nascita dei figli segnate sulla prima pagina; Irene, alla quale la vecchiaia e una tintura hanno fatto perdere le sopracciglia, che raccomanda ad Agi di non farsi mai ritoccare le proprie, perché «Niente esprime meglio il carattere». Il pudore di Eugenio; la solitudine di Nandor Junior; Dusi che suona Chopin sull’organo costruitole pezzo per pezzo da István. Frammenti di vita che completano questa storia di famiglia che si legge tutta d’un fiato.

«Confini incerti» verrà presentato a Milano lunedì 30 settembre alle 20.45 presso la Cooperativa La Liberazione, in via Lomellina 14. Con l’autrice dialogherà Marco di Puma, di Radio Popolare.

settembre 2013

L'autore

Avatar

El Ghibli

El Ghibli è un vento che soffia dal deserto, caldo e secco. E' il vento dei nomadi, del viaggio e della migranza, il vento che accompagna e asciuga la parola errante. La parola impalpabile e vorticante, che è ovunque e da nessuna parte, parola di tutti e di nessuno, parola contaminata e condivisa.