Dal fiume al mare

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Dal fiume al mare

Widad Tamimi
Dal fiume al mare
Feltrinelli   Milano

 

Questo testo di Widad Tamimi è scritto con passione ma anche con apprensione. La prima deriva dalla sua conoscenza di due popoli e dal fatto che si sente coinvolta nelle sorti di ciascuna delle due etnie avendo avuto una madre ebrea e un padre palestinese. L’apprensione deriva dal fatto che vede una progressiva disumanizzazione sia negli ebrei che nei palestinesi. L’odio che si sta generando negli israeliani è figlio di un percorso storico di lunga durata, culminato con la Shoah. “Israele ha, per molti aspetti, trasformato il trauma della persecuzione in un elemento identitario. Paura e memoria sono diventate parti centrale della cultura”. Ed ancora in un altro passo: “Nessuno nasce violento. Si diventa ciò che il dolore non guarito costringe ad essere. E questo vale sempre e comunque. Forse è quanto è accaduto anche a Israele: un trauma immenso mai davvero attraversato. Quando il dolore viene idealizzato, quando diventa idolo da trasmettere; quando non viene universalizzato, si trasmette come una ferita che passa di corpo in corpo” . In questo contesto la paura ha generato negli ebrei una progressiva identificazione di un nemico e la necessità di difendersi e trovare una sicurezza che non hanno mai conosciuto nella storia. In questo percorso è avvenuta una loro progressiva disumanizzazione che ha portato da una parte a stravolgere l’originario programma sionista, che gradualmente è stato monopolizzato da frange religiose estreme, dall’altra ha radicalizzato l’odio nei confronti dei palestinesi ed esaltato la politica della colonizzazione dei loro territori i cui abitanti si vedono cacciati dalle loro case, dalle loro terre. È quindi diventata inevitabile anche la disumanizzazione nei palestinesi, fatto che è sfociato nell’episodio del 7 ottobre del 2023, perpetrato da Hamas.

La violenza messa in atto è difficile che possa essere fermata dall’interno per l’incapacità degli israeliani di contribuire ad una prospettiva evolutiva: “allora almeno la diaspora dovrebbe farsi carico di questo compito”. D’altro canto anche alla diaspora palestinese viene attribuito un compito fondamentale: “Servono programmi di riabilitazione psicologica, percorsi di elaborazione del trauma”. In non pochi passi Widad Tamimi fa presente il tipico senso di ospitalità dei palestinesi, disposizione che collettivamente stanno perdendo vessati da ogni sorta di soprusi e spinti a una vita, soprattutto a Gaza, che è estremamente precaria. “Ecco, per me, cos’è la resilienza palestinese: una bontà che si piega sotto il peso della violenza, ma non si spezza; che non smette di sorridere al mondo, di aver fiducia nell’umanità di accoglierla nonostante le ferite”. A dimostrazione della resilienza dei palestinesi a non perdere la loro umanità, l’autrice presenta storie di singole persone che pur nelle disgrazie più indicibili riescono a mantenere la capacità di sorridere e andare oltre l’odio. La storia di Linda è emblematica. Sempre sorridente, nonostante sua figlia Waad sia rimasta paralizzata per lo scoppio di un missile in una casa di Gaza dove si stava festeggiando il compleanno di un’amica. In seguito Linda ha scoperto che la Tamimi ha anche origini ebraiche e le ha scritto esprimendo tutto il suo odio nei confronti degli ebrei. Linda è stata colpita da altre disgrazie. Fratelli con le rispettive famiglie sono morti a causa dei bombardamenti. L’autrice dice di averle scritto e raccontato della battaglie condotte, finché era in vita, da sua madre ebrea a favore dei palestinesi, pregandola di non perdere la sua umanità. Widad Tamimi ha ricevuto successivamente una telefonata da Linda in cui riappacificandosi hanno pianti entrambe. Raggiunta la figlia ricoverata in Slovenia, là dove l’autrice lavora come volontaria, Linda diventa sua grande amica. Altri temi sono appena accennati, e forse avrebbero meritato maggiore attenzione. Ad esempio quello del suo percorso dalla condizione di apolide fino alla liberazione dall’attaccamento ad un territorio particolare. Oppure la percezione che la giustizia sia l’unico valore che può essere la chiave per superare le diatribe. Il come poi la giustizia possa in effetti essere lo strumento per superare i conflitti non riesce ad essere ben enucleato, constatando amaramente che neppure gli organismi internazionali riescono ad aver la forza per far rispettare le aspettative dei singoli popoli. A questo riguardo i governanti ormai stanno disattendendo ogni principio del diritto internazionale per cui il raggiungimento di una giustizia nelle relazioni fra i popoli è da considerarsi solo un’utopia.

Il libro, pregevole sotto molti aspetti, chiude con un desiderio appassionato di ottimismo che riporto interamente: “Delle poche cose che ho compreso della vita, una è la certezza che le grandi tragedie, gli ostacoli più insormontabili possono essere inaspettate occasioni di ispirazione e di miglioramento. Questa terra dal fiume al mare, trasformata in laboratorio di nuove e sofisticate tecnologie di guerra e di ciniche modalità di controllo quando non di annientamento di un popolo, potrebbe cambiare radicalmente finalità, diventando laboratorio di convivenza di etnie e religioni diverse, sotto la protezione di un diritto internazionale anch’esso rinnovato, indipendente e promotore dei diritti universali di tutte le genti”.

In questa citazione è sottesa la convinzione espressa dall’autrice anche in altra parte del testo: non ritiene valida la possibilità della fondazione di una nazione israeliana e una palestinese, ma vede come unica soluzione uno stato che comprenda tutti e due i popoli. Nella citazione la Tamimi esprime un’ulteriore convinzione: la nazione come struttura politica ha terminato il suo percorso storico e pertanto la gestione dei popoli deve essere affidata ad organismi sovranazionali che garantiscano a tutti i popoli l’espressione dei loro diritti e della loro cultura.

Raffaele Taddeo