Racconti e poesie

Della vita liquida o meglio piovigginosa

“Uccide moglie e figlia
di cinque anni e poi s’impicca,
prima di uccidersi l’uomo ha rotto
le tubature del gas”
“Un uomo di 54 anni, utilizzando
un’accetta, o un attrezzo di giardinaggio
ha ucciso la figlia di 17 anni, poi
ha aggredito e ferito gravemente
il figlio di 6 anni e la moglie, infine
ha tentato il suicidio”

Persone che d’improvviso escono
di casa e pullulano tra le notizie, nei giornali
nei telegiornali,
nella pausa pranzo.
Le immagini saltano sugli occhi, fotografie da collezionare
un album di famiglia, per non restare escluso
mi affaccio, con discrezione.

Giù, nella pagina sotto, un’esplosione in un mercato
verdure e bancarelle saltati per aria, ortaggi calpestati
tra mosche e sangue. Nell’immagine
tutto è rimasto fermo e sospeso
per aria i detriti ancora svolazzano.
L’aria è cupa, grigia, forse pioveva
o minacciava pioggia
ma è difficile dirlo
è un solo istante che è stato salvato.

Appena un attimo fa, un momento appena
ero a mani vuote e ora un ho giornale
tra le mani, un voltare pagine, un giornale
trovato su una panchina, – come non approfittarne
di tanta realtà, ingiallito,
le pagine come le foglie di un albero
appena scosse da una sbuffata di brezza.
Strappa le pagine a forma di foglie, mi dico
siano il tronco e le radici nella memoria
i rami negli occhi
per completare l’albero, la linfa
che scorra nera sulle righe,
sul negretto dei titoli.

Tra gesti di paura
respiri soffocati, facce contorte
un morto coperto di polvere, di grigio, giace vicino
a un edificio crollato, sembra sia stato trascinato
dai pedi, si vede la scia nella polvere sul pavimento,
è ammassato assieme ad altri rattrappiti cadaveri.
Tutti in un mucchietto sul marciapiede,
raccolti dal mezzo della strada.
Da un cumulo di macerie accanto,
emerge una gamba, un avambraccio, una mano
ferma indurita nel gesto di aprirsi
– a cosa serve chiudere o aprire una mano
quando si è sfracellati dalla paura.

Un’altra pagina, ah c’è anche
il signor Cenerentolo dei Cenerentoli, va a messa
ogni giorno, avaro come un chiodo, andrà in cielo
ha già il volo prenotato, il posto
gli spetta di diritto, perciò
può sputare in faccia a chiunque
beve acqua Fiuggi,
per depurarsi. Razzista, diffida
delle ombre perché sono nere, si fida solo
della sottana del prete, perché nera di contrizione pensa,
di sacrificio crede, ma lo sa
che non è tutto nero, sotto sotto
c’è a colori, un uomo pettegolo e ficcanaso.
Andrà in cielo
perché ai suoi simili non ha fatto mai del male
solo agli altri, e ama gli animali.

La pagina seguente, e d’improvviso
s’infila di traverso la cognata, moglie del fratello
quella che si era già prima piantata
a pieno titolo nel ricordo della madre, preoccupava
che non trovasse marito, tanto talento per il canto
i piedi con le dita grassocce, inclementi
che martirizzano i sandali delicati, infradito
con le striscioline a fiorellini rosa pallido.
La figlia che non ebbe, fino alla sua morte,
e dopo diventò diffidente, sconosciuta, un’estranea,
dopo la vedemmo alla tv, era lei, era lei… o quasi.

L’aria è cupa grigia, forse pioveva o minacciava pioggia
ma è difficile dirlo è un solo momento che è stato salvato.
La foto è sfuocata, i corpi feriti, anche un cane sventrato
masse in scala di grigi, giacciono, sembrano appena caduti
forse nel momento stesso in cui qualcuno muore.
In un angolino, dentro un sacco nero di plastica
si accuccia un cadavere, s’intravedono membra e forme
sembra povero, privo di vita e di qualunque altra cosa:
la composizione della foto è sbilanciata,
sprofonda sulla presenza tangibile del sacco
pesa sull’angolo sinistro dove si vede l’oscuro lucido monticello
il cadavere nel sacco è già quasi più cadavere degli altri.

Una passeggiata, un giornale
lasciato sporco
infangato, accanto al marciapiede, vicino al tombino
in un giorno piovoso, ma rischiarerà
da un momento all’altro,
oggi tutti mi sembrano vicini
di casa, tanto che è possibile trovarli
voltando pagina.

E le foglie-pagine sventolano con la brezza,
su una panchina un giornale non è niente
non dice ciò che dice, perfino mente
per farlo diventare qualcosa, un albero:
non dimenticare la bambina morta
immersa nell’acqua bollente
dalla madre, la neonata trovata tra i rifiuti,
e le truffe, frodi fiscali, e i malaugurati rovinati
da una multinazionale fallita: la faccia quasi
sorridente, elegantemente tesa
i capelli un po’ lunghi
da ex sessantottino, un cavaliere del lavoro
tra giudici magistrati giornalisti, tutti di grigio
cenerino. Leggere tremolano le foglie, scosse dalla brezza, volte
verso il sole. Lascia al margine la data
oggi o un giorno come oggi, un giorno qualunque
da non dimenticare.

Ma appena un momento dopo, una foto più in là
nel girare un’altra pagina
si respira di nuovo, è una festa
ci sono i parenti e gli invitati alla prima comunione
del fratello, si voltano verso l’obbiettivo.
Intorno alla tavola, la torta e le coppe
di gelatina rossa, accanto
soldatini di plastico per terra, i bambini
ora sono seduti prima giocavano.
Guardano attenti, quasi sulle molle,
pronti a scattare: uno si è alzato
minaccioso vestito da indiano
con il copricapo di piume
e il fucile nuovo puntato
a un’onnipresente vittima al di qua
della scena: io che passeggio dal fuori della foto
tra qui e là, di tutto ciò che è, e
sempre sarà?
(sei rimasto lì, ancora oggi? Ritenta mi dico)
lascio l’album a mano da sfogliare ogni tanto.
Che ci sia anche io in tutto questo, che sia tuo, mio dopo tutto?
che si possa aggiungere
o togliere qualcosa? ecco la mia liquida vita, mi dico
ma solo tra me e me, con cautela, la mia
piovigginosa vita.

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Gregorio Carbonero