Recensioni

Dietro il Sahara

 Enzo Barnabà

Dietro il Sahara. Africa nera tra mondo magico e modernità –
Philobiblon – Ventimiglia 2004
pp. 116 – 10.00 €

mara pardini

Sono cronache che hanno il sapore della vita in presa diretta gli otto racconti di Enzo Barnabà, Dietro il Sahara. Africa nera tra mondo magico e modernità, pubblicati dalla casa editrice ligure Philobiblon(1). Essi nascono, infatti, dall’esperienza dell’autore che in Costa d’Avorio ha svolto la duplice funzione di insegnante all’università di Abidjan e di addetto culturale presso l’ambasciata italiana e che, dunque, può offrire al lettore una reale profusione di sensazioni oggettive – senza dimenticare di lasciare intravedere silenzi e sensi di vuoto – in un luogo, l’Africa nera, in cui gli elementi dominanti sono i volti nuovi, le usanze differenti, le parole dal sapore sconosciuto. Barnabà sa intonare la voce e dare il via a un susseguirsi di episodi che girano intorno a se stessi sino a diventare una storia: quella della quotidianità di persone che vivono in precario equilibrio tra magia e razionalità, tradizioni e innovazioni. «Il tarchiato e pingue» Gnamidjo, indeciso se lasciare la sua attività all’aeroporto di Abidjan, perché iniziato, o rimanere in città e ignorare la possibile maledizione del Poro; l’ebriè Chantal, seducente diciannovenne che abbandona il ricco commerciante in boubou ricamato perché non le ha pagato l’abbonamento al telefonino; Lilì, negretta tutta pepe con gli occhi a mandorla che, dopo la scomparsa del padre, crede di essere protetta dal genio del fiume, son solo alcuni dei personaggi che popolano queste pagine. Barnabà li osserva con occhi disincantati ora trascinando i piedi annoiato, ora rimuginando senza prenderli troppo sul serio, lasciandosi anche coinvolgere in qualche occasione ma sempre con quel divertito distacco che gli impedisce di perdersi anche se, magari, lo desidererebbe. Racconto dopo racconto, egli compone così lo straordinario mosaico di una civiltà che, nel mondo globalizzato, fatica a sopravvivere e per la quale, con lucidità e ironia, diffida dai luoghi comuni perché  in Africa l’indomani è illeggibile, sospeso al filo della precarietà (come non ricordare il nome di V. S. Naipaul?). Ogni narrazione è un viaggio per scoprire nuove terre e spazi impensati: spiagge finissime disseminate di alberi di cocco, fitte selve di palme, nidi costruiti da uccelli tessitori ma anche piantagioni di caffè e di cacao che  producono valuta pregiata, moscerini e zanzare. Dettagli, composizioni pittoriche, tonalità che mettono in risalto l’umore di ogni luogo, così come è sedimentato nel nostro immaginario o come lo descrivono il cinema e la letteratura, fanno da eco a un viaggio intimo ed evocativo che non dimentica la presa di contatto il reale:
Mentre stavo immerso in quell’acqua tiepida ed apparentemente immacolata, un alito di vento venne a smuovere le foglie delle palme mettendone in mostra le diverse sfumature di verde che fino a quel momento erano state come cancellate dall’azzurro denso dell’aria. Mi venne in mente una frase di Alberto Moravia trovata nella sua raccolta di articoli sull’Africa che avevo iniziato a leggere da poco: “Mi dico che chi non ha visto il sole scintillare, abbagliante, sulle foglie in cima alle palme, nel momento in cui il vento le rovescia all’indietro, non sa cosa sia la felicità” (p. 67);
Nel pomeriggio, andiamo a vedere un ponte di liane costruito (“in una sola notte”, tiene a precisare la mia accompagnatrice) dai geni del fiume che ne curano la manutenzione. È’ incredibilmente lungo, sospeso su una gola degna della scenografia di un vecchio film di Tarzan (p. 84).
Lo scenario che Barnabà descrive è, quindi, una realtà genuina a cui il lettore crede e di cui vorrebbe sapere di più. Da qui la curiosità che lo fa andare avanti nella lettura e gli fa vincere l’inevitabile sensazione di estraneità che, talvolta, lo assale; da qui il merito a una casa editrice che ha creduto nella spontaneità di un narrato che non consiste nell’aneddoto ma nel riuscire ad aprire una dimensione specifica in luoghi e situazioni intrisi di tradizione e di storia che profumano di trasformazione. L’Africa vissuta da Barnabà cresce nelle contraddizioni che le sono proprie – emblematico il mussulmano Mamadou che prega davanti al Crocifisso – con la speranza di un domani migliore perché se in Occidente è l’ultima a morire, in Africa la speranza non muore mai. Proprio mai.

Una gradevole lettura, dunque, ma anche altro. Come ha rilevato Piersandro Pallavicini su “Pulp”, si tratta di un libro che “può far compiere un passo verso la conoscenza per tanti italiani (e per tanti africani in Italia) che la strada della vicendevole comprensione — per non parlare di quella dell’integrazione — non solo non l’hanno intrapresa, ma nemmeno sanno da dove parta”.

(1) www.philobiblon.it;

Settembre 2004

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mara pardini