Stanza degli ospiti

Due ragioni

Quando aprì la porta del bagno le formiche sciamavano sul pavimento. Uscivano dallo stipite di legno della porta. Tante erano con le ali, tante senza e trasparenti. Davano l’impressione di sapere dove andare. Si chinò fino quasi a toccare un orecchio a terra e ne soffiò via almeno un po’. Doveva pisciare e il vaso era in fondo alla stanza. Se avesse camminato senza guardare ne avrebbe uccise assai. Senza scegliere. Sentì la casualità della morte. Capì la giustizia divina.

Portava un paio pantofole fucsia con un fiore giallo a rilievo. Con quelle non usciva mai di casa. Nemmeno ci andava in giardino.
Aveva una matita e un taccuino sul mobile del cesso.

La sera prima era stata invitata a cena da uno che esagerava. Aveva accettato.

«Era ubriaco. Troppo ubriaco, oppure si era stordito con altro, capite di certo cosa intendo. Chi non lo capisce. Sì … ho accettato lo stesso. E’ che mi ha stupita.»

Seduta sul cesso disegnava una pigna d’uva sul foglio. Un ragno nell’angolo stoccava formiche.

La pizzeria “Ai giorni nostri” aveva l’insegna scolorita. C’era poca gente come di solito capita il giorno dopo una festa. Si erano trovati lì e lui era ubriaco già prima di cena. A tavola piangeva e le lacrime cadevano nella pizza. Beveva grappa. A tratti con il palmo della mano si strusciava il naso e lo asciugava ai pantaloni. Lo so, niente di presentabile. Non aveva invitato me perché ero io. Anche uno specchio sarebbe stato lo stesso. Raccontava che era cornuto.
Non so se si vedeva da lontano che non era colpa mia questo fatto che piangeva. Penso si vedesse che io ero abbastanza rilassata.
Secondo lui doveva interessarmi che sua moglie andava con tutti. La sua ex moglie. Sembrava che parlasse con me. Aveva una ragnatela di mozzarella sulla barba.

Lo zio dice che non devo confondermi con lui. Dice che è una buona compagnia per il bar.
Ma non è facile stupire me.

Dopo un po’ che lo ascoltavo non avevo più fame. Chissà se si era accorto della mia maglietta nuova.

«Com’è che ti rode ancora così tanto? Tua moglie intendo, sono passati dieci anni dici, l’ami sempre?»

Così ho detto a un certo punto. È perché non ne potevo più di sentir parlare di quella.

«No no…» Ha risposto fissato sul neon lampeggiante “Aperto”. «No no …» con un filo di mozzarella che gli scendeva dalla bocca.

Quando è successo stavo per andarmene. È entrato un uomo dalla pelle scura, un indiano avrei detto. Aveva un occhio celeste, teneva un mazzo di rose tra le braccia. Faceva il mimo per convincerci a comprare i fiori. Era bravo, davvero sembrava che ci fosse un muro davanti a lui. Lo tastava cercando un varco e, una volta trovato, da lì porgeva la rosa. Aveva ammutolito il mio accompagnatore.

Il cameriere, un giovanotto grasso che mostrava l’ombelico peloso dalla camicia scoppiata, è arrivato con un fruscio di pantaloni sfregati tra le cosce.

«Fuori! Aspetta fuori tu. Vendi quando escono»

Ma l’indiano ha continuato a mimare per noi. Magari era muto e sordo. Di certo era bravo. Sono entrati dei ragazzi. Sono rimasti fermi a guardarlo. Il cameriere li ha fatti accomodare e ha detto al vecchio di sparire.
I ragazzi guardavano il mimo incantati, ma nella sala c’era qualcuno che bofonchiava. Una signora con un fermaglio piumato parlava contrita, ce l’aveva con i piedi sporchi.

Dopo aver portato il terzo calzone il cameriere ha preso per un braccio il vecchio e gli ha messo la bocca vicino al naso. Un ultimo avvertimento prima della polizia. Il venditore di rose si guardava intorno, i ragazzi protestavano. Il mio accompagnatore si è alzato e ha parlato senza biascicare.

«Mi scusi, vorrei delle rose. Per favore».

Si sono zittiti tutti, per un attimo anche le macchine nella strada. Questa, caro zio, è una delle ragioni per cui ne è valsa la pena, per sentire dare del lei a un uomo vecchio che lavorava. Poi il mio ubriaco ha comprato tutte le rose e lo ha invitato a cena. Questa è la seconda ragione per cui ne è valsa la pena. Ha chiamato il cameriere perché potesse ordinare. Rakesh il pakistano, si è presentato, ha chiesto una pizza vegetariana. L’occhio celeste era così insolito sulla pelle scura. Poi tutto è tornato come prima, il mio accompagnatore ha ordinato un’altra grappa e l’ha sorseggiata parlando della moglie secondo lui puttana. A me è venuta fame e ho chiesto del radicchio arrostito. Avevo voglia d’amaro. Non ho potuto chiedere al vecchio che mi parlasse del suo paese, della sua gente e poi anche delle rose. Ce ne devono essere di storie da sapere sui venditori di rose. Spesso sono bambini. Ma sono cose che non sta bene chiedere, se uno ha voglia te le racconta. Ha ringraziato questo sì. Così mi sono venuti in mente gli uccelli. Hanno tutti le ali. Ma razze diverse insieme sembrano solo zampettare. Magari mi sbaglio. Magari non è che è solo questione di quell’attimo che becchettano. Magari qualcosa si scambiano.

Qui nel cesso il ragno continua a dipanare formiche.
E le rose? Le rose me l’ha regalate. L’ho messe a galleggiare nell’acqua della vasca da bagno. Come un funerale sul fiume.
Nemmeno io ho un vaso adatto.

Rakesh quando si sveglia al mattino, guarda fuori dalla finestra. Lontano le montagne non sono poi tanto diverse da quelle del Pakistan. Grinze. Vicino, la gente che passa sotto quella finestra, tutta, mangia e caca. Come in Pakistan. Rakesh ha quasi settanta anni e un occhio di vetro celeste. Ma ci vede bene. Di giorno fa Dante Alighieri d’oro in Piazza Castello. E’ una di quelle finte statue immobili con il piattino davanti. Di sera fa il mimo e vende rose nei locali. Di notte spesso sogna un camion addobbato di rosso come se ne vede al suo paese in certe feste. Lui sa che dovrà salirci su prima o poi.

Oggi però Rakesh si riposa.

L'autore

Monica Dini

Monica Dini

Monica Dini vive e lavora a Camaiore paese della campagna toscana. Ha pubblicato le raccolte di racconti: Sulle Corde a cura della Società Speleologica Italiana (2006), Leggerezze – Besa Editrice (2009), Lezzo – Tralerighe Libri (2015), Angoli Acuti – Tralerighe Libri (2017). Uno dei suoi lavori è presente nella raccolta di racconti HOTell Storie da un tanto all’ora edita da WhiteFly Press. Ha collaborato fino alla fine con la rivista on-line Sagarana diretta dal Prof. Julio Monteiro Martins, è stata più volte ospite della rivista on-line El-Ghibli diretta dal Prof. Pap Khouma, ha collaborato la rivista Prospektiva di Andrea Giannasi. Alcuni suoi racconti sono apparsi su La Macchina Sognante la cui macchinista è la scrittrice Pina Piccolo. Un suo scritto è presente nel primo numero della rivista DieciCento fondata da Carlos Bolaños e Nicola Feo (2017).