Narrativa transnazionale

Fidanzatini

In estate il lavoro con il gregge era duro ma divertente. In autunno la montagna diventava deserta, le piante erano state tutte raccolte e mangiate, oltre ai sassi non si trovava più nulla, specie erba per pascolare gli animali. Ma nei villaggi, giù a valle, cominciavano appena a cadere le foglie che avevano avuto una vita cosi corta sugli alberi; in autunno, al cambio di stagione, aumentava l’acqua a disposizione, mentre si avvicinava l’inverno tutti i ruscelli si ingrossavano riunendosi in un fiume e, intorno al fiume, crescevano delle piante fresche, tipiche dell’autunno. Lì le greggi potevano pascolare e i ragazzi raccoglievano alcuni tipi di verdura per rompere il digiuno. Mettendo qualche foglia in mezzo al pane sembrava di addentare un sandwich.

Il fiume ci permetteva anche di pescare qualcosa, non con la canna perché non ne conoscevamo l’esistenza, ma con le mani indossando un calzino in modo che il pesce non scivolasse facilmente. Insomma ci procuravamo la cena così, gratuitamente, pesce e insalata, una cena fresca e sana come acqua pulita appena uscita dalla sorgente.

Non solo verdura ma anche il dolce ci procuravano le piante, solo che ‘gli alberi dei dolci’ erano pieni di formiche e insetti morti e molto spesso questo causava irritazioni intorno alla bocca o brufoli sulla pelle dove entrava in contatto. Ne mangiavano soprattutto i bambini, ma non solo; noi pastori ne mangiavano così tanto che la sera stavamo malissimo per il male di pancia, era troppo dolce. Le pecore o le capre si accontentavano di foglie secche cadute ma amavano mangiare anche quelle fresche procurandosele correndo fin dove potevano.

Nell’autunno, che durava tanto, cosa si poteva fare? Io desideravo andare a scuola ma la stagione permetteva di stare ancora all’aperto e di certo non si potevano chiudere le bestie prima dell’arrivo del freddo, come se fossero in prigione. Come le ragazze che rimanevano recluse in casa anche gli animali avevano diritto alla libertà, avevano bisogno di bere l’acqua pulita che veniva dal ruscello e mangiare i germogli teneri, erano liberi e avevano diritto alle scelte, potevano decidere cosa mangiare e cosa no!

La pancia era loro, se non volevano certe cose rimanevano con la fame, però erano liberi di scegliere, mangiare tutto e togliersi la fame, non mangiare e rimanere affamati e in più correre qua e là per cercare di saziarsi, di certo non arrivavano facilmente a quello che cercavano. Più cose buone trovavano e più ci saltavano sopra calpestandole, volevano trovarne altre, insomma, così come spesso accade nella vita quotidiana così succedeva alle bestie, si vorrebbe avere il meglio ma il meglio sempre si allontana …

Invece quello che noi davamo da mangiare era limitato, a volte acqua pulita, altre fangosa, avanzi, sterpi.

Anche le malattie erano un problema, io osservavo con attenzione per capire se andava tutto bene, ma in autunno, con il cambiamento del clima, gli animali si ammalavano più facilmente, e io lo capivo solo quando non mangiavano più o quando rimanevano indietro tornando a casa. Ovviamente ero consapevole quando una bestia rimaneva indietro perché vecchia o grossa, ma con maggiore difficoltà dovevo distinguere anche quando erano sempre gli stessi capi ad arrivare ultimi a casa. Quanta fatica quando pioveva e io dovevo correre avanti e indietro e perdevo energia e forza.

Un giorno ero con un mio amico (anche qui solo maschi con maschi e femmine con femmine insieme al pascolo), avevamo mischiato le nostre bestie perché dall’altra parte del villaggio ci sarebbe stato un altro pastore ad attenderci. Quello con cui ero, in realtà, era uno studente.

Suo padre era abbastanza ricco per poter mandare il figlio a scuola e aveva dovuto prendere un garzone,  con l’inverno le bestie sarebbero rimaste a casa.  Il pastore venuto da fuori aveva un contratto a tempo, non rimaneva a lungo, durante la brutta stagione lavorava anche da altri con lavori più domestici come spazzare la neve o trasportare acqua per gli animali o portare terra per il soffitto in modo che non passasse l’acqua. Sapeva però prendersi cura di tutta la casa, era in gamba.

Il mio amico aveva lasciato i suoi studi per alcune settimane sperando di saltare la scuola per un po’. Non era molto studioso lui, e dire che io, invece, non vedevo l’ora che arrivasse l’inverno per riprendere il mio vecchio libro. Non avevo mai pensato, però, di portarmi dietro i libri e studiare da solo.

E’ difficile studiare da soli finché non si impara almeno a leggere e scrivere, a me sarebbe bastato saper leggere ma il problema era che non sapevo nulla, quindi avevo proprio bisogno di un maestro che mi guidasse: ero come un cieco, prendevo il libro e mi bloccavo.

Con questo mio amico avrei avuto la possibilità di imparare qualcosa, ma lui non voleva saperne, mi derideva, anche qui parli del libro? Lasciami stare… Io studio, studio e cosa ho imparato che manchi a te?

Dovevamo stare attenti alle bestie, perché, finché eravamo in montagna, gli animali non dovevano uscire dai nostri confini. La montagna era divisa in appezzamenti e di continuo tutti litigavano per gli sconfinamenti anche casuali, comunque i vari assegnatari faticavano un bel po’ per accudire quella terra e avevano versato una tassa allo stato, secondo la “Zakat”, la tipica legge del socialismo islamico che cercava, anche con altre tassazioni, di equagliare la società. .

Eravamo noi a dover educare le bestie, stavamo uno da una parte e l’altro dall’altra. Solo intorno a mezzogiorno, quando gli animali si mettevano a riposare, io tagliavo delle canne e costruivo un flauto; non sempre era facile trovare canne, allora costruivo il mio strumento musicale con il fango dandogli una forma a pallina.

Quel giorno per sbaglio le nostre bestie erano entrate in un campo coltivato e il mio amico aveva cercato di recuperarle rapidamente ma era stato colpito con un sasso dal garzone del proprietario. Eravamo tutti ragazzini.

La pietra aveva colpito l’occhio destro e l’occhio era proprio caduto a terra staccato dalla sua anima. L’altro ragazzo, difendendo la proprietà, aveva danneggiato per sempre la vita del mio amico, ovviamente la terra non era sua, ma la difendeva lavorando per qualcun altro.

Il colpevole quella notte non tornò a casa sapendo di aver compiuto un gesto grave, sicuramente era anche pentito, ma ormai era troppo tardi, pensarci prima non sarebbe stato male. Assai più tristi erano le ore per la famiglia del mio compagno.

Quella sera le due famiglie non si videro; si incontrarono il giorno successivo davanti a tutti gli anziani. In questo caso sarebbe servito un giurista esperto della shari’a per discutere sulla colpevolezza, ma in un villaggio cosi povero ci si atteneva a ciò che dice il Corano e la legge dell’Islam, doveva essere occhio per occhio!

Gli anziani del posto non erano così esperti da applicare la shari’a in modo perfetto, ma sicuramente erano molto rapidi e concreti. Rifletterono sulla situazione della famiglia del colpevole e decisero che non si poteva infierire su di essa. Il ragazzo era anche piccolo e l’Islam valuta l’essere musulmano a partire da una età precisa: i poveri bambini possono essere trattati in modo diverso dall’adulto. Perdono o occhio per occhio?

La famiglia era povera, non aveva molta terra né altri beni, e nemmeno poteva morire di fame. Anche se fosse riuscita a raccogliere un po’ di oro o qualsiasi altra cosa, non avrebbe potuto ripagare il valore della bellezza e dell’integrità di un ragazzo che non sarebbe mai più stato come prima.

La famiglia, però, aveva delle figlie, due erano grandi ma si poteva dare la più piccola che aveva cinque anni.

Cinque anni lei, otto lui.

E così fu concluso il contratto e il processo.

Quell’inverno, tornando a scuola, avevo trovato alcune novità: due femmine nella mia classe e una di queste ragazze era la nuova fidanzata del mio amico.

Ma come cambiava questo villaggio? era mai stato meglio di così? Non avevamo mai sentito di un mutamento così rapido e così positivo. Il merito era tutto di un giovane insegnante appena arrivato, lui aveva capito alcune cose e ne sperimentava l’attuazione: metteva in preghiera o durante le ore di studio femmine e maschi insieme, ovviamente le femmine dovevano stare dietro; non bastonava ma incoraggiava; a chi passava gli esami del mercoledì lui, col suo stipendio, offriva una penna in dono; per chi non passava organizzava una specie di gara per riuscire la settimana successiva. Studiavamo con più piacere con questo metodo. Lui aveva cambiato anche lo stile di vita delle femmine, le famiglie, sia che avessero poco o tanto, dovevano procurare un vestito pulito e di un colore uguale per tutti, non costoso, così tutti potevano permetterselo.

A mezzogiorno, quando andavamo al ruscello a bere acqua e lavarci per pregare, avevamo la possibilità di scherzare e parlare con le ragazze. Noi maschi eravamo in tanti ma le femmine del primo anno erano solo due, poi se, come è stato, questo esperimento avesse funzionato, negli anni successivi il numero delle ragazze sarebbe aumentato.

Non si chiedeva troppo a loro, al massimo imparavano a scrivere e leggere, ma questo nostro nuovo maestro a volte le faceva anche parlare davanti al pubblico, come per alcune celebrazioni religiose. Loro studiavano fino a dieci, dodici anni, non di più, poi dovevano stare a casa nel caso comparisse un corteggiatore, un corteggiatore non poteva certo incontrarle così semplicemente per strada.

Quell’anno, vicino al ruscello, nessuno aveva previsto bagni per maschi e per femmine ma per fortuna durante l’inverno nevicava molto e raccogliendo e pressando la neve potevamo costruire muretti in modo da creare ripari e rendere invisibile dall’altra parte, non erano bagni coperti e protetti, ma ci accompagnava il nostro maestro e noi ci comportavamo correttamente. Non era come gli altri insegnanti sempre pronti a picchiare non solo i maschi ma anche le femmine, da loro venivamo bastonati tanto che perdevamo sangue quando ci colpivano in testa, con questo maestro era diverso e noi lo rispettavamo.

Solo anni dopo, aumentato il numero di studentesse, si pensò di separare le ragazze dai ragazzi, si crearono aule diverse e ovviamente cambiarono anche i metodi di studio, ad esempio, i ragazzi delle classi più avanzate si facevano carico di insegnare a quelli del primo anno, e così via, ma questi cambiamenti non sono serviti ai miei studi.

Quell’anno, a volte, prendevo in giro il mio amico o lo facevo ingelosire, senza rendermi conto della sua sofferenza per l’occhio. I suoi desideri erano cambiati, era bloccato; a quell’età, con una fidanzata, si sentiva già un uomo, si comportava in un certo modo serio, non era più dei nostri quando giocavamo a sposarci e inscenavamo un matrimonio o solo costruivamo con fango e legno delle famigliole (i nostri giocatoli ce li facevamo da noi, barattoli, tappini, qualche straccio … avevamo anche aghi per fare vestitini).

Entrambi si vergognavano di essere chiamati fidanzati; un fidanzamento vero a quell’età è imbarazzante.

I due avrebbero potuto parlarsi a scuola, ma non parlavano, non si guardavano neanche, non era quella la tradizione, sapevano che il fidanzamento procedeva in un altro modo.

Lui era intimidito dalla sua promessa sposa e viceversa e io, stupido, gli ripetevo: ’Dai, che ormai sei un uomo’.

Lui non mi diceva nulla, quanta tristezza era in lui, quanti desideri avrebbe avuto, ma ora doveva accettare ciò che era stato deciso dalle due famiglie, si sarebbe sposato entro cinque anni.

Sono partito, non so come sono finite le cose, forse sono andati via pure loro.

 

L'autore

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Gholam Najafi