Recensioni

Foresta di fiori

 

Ken Saro-Wiwa
Foresta di fiori –
Edizioni Socrates
pp. 170, 10 €

irene claudia riccardi

Gli artisti, quelli veri, hanno intorno a sé un’aurea speciale, che li rende diversi, unici, intoccabili in un certo senso. E’ come se la capacità di offrire opere d’arte li ponesse su un piedistallo, distinguendoli dai comuni mortali. Hanno ricevuto un dono e, se sono generosi, lo condividono. Ken Saro-Wiwa doveva essere un artista così. Eppure, dal suo piedistallo l’hanno fatto scendere a forza, la sua aurea speciale non ha potuto niente contro l’arroganza e la violenza di un governo che, il 10 novembre del 1995, ha spento per sempre la sua voce, condannandolo a morte per impiccagione a soli 54 anni. La comunità internazionale si era mobilitata per ottenere la grazia, ma non c’è stato nulla da fare: la voce di Ken Saro-Wiwa tuonava troppo forte contro le compagnie petrolifere che stavano devastando il suo paese e il delta del Niger. Questa premessa alla recensione del suo primo libro pubblicato in Italia era doverosa perché Saro-Wiwa ha portato fino agli estremi la sua “vocazione”, non si è accontentato di essere uno scrittore affermato (aveva già pubblicato ventisei libri) nonché autore radiofonico e televisivo molto popolare in Nigeria. Il suo senso “artistico” – che nulla ha che fare con la mera estetica – gli ha impedito di tacere di fronte a scempi e ingiustizie! “Foresta di fiori” è una raccolta di diciannove racconti brevi. E proprio nella brevità si esprime la grandezza dello scrittore: in poche pagine riesce a delineare personaggi a tutto tondo, che colpiscono l’immaginazione del lettore. Ai nostri occhi si presenta un’Africa in fermento, piena di vita e anche di morte. Attraverso casalinghe, spose, madri, professionisti, accattoni, “matti del villaggio”, stregoni… Saro-Wiwa ci conduce per le strade della sua Nigeria. Ma l’autore non si limita a tratteggiare un affresco popolare: il suo tono è ironico, è vero, ma le situazioni che descrive mettono in luce, senza fare sconti a nessuno, le piaghe di un paese e di un popolo che si dibattono ogni giorno tra tradizione e modernità, corruzione e superstizioni, miseria e miraggi di ricchezza facile. Come per la giovane protagonista di “Casa dolce casa”, che torna al villaggio dopo aver studiato in città ed è dibattuta tra il mondo che ha appena lasciato – la modernità – e quello che ritroverà, più arcaico. Un’amara sorpresa la attende nello scoprire che la sua cara amica d’infanzia è stata vittima di antiche credenze crudeli e, per lei, ormai prive di senso. E anche Ezi, giovane e diligente funzionario del ministero, vive una crisi fortissima, che rischia di annientarlo (nel racconto “E giù, le stelle”). Professionista diligente e integerrimo si scontra ogni giorno con colleghi disordinati e sciatti e con un sistema imperniato sulla corruzione. Ne “La divorziata”, invece, la giovane e bella Lebia, paga cara la sua infertilità, ancora una volta vittima di credenze che la relegano ai margini della società.
Ma questi racconti sono solo un assaggio. Speriamo di poter leggere ben presto in italiano qualche sua opera più corposa e complessa!

“Progres” scoppiettava pigramente giù per la lunga strada sporca, che si estendeva davanti a noi come la linguali un uomo malato. Trasportava un prezioso e variegato carico di riso, sale e fagioli, scatole di sapone e zucchero, ignami e tapioca; una cesta di polli legati per le zampe protestavano rumorosamente… e uomini e donne accalcati sulle panche di legno al centro del camion, come pesci appesi a un filo ad essiccare… “Progres” era l’orgoglio di Dukana, il suo unico collegamento rapido con il mondo moderno, con la città di mattoni dove attraccavano le navi e si vendevano e compravano merci straniere…”

Marzo 2005

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irene claudia riccardi