fra-intendimenti

Kaha Mohamed Aden
fra-intendimenti
nottetempo     2010

Itala Vivan 

Comunicare e/o fraintendere?

 In margine al libro di Kaha Mohamed Aden, Fra-intendimenti (Nottetempo, 2010)

Il fenomeno della letteratura scritta in italiano da autori nati altrove ma che, emigrando, hanno messo radici nel nostro paese e nella nostra lingua si profila ormai cospicuo, benché avviato in epoca recente. Si fa infatti risalire il suo inizio al 1990, anno di pubblicazione del bel libro di Pap Khouma e Oreste Pivetta Io, venditore di elefanti, che è il primo del genere.

Oggi, a vent’anni di distanza, è possibile scorgere con qualche chiarezza le dimensioni e le valenze della nuova produzione di scrittura e soppesarne il significato culturale, pur mentre si assiste alla comparsa di opere prime che continuano e accentuano la tendenza. E’ ormai evidente che le ondate migratorie non solo non accennano a diminuire, ma anzi stanno diventando una costante di questo inizio di millennio e della civiltà della globalizzazione che lo caratterizza, con le sue macroscopiche differenze di condizioni economiche e sacche di povertà e oppressione che spingono inevitabilmente alla fuga e al movimento. Accanto a queste cause primarie, c’è anche una sempre più diffusa tendenza endogena all’urbanizzazione – suggerita da un insieme di componenti socioeconomiche su cui non si vuole ora indugiare – che porta ad abbandonare regioni e zone un tempo agricole per affluire verso le aree urbane anche all’interno di uno stesso paese[1], alimentando il flusso migratorio.

In Italia non eravamo davvero preparati ad affrontare questa novità, anche perché non avevamo sufficientemente analizzato e capito il flusso contrario vissuto da tanta parte del nostro Paese dall’Ottocento sino al 1960, e cioè l’emigrazione italiana verso le Americhe, l’Australia e i paesi europei. Non avevamo ancora capito chi fosse emigrato dall’Italia, in che condizioni, e con quali risultati sociali e culturali, allorché, a distanza di vent’anni dalla fine della nostra emigrazione– e cioè negli anni Ottanta – cominciammo a veder arrivare un’immigrazione che a poco a poco si fece importante.

L’immigrazione ha quindi colto l’Italia di sorpresa, quando non aveva ancora assunto adeguata coscienza del senso e della portata della propria stessa emigrazione e non ne aveva assorbito il carattere di espulsione violenta che aveva colpito le classi subalterne della popolazione prevalentemente nel Mezzogiorno. Così, mentre i successivi governi non sapevano che linea seguire nella gestione di un fenomeno sempre più cospicuo, la popolazione è rimasta abbandonata a se stessa e alle proprie reazioni viscerali, emotive o politiche, a seconda dei casi. La conseguenza è stata che ciò che avrebbe potuto costituire un fattore positivo di crescita culturale e insieme economica si è tramutato in un ennesimo motivo di scontro e  divisione, aggiungendosi alla nostra annosa questione meridionale. Il Sud del mondo è venuto da noi alla rinfusa e ci ha trovato impreparati anche a dialogare. E’ anche da queste premesse culturali, da questa carenza di consapevolezza storica e politica, che è emersa in Italia una particolare versione di movimento populista di leghe autonomiste che alla fine si è denominato Lega del Nord. Come ha osservato Ilvo Diamanti, “La loro [delle leghe] principale innovazione è consistita nella capacità di rompere con i tradizionali fondamenti dell’identità politica e della delega partitica: la religione, la classe, l’ispirazione laica; al loro posto, esse hanno introdotto altri riferimenti, recuperati da contraddizioni antiche della società italiana: i contrasti fra centro e periferia, fra Nord e Sud, fra privato e pubblico, fra società civile e partiti tradizionali.”(I.Diamanti ,  La Lega. Geografia, storia e sociologia di un soggetto politico, Donzelli, Roma 1993, p. 5)

 La storia, tuttavia, procede inesorabile, si sia o meno preparati ad affrontarla. L’immigrazione infatti continua, e comporta la stabilizzazione di grandi numeri di individui isolati e di nuclei famigliari in tutta Italia. Noi vediamo gli immigrati nelle strade e nei mezzi di trasporto, nelle case e nei più svariati luoghi di lavoro; mentre le scuole italiane registrano percentuali talora molto alte di bambini che sono figli di immigrati, sovente nati in Italia. Nel contesto magmatico e disordinato il dialogo è risultato difficile ed estemporaneo. E però gli immigrati ci vengono incontro,  porgendo un filo di discorso nella lingua che era solo nostra e che ora si allarga sino a diventare una lingua comune, capace di esprimere la voce di soggetti dall’identità culturale multipla e che tuttavia scelgono di usarla per raccontare se stessi, e noi insieme a loro.

In questo quadro generale si colloca  Fra-intendimenti,  opera prima di una giovane autrice nata in Somalia e venuta in Italia ancora bambina per sfuggire alle persecuzioni politiche che colpirono la sua famiglia durante la dittatura di Siad Barre. Kaha non è più potuta ritornare a Mogadiscio a causa della guerra civile e degli scontri clanici che tuttora devastano il paese, e risiede a Pavia dove si è laureata e lavora.

Il libro annuncia il proprio discorso sin dal titolo, collocandosi in un fra, un intervallo e un interstizio che è appunto quello dell’emigrante, diviso e insieme allargato su una doppia radice e intento a rivolgere la sua parola su una doppia direzione, per condurre da un lato la riflessione sul sé e sul passato, dall’altro la conversazione con l’altro e con il proprio presente. Allo stesso tempo, l’allusione al fraintendimento qualifica di primo acchito la cultura in cui si trova immerso l’immigrato che fraintende e si vede frainteso, nel senso letterale ma anche metaforico del termine.

La lingua di Kaha Aden esula dalla rigidezza del registro espressivo dell’italiano scritto, per accogliere idiomi e registri tipici del parlato e inglobare elementi lessicali e strutturali altri, rendendoli familiari attraverso il racconto. La tematica della memoria e dell’esilio, della nostalgia, del ritorno impossibile si alterna con la narrazione del presente inserito nell’ambigua ospitalità italiana, consentendo un giudizio critico sul paese dell’infanzia e uno sguardo ironico sull’Italia e sugli italiani, che appaiono visti dall’esterno.

Fra-intendimenti raccoglie una sequenza di spezzoni narrativi componendo un racconto-mosaico ad andamento rapsodico, ma non per questo discontinuo. Il filo narrativo parte dal sé, cioè dal bisogno di tracciare un autoritratto, e si muove immediatamente all’indietro, evocando le figure protettive delle ave, le tre nonne Xaliima, Xaava e Suuban che entrano in scena creando l’ambientazione che funge da sfondo al libro: Mogadiscio e la Somalia, con i profumi delle spezie e il sapore del deserto, ma anche l’intimità e la continuità frutto di una stretta vita comunitaria. Subito dopo giunge la figura di un nonno indomito che aveva lottato con gli amministratori italiani — ma anche con gli anziani della comunità somala — per mandare alla scuola italiana le figlie femmine. Il ricordo di sfida e preveggenza si insinua nella memoria dell’autrice in un contesto che la vede oggetto appunto di fraintendimento, quando viene presa per una prostituta da un camionista di passaggio, giusto perché ha la pelle nera.

Il libro procede alternando episodi e riflessioni su questo doppio binario, con uno stile arguto e ironico che non impedisce tuttavia l’emergere di una sensibilità profonda segnata da squarci di perdita e dolore. Fra i momenti più significativi il capitolo “Che ore sono?”, che espone la condizione di sfasamento dell’emigrato servendosi della metafora dell’ora che cambia a seconda del fuso orario in cui ciascuno si trova e che quindi altera la comunicazione. La voce narrante rivela il senso di confusione generato dallo spostamento orario e allude chiaramente alla dislocazione della migrazione e alla perdita di parametri un tempo familiari. Nel denunciare il proprio smarrimento,  si ribella all’alterizzazione e si aggrappa a una propria identità tribale, esclamando “Sono una darood!”.

Accanto a momenti problematici, che rendono difficile la vita dell’immigrato anche quando (come nel caso della protagonista) vengono affrontati con ironia e leggerezza, permane costante nel libro il filo della memoria fisica del proprio paese d’origine. Il collegamento è fatto di odori e sapori, fragranze di spezie e piccanti gusti di cibi saporiti, che si levano al di sopra del ricordo terribile dei momenti di pericolo estremo vissuti a Mogadiscio: come se il piacere corporeo, il profumo della Terra di Punt, combattessero per sopraffare l’odore della paura e della solitudine in agguato.

L’ombra di una lieve nostalgia si stende con delicatezza, così come la solidarietà dei ragazzi somali è prospettata con fine ironia nel capitolo “Xuseyn, Suleyman e Loro”, dove il qui pro quo legato all’uso del pronome italiano loro fa sì che un’anziana signora si spaventi per la presenza di due innocui ragazzi i quali a loro volta pensano che la signora evochi i jinn, gli spiritelli malevoli della tradizione araba.

Il libro si conclude con un episodio denso di valenze significative in cui una ragazza somala fugge dalla casa dove lavora come domestica per andare a Milano a farsi acconciare i capelli in eleganti treccine africane, e al ritorno dalla spedizione clandestina si copre con un foulard e decide di farsi chiamare Nadia, quasi accettando, con ciò, di assumere una seconda identità e fondersi nel contesto italiano. Anche se sotto il foulard conserva le splendide treccine, e in cuor suo si chiama Nadifa.

Fra-intendimenti è l’incontro dell’autrice con una lingua che non scaccia l’altra lingua antica e la sua oralità, con un paese che non cancella l’altro paese della memoria; e porta una ventata di altrove non esotico, ma reale, e una presenza fondata sulla forza e la fermezza celate dietro al velo di garbata leggerezza di cui si veste il racconto.


[1] Cfr. Ken Bugul, La pièce d’or, UBU éditions, Paris 2006 (tr.it. La moneta d’oro, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2006). Il romanzo della scrittrice senegalese pone al centro della narrazione l’esodo interno dal villaggio verso la metropoli, collocandolo in una cornice di catastrofe che rispecchia un’apocalis

03-04-2011