Racconti e poesie Stanza degli ospiti

Gino e Marileno

Monica Dini
Scritto da Monica Dini

Mi è venuto in mente ora, dopo tanto tempo che non ci pensavo, è perché ho sentito l’odore della mimosa. Andavo con la bici da Gino a prendere le uova che le galline hanno ricominciato a farne. Mi ricordo che passava di laggiù, c’è un sentiero che viene dai boschi e sbuca lì vicino al pioppo, sull’argine del fiume dove il ciuffo di canne si piega come un’onda, spuntava all’improvviso e andava a lavarsi nel fiume. In ginocchio come uno che prega Allah, credevi di essere solo e invece c’era anche lui.

Faceva come gli spiriti.

Era Marileno il barbone e io lo guardavo con desiderio. Avrei voluto che mi dicesse di quando aveva perso l’anima, oppure di quando si era accorto che non esiste. Era vecchio per me e malconcio, ma lui rifiatava qualcosa che in nessun altro sentivo.

Come un mito.

Peccato… con le donne non ci parlava e poi all’epoca che donna ero? Ero piccola.

Anche Gino non ci pensava, ma gli è venuto subito in mente quando gliel’ho detto.

Gino è come fosse mio nonno, m’ha visto nascere.

Lui era lì che lavorava, al negozio intendo, aggiustava un televisore in bianco e nero, qui al paese c’è ancora chi ce l’ha. Gli ho detto, m’è venuto in mente Marileno, è perché c’è la mimosa fiorita, fa strano non vederlo in giro a venderla.

Farebbe strano il contrario, mi ha detto lui, ed è vero perché è morto. Con Gino ci parlava perché Gino ti ascolta e non vede come sei all’esterno, nel senso che non ci fa caso. Non ha mai fatto caso a queste cose, non è perché è vecchio, è come fosse cieco per queste cose.

Marileno aveva i capelli neri e grigi e la barba lunga, arrivava in paese su un Garelli scassato. Spuntavano solo gli occhi dal carico di mimosa che stringeva tra le gambe, le mani le teneva sul manubrio. Te lo trovavi davanti come un quadro astratto. Era come morto negli occhi, mi ricordava un papero con la testa mozzata che ho visto correre fino in fondo all’orto.

A volte lo fanno i paperi quando gli tagliano la testa.

Gino ne sente la mancanza, quando uno apre e chiude la porta dello stesso negozio per trentasette anni, a volte è stanco, è vero che non aggiusti sempre le stesse cose, ma che cambia? Marileno gli raccontava di un’altra vita, di altre possibilità. Anche passare gli anni ripetendo ogni giorno i soliti gesti, uguali che non li vedi più, neanche ti ricordi se quel televisore l’hai già fatto o no, bisogna che te lo scrivi per ricordarti che è pronto. E quando arriva l’ultima volta, l’ultima volta che chiudi la porta, cos’hai da dire?

È meglio non saperlo che è l’ultima volta, è meglio di no.

Gino mi ha detto che sulla tomba di Marileno c’è la foto di lui quando faceva l’architetto, e… sì, era un architetto famoso, poi un giro di fortuna, non ha resistito ed è  diventato barbone. Perché non aveva capito o aveva capito troppo?

Questo volevo sapere io da lui.

Gino mi ha portato un bicchiere d’acqua. È orgoglioso dell’acqua del suo pozzo, se la porta da casa perché al laboratorio analisi gli hanno detto che è purissima. Era bella fresca, la mantiene in un contenitore termico blu, lo tiene sulla mensola. Sembra che abbia un sapore quell’acqua… sarà che te la dà così volentieri. Io ci credo che conti quando uno le cose le fa volentieri. Mentre bevevo si è affacciato un ragazzo nero dalla porta, ma di quelli neri forte, vendeva qualcosa. Gino lo ha fatto entrare, dietro di lui c’era un cliente con un ferro da stiro da riparare. Ha detto torno dopo.

Si capiva che eravamo in troppi.

Il ragazzo ci ha mostrato i calzini, gli accendini, gli stracci per pulire il pavimento. Aveva dita sottili come i nobili dei quadri e la sua voce era come quando preghi. Mi sa che aveva fame perché guardava le uova che avevo nel cestino. Gino gli ha portato un bicchiere di acqua fresca. Grazie, gli ha detto il ragazzo ma continuava a guardare le uova. Gli ho portato la sedia, come faceva quando veniva Marileno, solo che sono rimasta lì, invece con Marileno andavo via perché se no non parlava. Gino ha comprato gli accendini perché quelli non li trovi mai quando servono.

Non so com’è andata, ma hanno cominciato a parlare come da sempre. È Gino che trova le parole giuste, le parole uguali per tutti. Io lo copio quando sono in giro, ma lui ha più esperienza, si capisce.

Entra una signora con una scopa elettrica, ci guarda e poi guarda il soffitto, poi dice che la scopa non aspira, guarda il ragazzo seduto con il bicchiere ancora in mano e dice che c’è un odore strano nella stanza. Il ragazzo degli accendini si alza subito ma non serve perché Gino gli riempie di nuovo il bicchiere e lui si rimette a sedere con gli occhi bassi.

Una volta ho sentito una bambina dire che i neri puzzano.

Così, sono certi bambini.

La lattaia apre la finestra e sventola la porta quando ne entra uno in negozio. Questo ragazzo è stato un po’ con noi, ha raccontato che viene dal Rwanda, ha raccontato della guerra tra le diverse etnie, gli Hutu e i Tutsi, ha raccontato dei soldati che volevano insegnargli a usare le armi. Ha raccontato della sua casa, di suo padre morto ammazzato, di un fratello che hanno perso quando sono arrivati i ribelli e sono scappati a migliaia. Del grande lago Kivu che restituiva ogni giorno corpi mutilati e gonfi. Poi ha detto che qui gli piace tanto la pizza. Anche a Gino piace e io sono andata da Cecco a prenderne un po’.  Mustafà si chiama il ragazzo. Mi sa che si fanno chiamare tutti uguali per comodità. Abbiamo mangiato la pizza e lui ci ha raccontato di come fanno l’orto loro che hanno poca acqua. Poi si è alzato per andarsene e guardava le uova. Ne ho prese due, le ho incartate bene nella carta di giornale. Se l’è messe sotto il cappello, di quelli di paglia, come in un nido. Ritornerà a parlare con Gino, l’ha detto e io ci credo. Anch’io ritorno, sto un po’ e poi ritorno. Non è per le uova. Parlare con lui è una medicina.

Il ragazzo va ed entra quello dal ferro da stiro. Dice che ce ne sono troppi di questi venditori, che non si può dare relazione a tutti.

Troppi sembra come fossero formiche, basta prenderli uno alla volta dice Gino. Prepara il bollino che descrive il guasto, lo appiccica al ferro e saluta il cliente.

È stato dopo che se n’è andato che abbiamo parlato di nuovo di Marileno, della gente che non lo voleva tra i piedi e lui lo sapeva, che era morto prima di morire.

Perché quelli tutti uguali, dice Gino, si sentono più giusti.

Quando ho ripreso la strada di casa, ho detto tra me e me, ma in fondo quando si è morti cosa importa come si è vissuti?

Sulla tomba di Marileno c’è lui in giacca e cravatta, si può dire che abbia vissuto due vite. Ci voleva anche la foto da barbone, per quelli che lo hanno conosciuto così, intendo.

E quel ragazzo nero che è scappato dalla sua gente ora è in un’altra vita, è un altro personaggio, anche lui come il barbone. Basta poco per diventare barboni. Se come si vive, in fondo,  non importa a nessuno, vivere è solo una questione personale.

Una volta ho sentito una bambina che diceva, ci pensi a una formica davanti al mare?

Così mi sento io quando penso a queste cose.

Una formica davanti al mare.

Da Leggerezze – Monica Dini – Besa 2008

L'autore

Monica Dini

Monica Dini

Monica Dini vive e lavora a Camaiore paese della campagna toscana. Ha pubblicato le raccolte di racconti: Sulle Corde a cura della Società Speleologica Italiana (2006), Leggerezze – Besa Editrice (2009), Lezzo – Tralerighe Libri (2015), Angoli Acuti – Tralerighe Libri (2017). Uno dei suoi lavori è presente nella raccolta di racconti HOTell Storie da un tanto all’ora edita da WhiteFly Press. Ha collaborato fino alla fine con la rivista on-line Sagarana diretta dal Prof. Julio Monteiro Martins, è stata più volte ospite della rivista on-line El-Ghibli diretta dal Prof. Pap Khouma, ha collaborato la rivista Prospektiva di Andrea Giannasi. Alcuni suoi racconti sono apparsi su La Macchina Sognante la cui macchinista è la scrittrice Pina Piccolo. Un suo scritto è presente nel primo numero della rivista DieciCento fondata da Carlos Bolaños e Nicola Feo (2017).

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