Il comandante del fiume

Ubah Cristina Ali Farah
Il comandante del fiume
66thand2nd  2014     €  16,00

raffaele taddeo

E’ la storia di un adolescente, figlio di due somali emigrati in Italia all’inizio degli anni  ’90, quando in quella terra del Corno d’Africa iniziarono le lotte civili. Sotto molti aspetti è un romanzo di formazione perché si mette al centro la maturazione di Yabar, che senza il padre, ritornato in Somalia a combattere il dittatore, non dà più notizie di sé, lasciando la cura del figlio alla sola madre.
Yabar fin da piccolo è stato accettato da “zia” Rosa, una somala conosciuta dalla madre  a scuola.  Zia Rosa, visto che il ragazzo è costretto ad attendere la madre nello studio del dentista ove lei lavora  offre di tenerlo praticamente crescendolo insieme  alla figlia, Sissi, che ha caratteri somatici totalmente europei, essendo il padre un italiano. Sissi, leggermente più piccola di età di Yabar diventa la sua compagna di giochi, ma è anche punto di confronto nelle attività di studio.
Il ragazzo non dimostra molto attaccamento ai suoi doveri a tal punto da meritarsi due bocciature e questo fatto lo pone in conflitto con Sissi, ritenuta sorella, che per un po’ gli toglie anche il saluto.
Zahra, madre di Yabar decide allora di mandare il figlio a Londra presso i parenti suoi, quasi ad essere rieducato.
L’irregolarità di vita condotta dal giovane somalo ha cause più profonde che non la semplice crisi giovanile. Egli infatti sa che sua madre ha completamente rotto con il padre di cui si sussurra sempre qualche colpa che non riesce a capire. Il disagio di Yabar sembra proprio essere dovuto all’incertezza della posizione del padre all’interno della sua famiglia.
Il viaggio a Londra gli serve per mettere a fuoco proprio questo e la scoperta che fa in qualche modo lo ferisce e colpisce, ma gli dà modo di pensare e anche per riorganizzare la sua vita proprio come quella di un comandante del fiume, capace di domare gli alligatori e utilizzarli per il bene della comunità.
Il romanzo è condotto tutto in un continuo  flashback da parte del personaggio principale.

Gli elementi di riflessione a cui il romanzo conduce sono parecchi: 1)Il disagio di Yabar che se viene attribuito alla mancanza del padre, tuttavia potrebbe essere rapportato anche alla sua appartenenza ad un’altra etnia che non quella autoctona. In fondo, salvo un ragazzo, di cui non si specifica l’appartenenza etnica, ma sembrerebbe italiano,  Yabar non ha molte relazioni con coetanei. E’ forse un disagio che accomuna molti figli di immigrati. 2) Yabar,  entra in relazione con un gruppo di africani e si scopre che all’interno c’era stato uno che aveva anche predisposto un ridicolo attentato a Londra. Siamo in presenza di un mondo che è borderline, perché non si riesce mai a comprendere fino a che punto questi soggetti riescono a far parte di una comunità assumendone diritti ma anche doveri, fino a che punto si sentono di incominciare a far parte di un cammino di una comunità, di una storia di una comunità. I fatti di Parigi dell’inizio di questo anno stanno proprio a dimostrare questo.  Intervistato dal giornalista Floris Paolo Rumiz ha affermato che quando è stato a Parigi qualche tempo fa man mano che si allontanava dal centro si sentiva sempre più estraneo. Cristina Ali Farah pur senza volerlo ha messo in evidenza questo mondo sotterraneo che ormai esiste in tutte le parti d’Europa e che necessitano di politiche sociali molto ma molto oculate, diversamente i processi non tanto di integrazione ma anche di meticciamento culturale rischiano di rimanere sospesi, se non negati.

5 febbraio 2015