Il legame

Fabio Omar el Ariny
Il legame
Besa   2008

Francesco Cosenza

E’ da tempo che alcuni studiosi sostengono che la letteratura degli stranieri arrivati in Italia negli ultimi decenni continua a sorprendere ogni giorno di più per la multiforme qualità della scrittura, per i generi frequentati e per i temi proposti. Il caso di Fabio Omar El Ariny (si firma semplicemente F. O. El Ariny), giovane autore di un thriller ad alta densità di suspance, ne è ottima testimonianza. Ci sono stati altri autori migranti che hanno scritto racconti e romanzi assimilabili al noir venato di giallo, ma nessuno aveva avuto l’ardire di cimentarsi nel genere più frequentato dagli autori inglesi e americani di enorme successo commerciale come Ken Follett, Frederick Forsyth, Robert Ludlum e Robert Harris. Il libro, non recentissimo, è uscito prima in forma elettronica presso un editore americano (lulu.com nel 2006) e pochi mesi dopo (febbraio 2007, ristampato nel 2008) presso Besa, la non mai abbastanza lodata casa editrice di Nardò (Lecce), che pubblica molti degli autori di area balcanica migrati in Italia negli ultimi vent’anni.
F. O. El Ariny è nato a Milano ma ha vissuto i suoi primi diciott’anni in Alessandria d’Egitto per poi trasferirsi definitivamente nella città natale dove ha messo su famiglia. La sua vita ora si svolge tra Italia ed Egitto in un felice scambio tra le due culture.
Ma per parlare del libro – impostato ad incastro e con rapidi cambi di scena e d’azione, e dalla struttura episodica e sincopata – non iniziamo dalla trama, che si può trovare nel sito ufficiale dell’autore (http://www.il-legame.it/) ma dal 14° capitolo. Questa scelta è dettata dal fatto che si possono ravvisare dei tratti autobiografici in uno dei personaggi della storia. Jean – giornalista franco-algerino senza il cui intervento Adel Kadry, il protagonista, sarebbe stato ucciso da alcuni loschi figuri della CIA al soldo della più bieca organizzazione criminale del XXI secolo – come El Ariny è un incrocio tra due nazionalità. Figlio di madre algerina e padre parigino il primo, di padre egiziano e madre milanese il secondo. Giornalista freelance il primo, esperto di cose arabo-musulmane e collaboratore di aljazira.it il secondo. Ambedue sono mossi da una fede incrollabile nell’incontro, aborrendo mortalmente la tanto inneggiata logica dello scontro di civiltà fomentata dai conservatori americani e abbracciata dai peggiori figuri politici di tutto il pianeta.
Se questa è la dimensione politica in cui si svolge la storia, la dimensione economica è rappresentata dal capitale finanziario planetario, di cui Adel Kadry è una piccola pedina in vorticosa ascesa verso posizioni emergenti che, partendo dal mondo arabo, giunge, dopo aver coinvolto parecchie imprese e paesi, a mettere solide radici nel territorio americano. Ed è proprio questo aspetto che fornisce all’autore parecchia materia per ambientare un drammatico dialogo nei quartieri della kasba del Cairo, tra Jean il freelance e il padre di Adel, da cui ha preso le mosse l’impresa economico-finanziaria in seguito sviluppata da suo figlio. Ma torniamo a Jean. Nel capitolo in questione troviamo sintetizzata la sua vita. Giovane e corteggiata promessa del giornalismo, raggiunge l’apice della notorietà con la cronaca della morte di Anwar El Sadat. Quindi diventa collaboratore dei più prestigiosi quotidiani europei (prima di Le Monde poi del Corriere della sera). Ma la sua attività svolta a contatto con la morte violenta causata dalle terrificanti guerre mediorientali lo porta a interrogarsi sulla fame e sulla miseria e colpito da una forte crisi di coscienza decide di dedicarsi solo alla verità dei fatti che va incontrando nel suo lavoro di cronista. I suoi articoli denunciano la tracotanza israeliana e la politica americana nel conflitto arabo-israeliano. Viene scaricato dal Corriere e non è più ricercato dalle testate internazionali. Diventa freelance.
Jean, per un felice caso del destino, si trova a svolgere una intervista al capo di stato egiziano Hosni Mubarak proprio il giorno dell’attentato alle torri gemelle. Dopo l’intervista svolge una inchiesta su cosa pensano gli egiziani dell’attentato. Emergono posizioni che giustificano, pur indignandosi e condannandole, le azioni dei kamikaze:

 “E’ la conseguenza del loro sostegno incondizionato ai sionisti” oppure “Se la sono cercata. Così la smettono di attaccare i paesi arabi” o ancora “Certo è drammatico, ma lo è anche il modo in cui vengono massacrati i bambini palestinesi“.

In un’altra parte del libro si scoprirà che Jean è stato testimone del massacro di Sabra e Shatila che lascerà una traccia indelebile nella sua vita. Questo tratto non può essere autobiografico poiché l’autore aveva sette anni e doveva essere ad Alessandria d’Egitto, non in Libano.
Jean scopre che tra i presunti colpevoli ci sarebbe il figlio di Anwar Kadry che aveva conosciuto e intervistato più di vent’anni prima e decide di andare a trovarlo.
Da qui parte il suo coinvolgimento nelle vicende dell’ignaro protagonista.
Ma ci sono altri luoghi del romanzo dove l’autore lascia il genere thriller per operare delle incursioni nella letteratura d’amore e, in alcuni passaggi, nei dialoghi politico-religiosi. Alcuni recensori hanno visto una caduta nel rosa in alcuni di questi dialoghi. In realtà sono apprezzabili le incursioni poetiche, anche se non raggiungono le alte vette della poesia d’amore. Non c’è nulla di melenso in questi versi di Sonia – fidanzata di Adel – che gli lascia sul cuscino:

Pensavo di non avere più gli occhi
ma ho visto i tuoi occhi, amore mio.
Pensavo di non avere più orecchie
ma ho udito la tua voce, amore mio.
Pensavo di non avere più mani
ma ho sfiorato il tuo volto, amore mio.
Pensavo di non avere più sogni
ma ti ho sognato, amore mio.

Certo non sono versi eccelsi ma comunicano una lieve sensazione di dolce abbandono e possono starci benissimo in un thriller per spiazzare il lettore e sollevarlo dalla tensione che il ritmo va accumulando. In tutto il romanzo ci sono altre due poesie. Una è di struggente nostalgia del futuro

Ci ritroveremo da vecchi / a ridere di questi giorni; / si stenderanno le nostre rughe / al
ricordo dei pensieri / che ci fan tanto penare; / sussulteranno i nostri ventri, flosci, / ridendo degli impegni / che ci fanno angosciare. / Chissà se avremo dato / un senso alla nostra vita;/ chissà se saremo qui / o se saremo molto lontani. / So che nei tuoi occhi vedrò / i giorni d’oggi, e tu nei miei. / Avremo avuto storie diverse, / amori diversi, vite diverse; / forse non vedrai le mie rughe / né io le tue; / ma questi giorni, / questi pezzi di vita, / sono di noi due.

 Queste poesie sono antecedenti alla scoperta da parte del protagonista di essere incluso nell’elenco degli attentatori delle torri gemelle. E la loro presenza è un reminiscenza della giovanile vena poetica dell’autore.
In una intervista a Tuscia web (27 settembre 2006) alla domanda “Il romanzo accosta alla tensione di un thriller alcuni momenti teneri e romantici tipici di una storia d’amore. Non è un po’ insolito trovare in un thriller poesie d’amore come quelle che lei fa scrivere alla protagonista femminile?” l’autore risponde che “La poesia è stata la mia prima passione, ma sono stato sempre troppo timido per pensare di pubblicare scritti tanto intimi e personali. Sono convinto però che un romanzo debba comunicare al lettore forti emozioni, e visto che in “Il legame” oltre alla suspence c’è anche una dolce storia d’amore, ho ritenuto che la poesia fosse il mezzo più immediato per comunicare al lettore l’emozione che ne deriva“.
Un ulteriore aspetto interessante – esterno al thriller – è dato dai dialoghi ideologici, o meglio ancora religiosi presenti nel capitolo trentesimo tra Jean e Adel. L’autore vuole rappresentare le due posizioni quasi estreme tra chi è per lo scontro di civiltà sulle orrende orme di Hountington e chi invece nello scontro vede due bestiali inciviltà come Nacéra Benali.
Il dialogo tra i due è serrato e alla fine ha la meglio Jean con il suo ecumenismo e la sua tolleranza che non vede contraddizione alcuna nell’essere battezzato e nello stesso tempo pregare alla musulmana, cioè in ginocchio e rivolto alla Mecca.
L’afflato religioso in un thriller sarebbe inspiegabile se non considerassimo uno degli aspetti più sorprendenti della letteratura della migrazione – ancora, mi sembra, poco o punto analizzata: e cioè il fatto che in molta di questa letteratura è presente una vena religiosa, addirittura mistica in alcuni autori. E non solo legato all’islam ma anche al cristianesimo.
Sarebbe opportuno introdurre un nuovo atteggiamento che si potrebbe definire ateismo critico nei confronti degli scrittori della migrazione.
Un secolo fa Bertrand Russell aveva individuato molto bene i danni della presenza delle varie confessioni religiose nello sviluppo del colonialismo. A chi sosteneva che i missionari in Africa e nelle altre terre di conquista da parte degli europei avevano portato la civiltà e tolto i selvaggi dall’ignoranza gli opponeva gli infiniti danni alle tribù conquistate che si potevano alla fine sintetizzare nel comandamento della sottomissione. Questo atteggiamento di sottomissione si trova ovviamente e per fortuna solo in alcuni degli scrittori della migrazione. E forse uno studio approfondito dal punto di vista storico-letterario ma anche filosofico-antropologico potrebbe portare delle sorprese.
La divagazione sarebbe però troppo fuorviante in questa occasione anche in considerazione del fatto che il nostro autore, sicuramente influenzato dalle due religioni, non le rigetta, come sarebbe logico e giustificabile, ma le adotta entrambe in un sincretismo che ricorda alcune religioni orientali, in specie il caodaismo praticato in Vietnam.
Essendo questi aspetti marginali nel testo di Ariny, sarà utile finire dicendo che si può tranquillamente consigliare questo libro a tutti gli amanti del thriller e a quanti cercano in un libro anche aspetti e temi devianti dalla trama scontata di genere. Buona lettura.

Milano 01-03-2011