“Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?” si chiede Hend Joudah nella sua poesia pubblicata in questo testo. E anch’io mi chiedo se è possibile esserlo. Sono domande non retoriche ma angoscianti: sembra impossibile che quando senti che sta arrivando una bomba, quando ti è scoppiata vicino e ha portato distruzione e morte, si possa prendere carta e penna e scrivere versi. Anche quando si è lontani dalla guerra in atto e si ha notizia di disastri, di ordigni che hanno colpito familiari, amici, bambini, sembra insensato comporre. D’altro canto viene da chiedersi se sia eticamente corretto mettersi ad analizzare poesie scritte tra lo scoppio di bombe. Ma credo che sia un dovere procedere se questa analisi può in una certa misura contribuire a far prendere maggior coscienza e consapevolezza di fatti che la cui gravità e disumanità viene sottovalutata dalla gran parte delle nazioni.
Anche la poeta Dareen Tatour si interroga sul senso dello scrivere in versi in simili frangenti: “ Scriverò […] perché la poesia/ è come il filo delle spade/ come il tuono del cielo/ perché tutti i proiettili che hanno sparato/ per soffocare le parole/ per uccidere la nostalgia, per l’antico e il nuovo/ per il nostro annientamento/ aumentano la resistenza/ rafforzano la volontà”. Il poeta Marwan Makhoul, nato ad al-Boquai’a (paese inesistente per Israele) in una poesia di intensi versi rapsodici si interroga sul destino del suo scrivere: “E anche tu, poesia mia, morirai sicuramente,/ eppure scriverò/ e possa tu vivere anche solo un po’/ dopo di me”.
Questa antologia presenta parecchi pregi da attribuire al lavoro dei curatori. Ci rende consapevoli che anche il popolo palestinese possiede una letteratura significativa. Dà notizia degli autori e della loro bibliografia oltre che biografia, invogliando perciò ad acquisirne una conoscenza più puntuale. Mette in rilievo il profondo attaccamento di questi intellettuali letterati nei confronti del territorio nei quali vivono o hanno vissuto. Nell’introduzione riportano una domanda che Edward Said fece ad Amos Oz e cioè se ricordava il nome di un filosofo e scrittore arabo o palestinese. Questi ammise di non saperlo. Se anche a noi venisse posto lo stesso quesito anche noi, forse, daremmo la stessa risposta . Conferma del fatto che del popolo palestinese si tende ad ignorare o sottovalutare ogni aspetto culturale o letterario contribuendo in tal modo a darne l’immagine di un non popolo. Anche la cruda elencazione di dati relativi a bombardamenti, morti ( citati col loro nome perché non diventino semplici numeri) e distruzioni contribuisce insieme alle poesie a farci comprendere meglio la tragedia di questo popolo.
Il testo propone diversi scritti su questa guerra: poesie composte a Gaza da autori che sono in quello spazio infernale, altre di poeti che, pur non diretti testimoni, sentono l‘impellente necessità di manifestare al mondo l’atrocità di ciò che sta avvenendo; e infine due brani in prosa : il primo è una lettera di Chris Hedges dedicata ad uno dei poeti morti sotto i bombardamenti israeliani a Gaza, il secondo è l’intervento di Susan Abulhawa all’assemblea dell’associazione studentesca Oxford Union.
L’ aspetto che colpisce dopo una prima lettura è dato dalla spontaneità di tutti i testi.
Quelli dei poeti che continuano a vivere a Gaza sono poesie scritte di getto; sono molto intense emotivamente. Sono composizioni di vario genere ma tutte riportano il senso di morte che incombe su di loro. Pur nella varietà dei contenuti in tutte è presente il richiamo al “suono” dei bombardamenti, a quello che deve essere “filtrato” dalla madre per il suo bambino, al “fragore” del tradimento. Pur senza togliere valore a nessuna di esse mi sembra importante ricordare “La tenda è un corpo fragile” di Yousef Elqedra perché fa presente che nella precarietà un debole riparo come lo è una tenda non può resistere (“la tenda non è una casa, è una promessa d’attesa”), resiste solo la memoria, l’unico elemento che ci permette di sopravvivere alle sopraffazioni e alle violenze di altri esseri umani su di noi. Ugualmente significativa è la poesia di Refaat Alareer “Se devo morire”, da intendersi come testamento spirituale: lascia alle future generazioni la speranza di poter assaporare la libertà e si augura che la sua morte sia una “storia” da poter essere raccontata agli altri.
Si rimane costernati al sapere che due di questi autori, la poeta Heba Abu Nada e il poeta Refaat Alareer, sono rimasti uccisi durante i bombardamenti e forse quest’ultimo a causa di un raid aereo mirato, quasi a volerlo punire per la sua poesia “Se devo morire” pubblicata in rete.
Intensa anche l’ampia proposta di scritti di Haidar al-Ghazali. Sono testi profondamente meditati, colpisce il fatto che questo scrittore abbia ancora la forza di scrivere a Gaza ogni giorno “versi che sanguinano”. Mi sembra importante riflettere sulla poesia che esprime la crudezza degli effetti della guerra che il tempo non potrà cancellare: “La bambina il cui padre è stato ucciso/ mentre portava un sacco di farina/ sulla schiena/ continuerà a gustare/ il sangue di suo padre / in ogni pane”.
La poeta Dareen Tatour, nata in una città araba in Israele, è stata addirittura condannata qualche anno fa perché una delle sue poesie è stata ritenuta istigatrice alla violenza terroristica. Si è messo perfino in dubbio che i suoi testi potessero essere ritenuti poetici.
La denuncia delle atrocità che vengono commesse contro i palestinesi fatta dalla professoressa Susan Abulhawa lascia senza respiro e riporta alla memoria la prima poesia proposta in questa antologia: l’autore chiama alla vergogna chi in tempo di guerra riesce ancora a sorridere, ad avere un sonno tranquillo, a poter usufruire dell’acqua pulita o anche solo dell’acqua, a potersi bere una tazza di caffè.
Noi ci meravigliamo di come i tedeschi dopo la decisione nazista della “soluzione finale” abbiano potuto sopportare, pur sapendo, quanto stava avvenendo senza ribellarsi o fare poco per impedirlo. Una colpa che la storia non dimenticherà mai. La medesima colpa che ci verrà attribuita dalle generazioni future quando considereranno che pur sapendo cosa gli israeliani stanno compiendo nei confronti dei palestinesi, non riusciamo a contrastare a sufficienza la volontà dei potenti della terra e magari ci beviamo tranquilli una tazza di caffè davanti alle immagini atroci trasmesse dai telegiornali, che nascondono per altro gran parte della verità.
Per concludere ritengo significativo ed esemplare che parte del ricavato della vendita del testo sia devoluto ad Emercency per le sue attività di assistenza nella striscia di Gaza.
Raffaele Taddeo
29-08-2025
