Il muro – De Filippo

1.

Non c’è nessuno qui intorno: i grandi studiano nelle loro aule, gli altri sono impegnati a piegare le magliette e i vestiti, ma i miei due compagni dove sono? Dove sono Kalye e Dawit? Non sento le loro voci e non sento nemmeno la tosse di Dawit: quella tosse non gli passa mai! Cammino da sola, vado verso il pozzo; mi piace sedermi vicino al pozzo, c’è silenzio, si sente solo il vento fra gli alberi e qualche volta il vento fa muovere l’acqua: “Senti l’acqua, Mahalit”, diceva la maestra italiana, “senti come ti parla?” Aveva ragione, se impariamo ad ascoltare, tutto ci parla. I sassi più grossi sotto i piedi mi dicono che mi sto avvicinando al pozzo, nel sentiero non c’è più l’erba e fra un attimo toccherò il muro: il muro caldo del pozzo. “Senti com’è ancora caldo, Mahalit, toccalo. È il sole di tutto il giorno che gli ha lasciato il suo calore, a volte è ancora tiepido la sera, dopo la cena.” “Davvero maestra? Anche la sera?!” Era diventato il nostro luogo di appuntamento: qui vicino al pozzo, lei ci riuniva, ci faceva venire qui noi bambini della classe preparatoria. “Venite qui”, diceva, “la bouganville ci protegge dall’ultimo sole della giornata, ci protegge dal vento delle montagne, e il muro trattiene ancora un po’ di calore.” Quante cose ci siamo raccontati qui, seduti intorno al pozzo, con le mani appoggiate sul muro, per godere dell’ultimo tepore. È stato qui, una sera, che ho raccontato della zia, della zia che faceva quello strano lavoro. Eccomi, sono arrivata; mi siedo qui sui gradini del pozzo, e il muro caldo è dietro, ci appoggio le spalle e sto bene; passa il vento fra le foglie, ma l’acqua non parla ancora. Io ero seduta con la maestra, qui quella sera: c’era Kalye, ma Dawit no, lui era a letto perché aveva la tosse. Lo mandavano a scuola al mattino, e poi, tutti i pomeriggi, dopo la scuola, lo mandavano a letto. La maestra disse: “Cosa facevi, Kalye, prima di venire qui?” ed io mi sono preoccupata: “Cosa le dirò, se lo chiede anche a me?” Ma Kalye ha risposto subito: “Io andavo a scuola”, ha detto “facevo già la terza e a scuola ero brava, mi piaceva moltissimo. Poi mi è venuta quella febbre, è durata due giorni e poi non ci vedevo più.” La ascoltavamo io e la maestra e lei continuò: “Io piangevo sempre, perché volevo andare a scuola. Sapevo che c’era una scuola per bambini ciechi, la mia maestra, la signora Aster ce lo aveva detto. Ci aveva detto che in quella scuola per ciechi lavorava una sua nipote, per questo la conosceva così bene.” Ah, è Alemnesh, ricordo di aver pensato. È buona Alemnesh, ci accompagna a letto la sera, ci aiuta a vestirci al mattino e la notte dorme con noi. “Io piangevo e piangevo”, diceva Kalye, “pregavo la mamma di portarmi a quella scuola, ma lei diceva di no, diceva che io ero impazzita. I ciechi non vanno a scuola, diceva, forse vanno nelle chiese, ma i maschi, e tu sei una bambina, dunque tu starai con me. Non sapevo come fare e piangevo e la mamma mi diceva di non piangere altrimenti gli occhi si sarebbero ammalati di più e forse me li avrebbero tolti. Io pensavo che tanto non mi servivano più, e invece mi sarebbe tanto piaciuto tornare a scuola.” Io ascoltavo Kalye e anche la maestra italiana l’ascoltava. Kalye parla inglese meglio di tutti, nella nostra classe, perché lei era in terza, ma qualche volta confonde un po’ le parole e parla un po’ inglese e un po’ amarico: la maestra ride, ma capisce. Io, mentre Kalye parlava, mi stringevo al muro, mi faceva piacere sentire il calore dietro la schiena, mi sentivo protetta, era come un abbraccio. No, la maestra non mi chiederà niente, pensavo, finché Kalye continua a parlare sono salva, poi suonerà la campana della cena. Poi Kalye raccontò che la signora Aster venne a trovarla a casa e ci pensò lei a convincere la mamma. “Che gioia” disse, “come ero felice. Ho imparato già tante cose, vero maestra? Forse a gennaio mi manderanno in prima… chi sa quando potrò ritornare in terza!” La maestra non disse niente, ma io sapevo che, per lei, Kalye avrebbe già potuto andare in prima e poi dopo qualche mese anche in seconda, perché era brava, ma gli altri maestri dicevano sempre di no, sempre di no. “Comunque io sto bene nella classe preparatoria,” aveva detto Kalye, e mentre parlava, è suonata la campana per la cena. Ci siamo mosse insieme io, Kalye e la maestra. Lei ci ha insegnato a seguire il filo di ferro che limita da destra il sentiero; ci ha insegnato anche ad usare il bastone, per esplorare lo spazio: quello che ha lei è lungo, ma i nostri, quelli che ci ha portato dall’Italia, sono più corti e sottili, sono adatti per noi, ce lo ha spiegato lei. Ora camminiamo bene anche negli spazi più grandi e quella sera raggiungemmo facilmente il nostro refettorio. Ero contenta, perché, anche per quella volta, non avevo dovuto parlare della mia vita con la zia. Era bello quando c’era la maestra italiana: in classe ci divertivamo moltissimo; ci insegnava l’inglese, le canzoni, e ci faceva muovere con il ritmo della musica. Noi siamo brave, io e Kalye, ma Dawit ha tante difficoltà: non si orienta ancora, eppure è qui da settembre, come noi, ed è già marzo, e poi ha sempre quella tosse… La maestra italiana è partita a dicembre; non ci ha detto quando, ma ci ha detto che tornerà. I grandi e le grandi dicono che tornerà sicuramente. Viene sempre nei giorni vicini alla pasqua; dunque non manca molto, forse un mese, forse un po’ di più. Mentre passo le dita sulle crepe del muro, ascolto l’acqua: il pozzo è coperto solo da una rete e l’acqua si può sentire quando c’è il vento. io vedo ancora un po’: vedo le foglie della bouganville, vedo il cielo e alcuni colori. in casa so fare tutto: preparavo il caffè per la zia e per i signori che venivano da lei; so lavare e pulire il pavimento; Kalye invece non sa fare niente, lei andava solo a scuola e faceva i compiti; ha tre sorelle grandi che aiutano la sua mamma. Chi sa quanto manca all’ora di cena, speriamo che sia ancora presto, perché mi piace così tanto stare qui. Sta arrivando qualcuno, però, sento dei passi, non distinguo chi può essere, ma sento il rumore di uno dei nostri bastoni, forse è Kalye. Mi sposto lentamente verso la bouganville e aspetto.

2.

Io non so proprio dove sia Mahalit; l’ho chiamata tante volte, ma non mi ha risposto e alla fine Ieshi e Misratch mi hanno detto di andarla a cercare al pozzo. “Vedrai che è là”, mi hanno detto, “sta sempre appiccicata a quel muro!” Lo so, a lei piace tanto stare vicino al pozzo e anche a me. Lì ci portava sempre la maestra italiana: ci ha insegnato lei la strada per andarci; ci ha insegnato a muoverci con il bastone, a seguire il sentiero mandando il bastone lentamente da sinistra a destra, ed anche a seguire il filo di ferro che separa il sentiero dal prato dove è troppo alta l’erba ed è meglio non andarci. io e Mahalit siamo brave a camminare da sole, ma Dawit no, lui ha le mani troppo dure, -la maestra dice rigide- e non riesce a tenere il bastone; lei vorrebbe farlo esercitare, ma la direttrice non vuole e non glielo dà. Ma cosa può capire la direttrice… lei ci vede, e vuole saperne più della maestra italiana che non ci vede ed è come noi. Cammino lentamente e penso che forse la maestra italiana tornerà presto: io e Mahalit pensiamo che per Pasqua sarà con noi. Sono veramente tanto contenta, anche se gennaio e febbraio sono già passati e non mi hanno mandata nemmeno in prima. Pazienza, forse l’anno prossimo mi manderanno direttamente in seconda, l’ho sentito dire dalla maestra Hawelte. La maestra Hawelte piaceva alla maestra italiana, spesso le sentivo chiacchierare, ma non capivo bene cosa dicessero. Io me la cavo bene con l’inglese, ma quando parlano i grandi è troppo difficile. Con Mahalit invece parlo inglese, quando siamo da sole, così lei impara meglio. Povera Mahalit! quanto ha pianto quella sera… la maestra ci aveva detto di andare con lei al pozzo: “Venite, c’è ancora il sole, ma staremo sotto la bouganville e ci appoggeremo al muro. È una delle ultime sere in cui sono qui con voi, dunque approfittiamone!” Eravamo sedute sui gradini e ci appoggiavamo al muro: il muro era caldo, come sempre, ma io non mi ci appoggio volentieri, perché ho paura che escano le formiche. Anche se Mahalit dice di no, dice che le formiche non ci sono, ma io ho paura ugualmente. Il muro è caldo, un po’ sgretolato, qualche filo d’erba esce fra le crepe e mi fa il solletico sul collo: a volte penso che sia una formica, e mi spavento. Quella sera, me lo ricordo, stavo seduta sui gradini, diritta, con la schiena diritta, un po’ lontana dal muro a cui invece si appoggiava Mahalit, quasi lo abbracciava. C’era anche Dawit quella sera e anche lui stava appoggiato al muro. Lui non ha paura delle formiche, che in realtà non ci sono; lui dice che il muro gli dà tanto calore e, “forse”, dice, “mi farà passare la tosse.” Lui tocca il muro, come gli dice la maestra, trova i fili d’erba e prova anche a contarli, ma arriva solo fino a dieci, poi non sa andare avanti.
La maestra ci diceva che certo, sarebbe partita presto, “ma tornerò”, disse, “tornerò e continueremo le nostre attività in classe e nel pomeriggio. Cosa vi piacerebbe fare quando tornerò?” Io le dissi che ormai sapevo scrivere e mi sarebbe piaciuto inventare una storia, come aveva fatto fare alle ragazze più grandi. Mahalit non rispose, e Dawit disse soltanto: “Io vorrei imparare a leggere, almeno a leggere le parole come fanno gli altri… io vorrei imparare a contare, ma quando ci provo, poi non mi ricordo.” La maestra gli disse che ci voleva pazienza e che la prossima volta si sarebbe dedicata a lui per più tempo. Mahalit non diceva niente. La maestra le rivolse di nuovo la domanda: “Cosa ti piacerebbe fare, la prossima volta, Mahalit?” Lei rispose che avrebbe voluto imparare meglio l’inglese, “so qualcosa, cerco di parlare, ma vorrei migliorare; io sono grande ormai, e devo imparare presto.” Fu allora che la maestra le chiese se avesse saputo dire la sua età e Mahalit disse che aveva dodici anni, forse. “E dunque cosa hai fatto in questi anni? non ci racconti mai niente, Mahalit, perchè non ci racconti niente?” Di Mahalit avevo sentito dire tante cose strane, nel nostro compound, ma non avevo capito mai bene che cosa volessero dire certe parole. A Mahalit non chiedevo niente: io parlo tanto volentieri della mia famiglia, delle mie sorelle grandi e della mia mamma che ora viene a trovarmi e mi dice che davvero avevo ragione, quando insistevo per venire in questa scuola. Mahalit dice che non ha la mamma, ma ha solo una zia. Quella sera disse: ” Io non so cosa dire, maestra, la mia casa non so dov’è, e nemmeno la mia mamma so dov’è; stavo con la zia.” La maestra ascoltava, e anch’io ascoltavo; seduto un po’ in disparte, Dawit contava i fili d’erba: ascoltava? forse, ma non lo so. “E cosa facevi nella casa della zia?” E Mahalit non rispose; la sentivo respirare, la sentivo che si muoveva e si attaccava al muro sempre di più. – “La zia non vuole che lo dica”,- disse, – “mi ha detto che devo dire che andavo a scuola, ma non è vero”.- Anche la maestra era appoggiata al muro, e ci abbracciò tutte e due: con un braccio stringeva me, con l’altro lei. “E invece tu vorresti dire la verità?” le chiese e Mahalit disse di sì. Cammino lentamente, forse Mahalit è là vicino al muro, forse sta piangendo, come quella sera. devo trovarla. cammino e mi ricordo come piangeva quella sera. “Non piangere, Mahalit”,- le disse la maestra- “se non vuoi, puoi non raccontarci niente, ma non piangere.” E Mahalit disse quelle parole che lasciarono in silenzio anche la maestra: ” Io lavoravo per la zia, lavoravo tutte le notti.” ed io, che non avevo capito, dissi, “di notte? cosa facevi?” la maestra si strinse di più vicino a lei: “Non piangere, Mahalit; non preoccuparti, ce lo racconterai un’altra volta.” Ma lei continuò a parlare. Un po’ parlava, un po’ piangeva. ” la notte venivano dei signori, io aprivo la porta e li facevo entrare dalla zia; poi quando la zia voleva, mi chiamava e mi diceva di preparare il caffè. Io so fare tutto in casa. Di giorno la zia dormiva ed io pulivo, lavavo. impastavo l’injera e preparavo shirew; la sera mangiavamo e poi cominciava il mio lavoro. dormivo nel pomeriggio e, qualche volta anche di notte, se non veniva nessuno.” Io non capivo perché quei signori venivano di notte, ma la maestra lo aveva capito, perchè disse: “Non preoccuparti, Mahalit, per la prossima estate troveremo per te un’altra casa.” Lei disse di sì, disse che la poliziotta che l’aveva portata qui aveva sgridato la zia: “Vergognati”, le aveva detto “sei una puttana!” Sì, ha detto proprio così…bitch, ha detto così! E anche alcuni bianchi che venivano dalla zia, a volte, quando litigavano la chiamavano così! Bitch, dicevano. La poliziotta mi ha detto che per l’estate mi troveranno un’altra casa.” Io non ho capito niente quella sera, e nemmeno ora so bene che mestiere faceva o forse lo fa ancora, la zia di Mahalit, ma comincio a capire che certe brutte cose che si dicono di lei nel compound sono false e che lei soffre così tanto. Le voglio bene, è la mia amica. Ora sono quasi arrivata: la chiamo…”Eccomi, Mahalit, mi vieni incontro?” e lei dice di sì, dice che sta arrivando. Ci sediamo vicino al muro e io cerco di dimenticarmi di quella sera e le chiedo di ripetere i giorni della settimana, in inglese e i mesi dell’anno. E lei comincia: “Monday, tuesday, wednesday…” Brava, è brava, li ha imparati tutti!

3.
Sono uscito dal dormitorio; non voglio più stare a letto, perché questa sera sto bene. Nel pomeriggio è venuta Alemnesh e mi ha messo sotto le ascelle una cosa fredda. “Sta’ fermo”, mi ha detto, non ti muovere per un po’; quando ritornerò ti porterò il latte con il miele. È tornata presto e mi ha tolto quella cosa da sotto le ascelle: che strano! anche questa volta è successo: quando me la mette è fredda, poi si scalda. Alemnesh era contenta: “Molto bene, Dawit”, mi ha detto “ora berrai il latte, poi ti aiuterò a vestirti; ora stai bene.” Mi voleva dare anche una banana, ma io non l’ho voluta. Qui si mangia così tanto e tante volte durante tutta la giornata. Nella chiesa dove stavo io, si mangiava una volta sola, cioè la sera e qualche volta al mattino mi davano il thè. Qui si mangia così tanto: io sono contento, ma non ci sono abituato. Ho camminato un po’ davanti alle porte delle aule, poi è uscita Asneka e mi ha detto: “Dove vuoi andare, Dawit?” E io non le ho saputo rispondere. Mi chiedono tutti tante cose: “Dove vuoi andare, Dawit? Cosa vuoi fare, Dawit? Vuoi che ti aiuti a leggere?” Non so se devo rispondere di sì o di no. Lo voglio chiedere a Kidanu. Kidanu è già in terza ed è bravo. Io mi trovo bene con lui, perché è di un villaggio vicino al mio e parla un po’ come me; veramente lui non parla male come me, ma quando io dico qualcosa lui mi capisce subito. “Non si dice così” mi dice, “così si dice da noi, ma in amarico non si può dire così.” Kidanu oggi però, non è venuto a chiedermi se volevo leggere con lui, forse non sa che sono alzato, forse pensa che io sia ancora a letto. E Asneka mi ha chiesto: “Dunque Dawit, sono appena le cinque, manca più di un’ora alla cena, cosa vuoi fare?” Asneka è grande, non so in che classe sia, ma è grande; io cerco di parlare bene, quando le rispondo: “Voglio trovare i miei compagni di classe….Kalye e Mahalit…o anche Yalew…dove sono?” Asneka mi prende per mano e mi fa camminare: com’è grande questa scuola! Io sono qui da tanto tempo, mi dicono che sono qui da cinque mesi. La mia classe la riconosco, ed anche il dormitorio, ma mentre cerco di andarci da solo, per esempio in classe, mi perdo sempre. Mi perdo perché ci sono due strade grandi, e in mezzo c’è qualcosa che non so cosa sia. Asneka mi dà la mano; lei ha il bastone e mi dice: “Ora sta attento, Dawit.” Cammina con questo bastone, ed io ti indicherò dove devi andare. Tu sei abbastanza alto, quasi come me, dunque puoi farcela.” Ma lei crede che i maestri mi abbiano insegnato ad usare il bastone, e invece non è così. Glielo dico e lei sospira. “Davvero non te lo fanno usare? E perché?” Io non le dico quello che mi hanno detto i maestri, perché mi vergogno. Sono grande, sono alto e non so fare niente. Asneka mi accompagna davanti alla porta della mia classe, ma dentro non c’è nessuno. Le chiedo di lasciarmi qui, perché c’è un sedile di pietra proprio vicino alla porta ed io starò seduto lì ad aspettare l’ora di cena. Lei se n’è andata; “io vado a studiare”, mi ha detto, ma prima di allontanarsi è entrata nell’aula ed è uscita con un foglio in mano, ne ho sentito bene il rumore. Me lo ha messo tra le mani e mi ha detto: “Leggi Dawit, leggi così diventi bravo.” E se n’è andata.
Cerco di riconoscere le lettere. Forse c’è una b o una l, non lo so. Forse c’è una c, ah sì è una c, poi a poi l e poi l c’è scritto call, ora me lo ricordo, leggevamo queste parole con la maestra italiana. Call vuol dire chiamare. E la maestra diceva: “Call vuol dire chiamare, dunque Dawit chiama Kalye…” E io chiamavo Kalye e lei mi rispondeva. E la maestra: “Dov’è Kalye? Dietro a te, davanti a te, o di fianco?” E per me era così difficile all’inizio, ma dopo no, dopo ho imparato tutte queste parole: davanti dietro, di fianco in alto e in basso; lo so dire in inglese e in amarico. Anche la maestra italiana ce lo diceva in amarico e noi ridevamo, ridevamo così tanto, per come lei pronunciava. All’inizio veramente io non ridevo, anzi stavo zitto, e mi coprivo la bocca con le mani, perché avevo paura di lei. Ma Kalye e Mahalit ridevano e allora rideva anche la maestra, così ho capito che non mi avrebbe rimproverato se avessi riso anch’io. Ora sto qui seduto, vicino alla mia aula che è vuota. In lontananza sento le voci dei miei compagni più grandi: Yalew sta ridendo con Yamlaksera che gli fa sempre il solletico; Yemisratch invece sta ripetendo l’alfabeto con Yeshi che è molto brava ed è già andata in prima. anche Yemisratch andrà presto in prima, perchè lei è qui già da molto tempo, forse un anno e la maestra Hawelte dice che è diventata brava. Quando diventerò bravo io? Quanto tempo ci vorrà? Quando sono arrivato qui, c’erano già Kalye e Mahalit e c’era già anche la maestra italiana. Io non capivo chi fosse quella signora che parlava solo inglese e, qualche volta, parlava anche in un altro modo. Sono arrivato qui di sera, me lo ricordo; abbiamo camminato tanto a piedi, io e il poliziotto; lui mi diceva: “Cammina Dawit, cammina perché sta arrivando la notte e non possiamo dormire per strada.” Poi siamo arrivati vicino alla strada grande, “Eccoci all’asfalto”, ha detto lui “ora prenderemo un autobus e ti accompagnerò a scuola.” Io non capivo proprio niente ed ora, ripensandoci, ora che so tutto, veramente mi chiedo come sarò sembrato strano ai miei compagni. La prima sera continuavo a chiedere in che chiesa eravamo, perché io sono sempre andato in una chiesa e stavo lì tutto il giorno, spesso anche la notte, quando lo zio non veniva a prendermi. Poi dopo la cena Kidanu mi ha detto: “Senti Dawit, cerca di starmi a sentire. Non è una chiesa questa, è una scuola, una scuola dove noi studiamo e abitiamo. Noi siamo i piccoli e andiamo alle elementari, poi ci sono i grandi che vanno già alle superiori. Tu domani andrai nella tua classe e ci sarà la maestra Hawelte, e il maestro Mulu, ma poi ci sarà anche un’altra maestra, la maestra italiana. Vedrai che con lei ti divertirai moltissimo! E imparerai l’inglese.” Kidanu me lo aveva detto sottovoce, mentre mi aiutava a spogliarmi per andare a letto; me lo aveva detto nel modo come parliamo noi, al villaggio, e io avevo capito quasi tutto. Sì, solo quella storia di quella tale maestra…no quella non l’avevo capito. Ora invece so tutto: la maestra italiana viene da un altro posto lontano; parla inglese perché noi non sappiamo la sua lingua, ma parla anche un po’ di amarico, e ci fa tanto ridere. Ci insegna molte cose, ma soprattutto ci ha insegnato a camminare nel compound, e a toccare gli alberi, le foglie, i muri: “Questo è il muro del dormitorio”, ci diceva “questo è il muro della vostra aula, e questo è il muro del pozzo, sentite com’è ancora caldo.” Ci portava spesso vicino al pozzo: c’incamminavamo dietro di lei; Mahalit e Kalye avevano i loro bastoni, io no, perché la direttrice diceva che era troppo presto per me. La maestra italiana allora mi dava il suo: “Prendilo, Dawit, usalo qui, ti insegnerò come fare. Tu sei abbastanza alto e puoi usarlo, mentre le bambine hanno bisogno di uno più corto. Seguivo il bordo del sentiero, aggiravo i sassi troppo grandi sulla stradicciola, e finalmente, muovendo il bastone come diceva lei, trovavo i gradini del pozzo. Che gioia quando li trovai da solo, per la prima volta! Lei era contenta, mi strinse la mano e mi disse: “Bravo Dawit, vedrai che così come hai imparato questo, imparerai molto altro.” Io ci provavo, tutti i giorni leggevo con lei, ma ora se n’è andata e gli altri maestri non mi dedicano così tanto tempo. Sto pensando che davvero non posso capire perché se ne sia andata. Sedersi con lei vicino al pozzo era molto bello: vorrei andarci anche questa sera, ma penso di non farcela. Dovrei camminare verso…verso…destra sì destra e poi, seguire il muro della biblioteca dei grandi e raggiungere il sentiero che comincia con un po’ di erba e di sassi. Se avessi il coraggio, ci andrei e forse troverei anche Mahalit e Kalye; sarebbe bello chiacchierare un po’ con loro. Se tu fossi qui maestra! Sarebbe bello andarci insieme: con una mano nella tua e con l’altra il bastone. “Coraggio Dawit, mi dicevi, maestra, ora tu hai il bastone, tu segui il bordo; ora mi accompagni tu, perché io non ho il bastone e devo seguirti e stare attenta ai tuoi movimenti.” Ti ho accompagnata per due volte, maestra, e poi ci siamo seduti sui gradini. Il muro del pozzo era ancora caldo, io cercavo l’erba e contavo i fili. Una sera le bambine non c’erano e noi siamo andati da soli, tu ed io: io con un bastone che tu avevi preso, senza dire niente a nessuno, nella stanza dei maestri, e tu con il tuo. Siamo arrivati, è stata proprio quella sera che tu mi hai detto che presto te ne saresti andata. Lem, memher?  – ti ho chiesto e l’ho detto in amarico, poi ho cercato di dirtelo in inglese: “Perché maestra?”, ma tu avevi già capito e mi hai detto, parlando molto lentamente: “Devo tornare a casa mia, in Italia, ma fra qualche mese ritornerò.” E io non ti ho chiesto cosa volesse dire – fra qualche mese – ma adesso lo so, perché me lo ha spiegato Kidanu. Quella sera io ti ho soltanto detto, e ho cercato di dirlo proprio bene,  maestra, non andare via; io ora ho imparato che questa è una scuola e non una chiesa; io ora ho imparato che tu ci insegni l’inglese e qualche volta dici alcune parole in italiano che è la tua lingua, come la nostra è l’amarico. Ho imparato così tante cose…se stai qui imparerò a camminare da solo.” Ci tenevo tanto a dirglielo e ancora, ripensandoci, mi dispiace non aver imparato. sono un po’ triste, vorrei trovare le mie compagne. Mi alzo, e cerco il muro dell’ aula. L’ho trovato, non è caldo come il sedile di pietra su cui stavo prima, ed è molto ruvido, ma non ci sono i fili d’erba come in quello del pozzo. Seguo il muro, cammino e giro a destra; poi ecco trovo la porta del dormitorio. Sento la voce di Hageru e di Bimarew: loro sono grandi, potrei chiedere a loro di accompagnarmi al pozzo a cercare le bambine. Ma no, loro riderebbero: “Cosa vai a fare al pozzo, Dawit? Siediti in classe e leggi che è meglio!” Loro non sanno delle nostre chiacchierate con la maestra; loro non sanno degli esercizi con il bastone. No, vado avanti, vado da solo. Il muro del dormitorio è pieno di piccole pietre appuntite che mi fanno male alle dita e non è caldo: è freddo e ruvido. Io lo seguo e poi… è finito, non c’è più niente, c’è il vuoto. Ma dov’è il muro della biblioteca dei ragazzi più grandi? Perché non lo trovo? E io dove vado? Cerco il sentiero con i piedi; li trascino per sentire se c’è l’erba, ma non c’è. Poi mi metto in ascolto: non sento nessuna voce. Dove sarà il sentiero? Mi sono perso. Niente, non ci arriverò da solo. Non ho imparato. Allora forse il maestro Mulu ha ragione: “Dawit, ma proprio non capisci? Dawit, ma non mi ascolti quando parlo. Dawit, così non andrai mai avanti!” Hanno ragione loro, io non imparerò mai né a leggere, né a scrivere, né a camminare da solo. Faccio qualche altro passo: ora comincia una discesa. Ho paura, non voglio andare avanti; non sento nessuna voce; forse ho sbagliato direzione. Mi sono perso. Mi siedo per terra. Anche il terreno è un po’ caldo, ma non come il muro del pozzo e poi non c’è l’erba. Mi siedo e aspetto. Se ci fosse la maestra italiana, forse sentirei il ticchettio del suo bastone e il suono della sua voce, mentre parla con le bambine: forse potrei chiamarla, e lei verrebbe; lei mi troverebbe; ma lei non c’è. Se ci fosse, se apparisse improvvisamente, sarebbe un miracolo. Me lo dicevano sempre in chiesa: “Dio può fare il miracolo.” Certo, può fare il miracolo, può rimandarmi qui la maestra, ma dovrei essere molto buono, molto bravo, e io invece non sono bravo: infatti mi sono perso. “Non stai attento, Dawit”, dice il maestro Mulu, “Dawit non ti impegni abbastanza”, dice la direttrice. Potrei alzarmi in piedi, ma in questa direzione non posso andare: la discesa mi fa paura e poi non so cosa ci sia alla fine della discesa. Potrei andare verso destra, forse troverei il muro della biblioteca: non è caldo come quello del pozzo, ma nemmeno pieno di pietre sporgenti come quello del dormitorio. Il muro della biblioteca è liscio, potrei trovarlo, appoggiarmi là e forse starei meglio. Ci provo, ma non trovo niente: solo il vuoto, c’è così tanto spazio. Sento il suono della campana: è l’ora di cena. Verranno a prendermi o no? Se Kidanu non mi trova al nostro tavolo, avvertirà Alemnesh e lei verrà, ma se verrà la direttrice, allora mi sgriderà molto. “Perché sei venuto qui, Dawit? Chi ti ha dato il permesso di venire qui? E guarda ti sei sporcato i pantaloni, sono pieni di polvere e fango!” Eccola infatti, è proprio lei, e mi sta sgridando: “Vieni a cena dunque”, sta dicendo “e poi dopo la cena, subito a letto. Guarda come sei sporco… ma proprio non capisci niente!” E io cammino vicino a lei e penso che no, nemmeno questa volta ci sono riuscito; nemmeno questa volta sono arrivato da solo, a toccare il muro del pozzo. “Mi dispiace, maestra, non ho imparato.”