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Il Piccolo – Trieste – 1

Stanišić, le sfaccettature di una realtà difficile

Esce il terzo volumetto di racconti di Božidar  Stanišić   , «Bon voyage» (nuovadimensione, Portogruaro, con la prefazione di Paolo Rumiz), a dieci anni di distanza dalla sua prima raccolta di prose, «I buchi neri di Sarajevo» (MGS Press, Trieste 1993). Nel frattempo l’autore bosniaco, esule nella nostra regione dal 1992, ha pubblicato tre raccolte poetiche, «Primavera a Zugliano», «Non-Poesie», «Metamorfosi di finestre», e un secondo volume in prosa, «Tre racconti», tutti editi dall’Associazione-Centro di accoglienza «Ernesto Balducci» di Zugliano, la località vicina a Udine, dove Bozidar vive con la sua famiglia. Numerose sono poi le prose, gli articoli e gli interventi di questo intellettuale, sparsi in raccolte collettive e periodici locali e nazionali.
Anche valutata solamente con criteri quantitativi, si tratta di una produzione letteraria e critica di tutto rispetto per uno straniero, un profugo, che in questi anni ha appreso un’altra lingua e un altro mestiere (in Bosnia insegnava lettere in un liceo, con competenze certo non facilmente spendibili in un altro paese) e si è inserito nel tessuto sociale e culturale della nostra regione, partecipando a innumerevoli dibattiti e iniziative in difesa della pace, della convivenza, della tolleranza e dell’integrazione culturale.
In questo ultimo libro, che contiene due racconti, «Bon voyage» appunto e «Il giardino australiano di Mr O’ Brien», ritroviamo molti dei tratti caratteristici della sua poesia, intensamente lirica, ma anche sperimentale e impegnata, assieme ai tradizionali elementi portanti della narrativa di tradizione realistica: personaggi psicologicamente e socialmente motivati in un’ambientazione temporale e spaziale precisa, «oggi e qui».
È proprio l’irrompere del tragicooggiche in queste storie sradica i personaggi e li mette di fronte a se stessi, a una scelta etica o a un problema psicologico, in cui non possiamo non rilevare una forte connotazione autobiografica, un impatto emotivo, un’intensa partecipazione dell’autore.
E tuttavia questi riesce a evitare la trappola del patetismo, mantenendo anzi sempre la distanza da se stesso, da quei personaggi e da quegli eventi che hanno certo segnato pesantemente anche lui, servendosi spesso della modalità dell’ironia e dell’autoironia (già fortemente presente nelle sue non-poesie) e soprattutto frapponendo fra l’io narrante e la storia che racconta tutta una serie di narratori, più o meno obiettivi, che, come filtri fotografici, «colorano» con le loro varie personalità la vicenda, dandone nello stesso tempo interpretazioni e giudizi diversi.
Non si può non pensare a un illustre modello, molto vicino e molto amato da Stanisic, lo scrittore premio Nobel Ivo Andric, che struttura appunto un suo celebre romanzo breve, «Il cortile maledetto» (in una più recente traduzione «La corte del diavolo»), come narrazione di narrazioni orali che ci vengono trasmesse da diversi testimoni parziali, per confluire poi in un unico affresco con un messaggio etico molto forte.
Certo quella di Stanišić    non è narrativa di evasione. I temi sono difficili e dolorosi e lo stile è spesso «appesantito» da incisi, alternanze di toni lirici e triviali, richiami intertestuali. Ma è proprio questa complessità di lettura che alla fine ci rende consapevoli di tutte le sfaccettature della realtà, e ci dà anche la coscienza che stiamo leggendo «letteratura»: non semplicistici bozzetti in bianco e nero, ma strutture letterarie articolate e polifunzionali, e, come la sua poesia, testi stratificati e contradditori, che a ogni lettura svelano nuovi significati e problemi più profondi, con le funzioni etiche e sociali della letteratura impegnata e civile, ma anche quelle estetiche e sperimentali della letteratura «in quanto tale».
Con questa ultima fatica Božidar  Stanišić    assume quindi un posto preminente fra le personalità letterarie provenienti da un altro paese e residenti in Italia, non solo all’interno di una letteratura che rappresenta ormai un fenomeno cospicuo e che è talora definita, in modo sbrigativo e limitativo, «letteratura dell’immigrazione», ma all’interno di tutta la nostra letteratura, che si va aprendo a nuove problematiche e a nuove sperimentazioni.

Alice Parmeggiani 

29 gennaio 2004 

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El Ghibli

El Ghibli è un vento che soffia dal deserto, caldo e secco. E' il vento dei nomadi, del viaggio e della migranza, il vento che accompagna e asciuga la parola errante. La parola impalpabile e vorticante, che è ovunque e da nessuna parte, parola di tutti e di nessuno, parola contaminata e condivisa.