Il ristorante dell’amore ritrovato

Ito Ogawa
Il ristorante dell’amore ritrovato
Neri Pozza      2010

Paola zoppi

Quando rientra a casa, dopo una giornata di lavoro al ristorante turco, Ringo perde del tutto la voce.
Lo shock nel ritrovare solo le quattro mura imbiancate, la spiazza totalmente. Tutto è sparito, la sua vita, il suo fidanzato indiano con la pelle che odora di spezie, il denaro nascosto, i suoi amati attrezzi di cucina, il mortaio di epoca Meiji ereditato dalla nonna materna, la casseruola Le Creuset, il coltello italiano regalatole per il suo ventesimo compleanno.
Perchè Ringo ha una grande passione: cucinare. Cucinare non nel senso dello sfamarsi fine a se stesso, ma riuscire, attraverso il cibo, a riaccendere i propri sensi, cercare un po’ di pace, rivitalizzare l’anima, insomma ritrovare se stessi. Così senza pensarci troppo, ancora sulla soglia di casa, prende la sua borsa di paglia e l’amato nukadoko della nonna e decide di tornare nel suo villaggio natale. Ma la vita di Ringo è tutt’altro che semplice. Oltre ad essere stata abbandonata dal suo fidanzato, al villaggio natale l’attende la madre dalla quale è fuggita a quindici anni, in un giorno di primavera, e con la quale i rapporti, con il tempo, si sono congelati.
E non lo smentisce il loro primo incontro. Non solo la madre vorrà indietro i soldi prestati ma Ringo dovrà badare anche al maiale, Hermès, che fino ad allora è vissuto in simbiosi con sua madre. E così dovrà trovarsi un lavoro, ma perchè non aprire un ristorante? Sì, adattare il granaio costruito dallo spasimante di sua madre, Cementino. Con un po’ di fatica e aiutata dall’amabile Kumasan, tuttofare del villaggio, ormai abbandonato dalla moglie argentina, Shinorita, e dalla figlioletta, ecco che il Lumachino prende vita. Simbolo della lentezza che si deve riappropriare dei nostri corpi, mentre mangiamo, assaporando ogni singolo ingrediente e ripescare nei propri ricordi, nei propri desideri la chiave di svolta. Così fa Ringo. Dall’asprezza dei primi tempi, nella quiete di monti che la circondano, supera il suo dolore, con un lungo pianto e riacquista lentamente fiducia in se stessa, ma soprattutto fiducia negli altri.
Il ristorante ammetterà solo una coppia al giorno, per la quale studierà nel dettaglio il menù appropriato, in base ai lineamenti e alla fantasia dei clienti, coppie che non tralasciano colpi di scena, riuscirà a far innamorare due giovani ex compagni di scuola, con una zuppa a base di zucca, carote e mele, soprannominata Zuppa Je t’aime, farà ritrovare il gusto della vita nella Concubina, vestita a lutto da molti anni, smuoverà dalla depressione un piccolo coniglio inappetente, abbandonato lungo la strada, dalla sua famiglia, tanto che la sua cucina sarà considerata “magica”.
La scelta degli ingredienti è quasi un’ode all’Oriente e non solo, all’insegna del contemporaneo kilometro 0, ed ecco che il nukazuke di mele, la zuppa in stile samgyetang di pollo ruspante allo shōchū, il sorbetto di yuzu, ilkyey o del Myan mar, polpette di seppia e komatsuna, l’ashi tebichi di Okinawa, il pot au feu francese, ilmaiale in agrodolce all’italiana, il rāmen, il mapo doufu del Sichuan, prendono vita.
Ogni singolo incontro spronerà Ringo a proseguire lungo il suo cammino, il suo dono, la sua abilità in cucina combinata ad una dose di profonda sensibilità avranno il potere di rendere felici le persone, rendendo, così, un po’ felice, anche se stessa. Tuttavia il difficile rapporto con sua madre continua ad essere un relitto arenato. Ed ecco che in una notte, bruscamente, sua madre le rivelerà cose mai sentite prima e la serenità lentamente conquistata, viene compromessa. Ringo smarrisce nuovamente la strada, ma quando sembra non esserci più rimedio, qualcosa capita sempre, e nel ristorante dell’amore ritrovato basterà far riecheggiare la sua voce, perchè tutto riprenda il suo corso.

 

12-07-2010