Il sole non dimentica nessun villaggio

Roberto Camilotti (a cura)
Il sole non dimentica nessun villaggio
Kellermann    2013

Raffaele Taddeo

“La scrittura è un modo attivo di prendere possesso del mondo; potevo diventare onnipotente piuttosto che essere una vittima; scrivere diventò un modo di elaborare, di ordinare, quello che sembrava un caos“, così si esprime Kureishi.  L’importanza della scrittura come fattore di liberazione, di riorganizzazione del mondo è stata sottolineata in un recente convegno tenutosi nel  giugno 2013 per festeggiare il decennale della rivista el-ghibli. E’ pur vero che nel testo IL sole non dimentica nessun villaggio, non si tratta di scritti, ma di interviste, tuttavia l’intenzione di rielaborare un proprio passato, di affidarlo anche verbalmente a chi ne avrebbe poi fatto una stesura scritta rende le interviste, sotto molti aspetti, molto simili a vere e proprie stesure personali.

Non è noto il questionario posto ai migranti intervistati, anche se è abbastanza agevole comprendere che vi è una matrice comune, modificata parzialmente a seconda di come si svolgeva l’intervista. La forte emotività,  che a volte viene segnalata durante lo svolgimento della comunicazione orale, sta a testimoniare il forte impatto che la memoria delle cose mantiene sul presente e sulle condizioni del presente. E’ evidente che si è voluto cercare di comprendere le ragioni della scelta migratoria ed appare quasi generale il fatto che la/le guerre sono una delle cause, se non quella principale che inducono le persone a spostarsi, spesso per non essere vittime certe e non solo potenziali.

Come è pure generale l’incubo provato dai migranti  nel ricordare l’attraversamento del deserto per arrivare in Libia; viene  denunciata la corruzione; l’atteggiamento razzistico dei libici nei confronti delle persone di colore. Ancor più sorprendente è la conferma della notizia che Gheddafi abbia cercato di mettere in difficoltà l’Italia e l’Europa, durante le fasi della guerra civile, mandando via mare un gran numero di profughi, mentre prima si era impegnato a bloccare le partenza di migranti dalle coste libiche. Infatti vengono imbarcate nei mezzi navali di fortuna  persone che non avevano nessuna intenzione di venire in Italia.

Nell’Africa i viaggi sono sempre avventurosi, privi di certezza, e in balia degli imprevisti più strani e i migranti, quando intraprendono un percorso migratorio non sanno assolutamente a quali disavventure vanno incontro.

In genere gli intervistati si soffermano positivamente sull’accoglienza avuta in Italia, ad eccezione dell’ultimo  che invece denuncia tutta una serie di manchevolezze e vessazioni a cui era stato sottoposto,  specialmente perché non si teneva in nessun conto il fatto che la sua religione gli impediva di mangiare cibo, carne, che non fosse trattata secondo i costumi islamici. Né a lui né ed altri mussulmani veniva offerta alternativa, come carne halal oppure pesce. Spesso era anche oggetto di insulti, così che la sua intervista è risultata piuttosto un’invettiva. Intanto è positivo che la si  sia pubblicata ugualmente, senza alcuna remora, inoltre certamente testimonia una situazione che se non è così deficitaria come sostiene Mohamed, certamente emerge qualche pecca non rilevata dagli altri migranti, che forse si sono autocensurati.

Ma proprio la forte denuncia espressa e veicolata attraverso uno scritto può rappresentare per Mohamed (nel caso leggerà o si farà leggere la sua testimonianza) un inizio di liberazione perché come abbiamo visto con Kureishi, la scrittura, il riportare il proprio passato può significare un ricostruire la realtà, un cercare di riannodare le sue fila che molte volte ci scappano via.

 Aprile 2014