Stanza degli ospiti

Improbabile dialogo sulla tolleranza

Personaggi:
– Cisti fornaio
– filosofo
– religioso
– politico

Politico: Io chiedo a voi, cari amici e compartecipi della fatica del governo delle cose pubbliche e preoccupati con me, spero di non essere solo in questo, della sicurezza di tutti i cittadini. E’ ancora possibile oggi parlare di tolleranza? Quando siamo circondati dalla estrema insicurezza e siamo in balia del capriccio del comportamento del primo squilibrato vero o presunto tale. Sì, dico squilibrato perché chi giura fedeltà all’ISIS non può che essere uno squilibrato, anche se in apparenza può sembrare la persona più sensata che ci sia. Nei confronti di costoro non è più possibile parlare di tolleranza. Tolleranza per che cosa? Tolleranza nei confronti di chi? Ma l’intolleranza, che è scontata nei loro confronti e che ragionevolmente tutti condividono, deve estendersi anche nei confronti di coloro che pensano di poter studiare le loro idee, dare un minimo di ascolto a quello che dicono e affermano. Bisogna essere intolleranti anche verso gli amici di costoro, ma che dico, anche verso i loro semplici conoscenti, anche nei confronti di chi professa la stessa religione che oggi può manifestarsi in maniera moderata e pacifica, ma all’improvviso può diventare violenta. Solo praticando un’estrema intolleranza sarà possibile dare sicurezza a tutti i cittadini. Ma la sicurezza di ogni cittadino ormai passa attraverso il controllo di tutti, la sua sicurezza dipende dal grado di controllo che riusciamo ad operare su di lui.

Cisti fornaio: Ma ieri avete affermato pubblicamente che è impossibile prescindere dalla fedeltà ai principi della democrazia e delle libertà istituzionali. Avete aggiunto che le garanzie di libertà e di tutela della privacy di ognuno vanno di pari passo con l’affermazione e la vittoria sulla paura e la stabilizzazione della sicurezza.

Politico: Quello che si dice in pubblico non si può poi praticare per garantire la sicurezza. Ieri dopo la trasmissione, vi è stato un incontro insieme a tecnici e funzionari di polizia per impostare un sistema di controllo di tutti i messaggi e-mail che vengono fatti, di tutti i messaggi che possono essere trasmessi con i cellulari, di tutte le telefonate e il controllo della localizzazione istante per istante di tutte le persone. Sarà così possibile sapere se il comportamento di ognuno è coerente con la sua personalità oppure se vi è qualche deviazione. Abbiamo messo insieme un cospicuo numero di computer che possono svolgere miliardi di operazioni al secondo così da essere sicuri che non si incappi in errori simili a quelli avvenuti recentemente in Francia.

Cisti fornaio: Ma così è stata abolita di fatto ogni libertà, siamo in una situazione peggiore di quella che esisteva ed esiste nelle più grette dittature. E se avessi un registratore digitale e diffondessi le considerazioni che state facendo?

Politico: So che, siete amici e questo non lo fareste. Comunque dichiarerei che è un falso e che la mia voce è stata imitata da qualcuno. Ritornando alle riflessioni che si stavano facendo aggiungo che tutti devono credere di vivere in una reale democrazia-liberale. Oggi, però è solo questo il tipo di democrazia che si riesce a garantire e praticare, quella che possiamo chiamare democrazia controllata. Ma è la sola che può offrire sicurezza, che è poi ciò che viene chiesto da tutti.

Filosofo: Queste misure non sono accettabili e la gente si ribellerebbe se venisse a conoscerle.

Politico: Pensate proprio che la gente possa insorgere se fosse a conoscenza di queste nostre misure? Prima di tutto non crederebbe che si possano attuare simili strumenti di controllo e anche se avesse la sensazione che possa anche esserci un controllo serrato per ciascuno, accetterebbe, dopo un leggero mugugno, il fatto perché la sua sicurezza è ritenuta più importante di ogni altra pratica politica.

Filosofo: Penso che non sia una cosa così semplice da far digerire alla gente, perché se in un primo momento può rimanere sbigottita, poi si organizzerebbe e cercherebbe di ripristinare le libertà democratiche perse. D’altra parte la storia ci insegna che ogni forma di dittatura non è riuscita a durare a lungo. Nessuno tollererebbe per molto tempo una tale situazione. Dalla intolleranza si sta passando alla dittatura. Occorre ripensare al concetto di tolleranza e intolleranza.

Religioso: La tolleranza è una forma di carità, la non tolleranza è contraria ad ogni fede religiosa.

Filosofo: Non può parlarmi lei di tolleranza, quando per secoli avete mandato al rogo eretici, presunte streghe, apostati. Avete inflitto pene corporali a chi lievemente si discostava dalla fede e dalle credenze da voi predicate.

Religioso: Abbiamo avuto un Concilio Vaticano II che ha riportato al centro l’insondabile volontà di Dio nel suo piano di salvezza per ciascuno e proprio per questo è entrata la consapevolezza della necessità della tolleranza perché nessuno può essere certo che l’ordine di salvezza di ciascuno sia univoco e che la strada sia unica.

Cisti fornaio: Dal Concilio ad oggi sono passati appena 50 anni, un nulla direbbe Dante, neppure un battito di ciglia rispetto all’eternità, ma forse anche rispetto al tempo della storia dell’uomo, mentre per secoli, quasi metà del tempo di esistenza della Chiesa, l’intolleranza verso chi non si chinava alle confessioni di fede da voi predicate, era totale. E ancora, il papa precedente all’attuale, metteva in discredito ogni verità filosofica che non fosse riconducibile a quella del cristianesimo cattolico, unica religione, a suo parere, a detenere il bandolo della verità. Siamo ancora una volta di fronte ad una affermazione di intolleranza che non sfocia in manifestazioni discriminatorie per ragioni di Stato vaticana.

Poliico: Ma lei che mestiere fa?

Cisti fornaio: Faccio il panettiere, ma ho preso una laurea in materie letterarie e quindi mi intendo di filosofia e come ogni intellettuale sono attento ai fatti culturali che avvengono. Se faccio il panettiere è perché al giorno d’oggi sono pochi quelli che riescono a lavorare utilizzando i propri studi. Comunque non è della mia vita privata che è opportuno parlare, ma del concetto e valore della tolleranza che viene messa in serio dubbio sia sul piano teorico, ma anche sul piano pratico. Sul piano teorico perché la tolleranza sembrerebbe comunque una prevaricazione, un concetto utilizzato solo da una certa classe sociale che proprio a partire dalla tolleranza cercherebbe di affermare la propria supremazia anche e non solo culturale. Sul piano pratico però, il rischio dell’intolleranza è ancora più pericoloso e strisciante e può manifestarsi anche con violenza, razzismo e xenofobia.

Filosofo: In effetti in quest’ultimo secolo il concetto di tolleranza è stato posto a serrate critiche. Già lo stesso Locke, qualche secolo fa, nella sua lettera sulla tolleranza si contraddiceva quando affermava che se per tutte le differenze religiose bisognava essere tolleranti , non così era da farsi per i miscredenti e gli atei. Tolleranti quindi per tutti coloro che avevano idee religiose diverse, ma intolleranti nei confronti degli atei.

Religioso: Ma non in quanto atei, è intuibile da quella lettera, ma perché l’ateo è infingardo, amorale, fedifrago e perciò pernicioso al vivere civile.

Filosofo: Vedo che lei, ha letto anche Locke, ma la verità è che la tolleranza ha avuto come campo d’applicazione essenzialmente la religione. Tutti i trattati, che si sono interessati di tolleranza, lo hanno fatto a partire dal fatto religioso e dalla consapevolezza che sul piano storico l’intolleranza si è manifestata sempre e comunque sul piano religioso. Voltaire nel suo trattato sulla tolleranza cerca di dimostrare che sia i greci che i romani furono essenzialmente tolleranti nella loro pratica politica e di vita e che è un falso storico l’ipotesi della persecuzione dei romani nei confronti dei cristiani. Chi perseguitava i cristiani erano gli ebrei che non accettavano un fatto religioso che metteva in discussione la loro storia tutta religiosa. Da oltre un millennio le principali guerre sono state guerre di religione. Forse ancora oggi la guerra a cui si assiste nel Medioriente è ancora una guerra di religione.

Religioso: Papa Bergoglio ha ultimamente sostenuto che le guerre non sono mai guerre di religione e che ogni guerra è scatenata per questione di potere, di ricchezza, di accaparramento di fonti di energia.

Cisti Fornaio: Un mio amico scrittore iraniano sostiene che invece sia proprio la religione la causa fondamentale delle guerre e in special modo la religione monoteistica. D’altra parte pensare che ci sia un solo Dio il quale protegge quel particolare popolo, quella particolare etnia ha spinto le popolazioni ad affermare la supremazia del loro unico Dio, che non può essere messo in discussione anche con un altro unico Dio. Ed è su questa falsa credenza che la gente si muove, si fa uccidere, diventa martire, ma specialmente uccide e dilania corpi di carne. Può anche darsi che dietro ci sia la volontà di potere, di ricchezza di qualcuno, il fatto è che la gente si muove alla guerra spinta da questo falso ideale. Quando c’era il politeismo, il paganesimo, era molto più chiaro a tutti che le guerre non erano guerre di religione, ma di potere. Il paganesimo, ammettendo più dei, sottende la possibilità di un pluralismo di posizioni, di fedi, di credenze. Con il monoteismo ci si confonde e si diventa martiri spinti da ideali religiosi, perché diversamente nessuno metterebbe a rischio la propria pelle per soddisfare la volontà di potere di un’altra persona. Potrebbe entrare in guerra costretto, ma mai diventerebbe martire volontario. Lo si diventa per motivi religiosi ma mai per soddisfare le ambizioni di un altro.

Religioso: Che la gente, poco preparata si lasci offuscare la mente può anche darsi, ma certamente non è la religione la prima causa delle guerre.

Filosofo: Se la religione non è la prima causa delle guerre, è ed è stata la prima causa dell’intolleranza, in special modo la religione monoteistica. In effetti, però, il nostro tempo è attraversato da una sorta di sindrome schizofrenica. La nostra epoca non sa riconoscersi in una identità, ha perso riferimenti sicuri, sembra quasi essersi persa narcisisticamente senza la capacità di una ricostruzione di unità, di riferimento a “Legge” sicura. Che cosa sta avvenendo infatti, e che cosa dapprima la “morte di Dio”, descritta da Nietcheske, e successivamente l’avvento del postmodernismo hanno prodotto sul piano socio-culturale? Ciascuno pensa di avere la sua verità. Tutte le verità sono uguali, ma così il corpo sociale si frantuma in tante monadi quanti sono i singoli uomini e la dimensione schizofrenica è assoluta. Se si volesse definire religiosamente la nostra epoca si dovrebbe dire che siamo ad un ritorno non dichiarato del paganesimo, con la differenza che prima gli dei pagani erano propri di un popolo, di una città, oggi gli dei pagani sono di ciascuno, ciascuno ha i suoi molteplici dei, ma non ne è consapevole. Purtroppo non tutti sono capaci di sopportare una situazione così sminuzzata ed allora parte del corpo sociale diventa paranoica e si rifugia in un “Altro” assoluto da cui ricava tutta la sua impostazione della vita. E’ su questa base nascono i kamikaze di ogni ordine e appartenenza. Bisognerebbe ripensare anche a tutte le organizzazioni politiche. Sotto questo aspetto il principio della tolleranza diventa fondamentale perché diversamente non solo sul piano “naturale” l’uomo sarebbe “homini lupus”, ma anche sul piano culturale. La guerra reciproca sarebbe totale, quasi costitutiva dell’essere uomo.

Religioso: Ma anche un filosofo come Marcuse ha messo in discussione il concetto di tolleranza proprio perché non lo ha riferito solo ad un superamento delle incomprensioni di religione. Anzi ha ancora invocato l’idea dell’intolleranza come motore della storia e lotta di classe, in fondo anche l’intolleranza religiosa si iscrive ad una lotta dei poveri contro i potenti e i ricchi.

Politico: Ti pareva che anche per i concetti di tolleranza e intolleranza non ci doveva esserci anche lo zampino della lotta di classe?

Filosofo: Marcuse è un pensatore serio e certamente quando mette in dubbio il valore positivo della tolleranza ne ha una consapevolezza storica. Chi sono stati coloro che hanno affermato il principio della tolleranza? In quale classe sociale è nato questo concetto? La tolleranza rischia di non far comprendere più dove c’è giustizia e dove non c’è. La tolleranza rischia di indebolire ogni possibile ricerca della verità. Che cosa è vero se tutto è da tollerare? La tolleranza rischia di portare tutto ad un relativismo ove nulla è vero e tutto e vero.

Cisti fornaio: Dopo aver affermato l’assoluto valore della tolleranza mi preme sottolineare che non tutto si può tollerare. Lo stesso Locke non ammetteva la tolleranza per gli atei, come è stato ricordato. Tuttavia a me fa paura che si possa invocare anche solo la possibilità che vi sia un’unica verità da rintracciare. Perché la verità non può essere unica ma è legata a ciascuna persona e mi pare ques’idea sia la conquista più importante sul piano culturale e non solo dei nostri tempi.

Religioso: Ma a questo punto non esiste più neppure una possibilità di ricerca del bene e del male. Ciascuno avrebbe una sua concezione di bene e ciascuno avrebbe una sua concezione di male. Ci sarebbe così un relativismo che offuscherebbe la possibilità di distinguere nelle azioni umane il positivo e il negativo. Gesù disse: Ego sum via, veritas, et vita. Affermando così la possibilità dell’esistenza di un’unica verità a cui gli uomini anche con difficile ricerca devono orientarsi.

Politico: E’ difficile individuare quale possa essere la verità in qualsiasi campo. L’unica possibilità è data dalla capacità di mediare fra le diverse verità. Questa è vera opera civile e solo la politica riesce a saper trovare quell’elemento che possa essere soddisfacente per tutti. Da questo punto di vista la politica è veramente una medicina e spesso è anche un’arte.

Filosofo: La politica fino a questo momento non ha fatto altro che assimilarsi ad un segugio col compito di individuare la fonte di ogni possibile ricchezza. La politica non è stata che la fucina della corruzione altro che la ricerca della mediazione delle verità.

Cisti fornaio: Non tutti i politici sono simili e non tutte le formazioni politiche hanno il solo scopo di rintracciare ricchezza e instaurare corruzione. Ma veniamo ancora al punto della unicità della verità o del totale relativismo ritenuto così pericoloso. La verità è legata a ciascuna persona. Scriveva San Tommaso nella sua Summa che la verità è una “adequatio intellectus et rei”. Ora la res è la realtà, così come è. L’intellectus è invece la capacità di lettura delle realtà. Ma questo intellectus è proprio di ciascun individuo, il quale organizza la realtà secondo un suo proprio modo. In questa maniera la verità non può che essere del tutto soggettiva. Kant cercò di oggettivare la conoscenza mediante le categorie a priori, ma è sufficiente che una di queste categorie non funzioni perché la possibilità dell’oggettività salti. Le categorie a priori kantiane sono 12 e quindi se si calcolano le possibilità di combinazioni fra le varie categorie, in un soggetto una più forte di un’altra forse si arriva alla probabilità di conoscenze del tutto uguali solo fra pochissimi individui sui miliardi che siamo.
Ed allora se è così tutti siamo diversi, tutti abbiamo una nostra verità che non possiamo mai considerare più vera di un’altra. Il rischio è di una insopportazione reciproca a meno che non si introduca il principio di tolleranza, e cioè avere la consapevolezza che la mia verità non è superiore a quella dell’altro e quindi in qualche modo deve per onestà essere tenuta in considerazione da me.

Religioso: Ma così salterebbero anche tutti i principi morali. Quale morale è la più coerente?Esisterebbe una morale? Ciascuno avrebbe la sua morale senza alcuna gerarchia. Essere leale sarebbe la stessa cosa che essere sleale; essere fedele al proprio/a consorte, agli amici sarebbe la stessa cosa che essere infedele o traditore. Rubare sarebbe la stessa cosa che non rubare, eccetera, eccetera.

Filosofo: Considerare una cosa morale ed un’altra immorale serve al dominio della religione. Se la morale fosse soggettiva non ci sarebbe materiale per la confessione e per la supremazia della religione e il suo potere. Ma poi, anche rubare. E’ sempre stato unanimemente considerato immorale. E che dire della “occulta compensatio” di ascendenza gesuitica. Spesso nella storia dell’umanità si è considerato immorale e punibile rubare una mela, ma non immorale e non punibile ad esempio fare giochi di borsa e rovinare economicamente gruppi di persone, se non nazioni. Dov’è la moralità in questo caso? Se poi ci spostiamo su culture diverse dalle nostre possiamo constatare che ciò che per noi è immorale in altra parte può essere totalmente morale. Quindi anche la moralità è soggettiva nello spazio e nel tempo.

Religioso: Stando a questa logica nulla può essere punibile, perché ogni morale è soggettiva e nulla è amorale e riprovevole.

Politico: Non è proprio così. Lo Stato stabilisce secondo i modi di vivere di una comunità, secondo le sue proprie tradizioni, delle norme, che possono anche variare nel tempo, ma che regolano i rapporti fra le persone e determinano la punibilità o meno di un atto. Per un individuo, ad esempio, coltivare dell’hascis può non costituire alcun problema morale, ma per la norma, nell’attuale situazione italiana, invece è un reato e quindi punibile. Forse già il prossimo anno potrebbe essere tutto diverso. Ma anche per i reati più gravi il ragionamento è simile. Pensate ad esempio all’aborto, all’eutanasia. Anche nel relativismo una società pone alcuni punti fermi che obbliga i suoi componenti a regole da seguire anche se possono mutare nel tempo e nello spazio.

Religioso: Io penso che invece ci debbano essere elementi stabili e fissi per affermare una moralità oggettiva e non legata a questo o quell’individuo, a questo o quel tempo. Ciascuno di noi ha una coscienza e nel suo intimo sa ciò che è corretto e ciò che non è.

Cisti fornaio : Lei sa benissimo che anche la coscienza è un giudizio che ciascuno si forma rispetto alle proprie azioni. E se è un giudizio non può che seguire la logica della conoscenza. Giudico ciò che conosco e ciò che conosco in fondo è sempre di valore relativo. Se ogni verità è relativa l’unica possibilità di una convivenza senza sopraffazione non può che essere legata ad una totale tolleranza.
Ma c’è un aspetto che non può essere lasciato alla soggettività e ad una relatività di comportamento e su questo campo allora entra in campo la totale intolleranza. Non può essere lasciato al soggettivismo quanto riguarda il comportamento di una persona nei confronti di un’altra. Cioè quando una persona nei confronti di un’altra non ha come fine la dignità umana, la dimensione umana, allora non ci può essere tolleranza. La posizione rispetto alla conoscenza, rispetto ad una verità relativa può essere qualunque, ma non può mai organizzarsi, manifestarsi contro l’essere uomo. il discrimine è che qualunque atteggiamento di onesta ed effettiva tolleranza non può e non deve prescindere dalla difesa di valori sociali fondamentali, e non si può tollerare chi non rispetta questi valori, perché a questo punto la sua verità è contro l’essere uomo. Ogni verità quindi è accettabile a condizione che la particolare verità non sia contro “l’uomo”.
Non si può accettare allora chi calpesta la dignità dell’uomo nel lavoro, chi priva un altro uomo della vita, chi si prefigge con azioni delittuose di creare il terrore negli altri, chi non rispetta la donna come una sua pari, chi non rispetta il bambino e così via.
La tolleranza è alla base di ogni percorso di pace fra i singoli ed anche fra le nazioni a condizione che non venga intaccato il valore “uomo”.

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I quattro nostri personaggi erano ancora riuniti a discutere quando una bomba scoppiò nella casa vicina e tutti e quattro perirono nell’incidente. Le loro opinioni non trascritte rimasero nella loro testa e nel loro cuore.
Ma c’è chi dice che scavando dopo secoli in quel posto sia stato ritrovato un oggetto che gli scienziati hanno messo tempo per comprendere cosa fosse e alla fine hanno scoperto che era un registratore digitale. Tecnologia molto veccia e del tutto sorpassata, ma hanno ricostruito un aggeggio, una sorta di computer che si usava secoli fa e hanno potuto ascoltare e decriprtare l’intero dialogo. Questo è stato stampato e diffuso in tutte le strutture educative pubbliche e private come esempio di saggezza che veniva da un remotissimo passato.

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi Il carro di Pickipò, ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione.