Katerina e la sua guerra

Barbara Serdakowski
Katerina e la sua guerra
Robin    2009

raffaele taddeo

Un lungo racconto,  quello scritto da Barbara Serdakowski. Avvincente, snello anche se non sempre leggero perché la guerra e la descrizione delle sue conseguenze sono sempre tenebrose e cariche, a volte, di angoscia.
Il testo è diviso in due parti, una più ampia e distesa, l’altra più contratta. Nella prima la protagonista è una madre, a cui, nelle vicende della guerra, le è rimasto come unico elemento di affetto e dedizione una bimba infante. Spesso non è l’affetto che si riceve che diventa ragione di vita, ma quello che si dà, come in questo caso.
Nella seconda, più breve, protagonista è la figlia, Miriam, da piccolissima, ma poi Katerina da ragazza.
Un primo dato strutturale: mancano indicazioni di spazio, tempo, nome della protagonista che lo si intuirà successivamente o lo si ricaverà dall’extratesto. Questo dato da un lato vuole indicare la ripetitività degli effetti della guerra dovunque essa accada, in Occidente, in Oriente, dall’altra fa assurgere alla storia una dimensione più universale e non circoscritta in tempi e luoghi.
La narrazione si snoda attraverso una sequenza ordinata cronologica fatta di brevi quadri  con continui intervalli di flash back, che assumono una significanza particolare: il peso e il senso del passato.
Tutto il racconto è dialetticamente intessuto sui poli della guerra e del passato.
Ma quale passato e perché. “Il passato si poteva rifare. Finalmente avevo capito. Le cose non erano così complicate se non si guardava al loro interno”…”Il passato era adesso davanti a me, spiegato, disponibile, da fuori potevo prenderlo e imballarlo con sopra la carta patinata e il nastro rosso scuro…”.
Le manchevolezze, i fatti riprovevoli o che intaccano la nostra integrità  avvenuti nel passato hanno una duplice valenza: possono essere del tutto rimossi o confinati, “imballati” quando non sono determinanti per una relazione  con un’altra persona. Si presentano sempre come una minaccia, una colpa, anche se colpa non v’è stata, quando questi rischiano di minare alla base il rapporto fiduciario dell’altro. “Adesso ne ero quasi convinta. Potevo fare di tutto con il passato, se solo Josef non fosse tornato.”
Ed invece Josef  è sempre presente nella coscienza della protagonista fra la speranza di rivederlo vivo, speranza vissuta insieme al timore che sia morto, così come le era sembrato di averlo visto durante uno dei suoi tanti trasferimento,  e speranza molto occulta, nascosta, “imballata” di non rivederlo per non sballare il passato.
L’angoscia che porta dentro di sé in questa incertezza e forte contrasto di sentimenti, che vivono nel profondo, portano la protagonista del racconto a modificare il suo temperamento, ad essere scontrosa con sé stessa, con la madre, con gli altri e anche con la figlia quand’essa sarà cresciuta.
Chissà se la soluzione finale non l’abbia poi portata a disimballare nelle sua coscienza il suo passato e a ritrovare una maggiore serenità?
L'”apertura” con cui il racconto termina fa sì che la narrazione acquisti la struttura di romanzo più che di racconto.
Un altro aspetto particolare del racconto è che tutta la vicenda è vista al femminile, le figure positive sono solo femminili, quelle maschili non riescono mai a dare una dimensione di spassionata donazione affettiva. Lo stesso Josef, forse unica figura maschile positiva, si allontana senza dare spiegazioni. Sembra quasi distrarsi dal legame con Katerina, né questa sembra amarlo o averlo amato in modo travolgente. Il legame con Josef è dato e condizionato dalla possibilità di poter”imballare” o “sballare” il suo passato.
La narrazione di Barbara Serdakowski, pur se snella, come detto all’inizio, pone degli interrogativi a chi minimamente è attento allo svolgersi della propria vita, a conciliare nel presente il proprio passato, che, per quanto innocente sia, nasconde sempre degli aspetti che se “sballati” rischiano di porre in serio pericolo le relazioni con le persone che ci circondano.

 

13-10-2010