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La lingua dello scrittore

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*La lingua dello scrittore

Non c’è una lingua viva se non quella che noi stessi inventiamo.
Nimrod, poeta Ciadiano. (1)

Il canto della cicala
Il tema che ho scelto è molto complicato, come già lo lascia supporre il titolo. Ma ho accettato la sfida, non tanto per chiarirlo una volta per tutte ad un pubblico, che possiede sicuramente una sua idea sull’argomento, quanto per problematizzare questo argomento, proporlo a discussione e cercare insieme di uscirne fuori con un senso nuovo che ci permetterà – me lo auguro – di fare un nuovo passo sul cammino dell’intelligenza del nostro mondo.
Che volete, come diceva Galileo tale è la natura dell’uomo circa le cose intellettuali, “meno ne intende e ne sa, tanto più risolutamente vuole discorrerne!” (2)
Tanto stentiamo a capire “come si formi il canto della cicala, mentr’ella ci canta in mano, [il che] scusa di soverchio il non sapere come in tanta lontananza si generi la cometa.” (3)
Comunque io ci ho lavorato molto, più precisamente, da quando, un anno fa, Taddeo Raffaele mi contattò per parlarmi del progetto di questo convegno.

L’importanza d’essere grammatico anche se si è una scimmia
Lo scrittore è abitato da una specie di imperativo di descrivere in un modo inesauribile tutto ciò che gli cade sotto/sulla lingua. E vi trova un immenso piacere.
Le parole sono il suo campo di ricreazione, il suo laboratorio, la sua officina della creazione dei sensi nuovi e della riparazione dei guasti della sensibilità tramite la cura della lingua.
Ciò facendo, egli trova uno fra i migliori modi di agire sulla realtà. Un vero scrittore non può vivere senza scrittura.
Pascal Pick (4), fa la seguente osservazione sulla presunta capacità delle scimmie di … scimmiottare gli uomini.
Nel 1970, Allen e Beatrix Gardner crebbero una piccola scimpanzé femmina, Washoe, come se fosse una bambina sorda, insegnandole quindi la lingua dei segni americana.
Washoe avrebbe appreso 150 parole/segni che essa riusciva a combinare per fare piccole frasi, in una lingua alla Tarzan però, emettendo espressioni come “me uscire subito”.
Era capace di classificare e mettere in ordini gli strumenti con gli strumenti, gli alimenti con gli alimenti. Classificava quindi le scimmie con le scimmie da una parte e dall’altra gli uomini. Solo che, essa situava se stessa dalla parte degli uomini!
Stupidità o astuzia?
Dopo tutto chi ha le parole, ha potere sugli oggetti che queste parole nominano, non è così? Adamo non fece altro.
E se la scimmia si accontenta dell’essere uomo, l’uomo aspira ad essere super-uomo. Lui che è scappato dallo stato d’essere scimmia, non permetterà mai che le scimmie lo raggiungano e “profanino” il suo status.
Fra poco, uno o una Washoe arriverà a comporre una ninnananna o a scarabocchiare un disegnino, e questo fatto di nuovo cancellerà la frontiera che divide l’uomo dalla scimmia…
Per anticipare questo salto qualitativo nella super-umanità, l’uomo comincia già a fare la scrittura assistita dal computer. Così si potrà avere uno scrittore con neuroni di carne e sangue combinati a neuroni artificiali. E così anche, soprattutto, si potrà mantenere la distanza tra scimmia e uomo e i vantaggi dell’umo sulle scimmie.
Infatti il regista Oscar Sharp (5) e il ricercatore in intelligenza artificiale (AI) Ross Goodwin hanno sviluppato un programma, Benjamin, per scrivere sceneggiature. Il risultato ne è un cortometraggio di fantascienza di 9 minuti, col titolo Sunspring.
Ovviamente, come in ogni fase pionieristica, il contributo della macchina è debole percentualmente: il lavoro grosso ce lo mettono i programmatori umani, come nel romanzo progettato (ma solo a 20%) da una AI sviluppata da ricercatori giapponesi che è riuscito quest’anno ad essere preselezionato per il premio letterario Nikkei Hoshi Shinichi (6) .
Nonostante questa debole percentuale Sunspring, il cortometraggio, soffre di alcune ma gravi imperfezioni: lo scenario manca di coerenza, come nei dialoghi dove possiamo leggere:
“In un futuro in cui regna la disoccupazione di massa, i giovani sono costretti a vendere sangue”, dice il personaggio principale.
“Dovresti vedere il ragazzo e stare zitto, risponde la sua interlocutrice. Sono io che dovrei avere cent’anni.”
O anche “Si trova nelle stelle e seduto sul pavimento.”
Fortunatamente, la recitazione, la regia, la musica e il fatto stesso che si tratti di un film di fantascienza danno a questo film surrealistico una parvenza di coerenza, e rende più accettabile che il protagonista principale vomiti un bulbo oculare o un altro annunci che dovrebbero “andare in cranio.”

Linguaggio e lingua
Il linguaggio è prima di tutto il linguaggio dell’uomo. Gli antichi definivano l’uomo come “animale parlante”.
Il linguista Noam Chomsky – in una conferenza all’università di Ginevra al congrès international des linguistes du 21 au 27 juillet 2013 – dice che Charles Darwin vede nel linguaggio una caratteristica fondamentale che distingue l’uomo dall’animale. (7)
Bierens De Haan, un etologo olandese, nella sua opera “Psicologia degli animali” (8) ha passato in rassegna parecchi esperimenti significativi sul comportamento animale, sottomettendoli a una seria critica, riuscì così a dimostrare l’effettiva esistenza di una vita psicologica reale negli animali, dal paramecio alle scimmie antropoidi (ciascuna specie ne ha la propria).
In ciò De Haan è coerente con la teoria evoluzionistica che stipula l’evoluzione della psicologia umana a partire da forme ridotte e meno elastiche di comportamento rudimentali, primitive e condivise col resto del regno animale, a forme immensamente ricche, efficienti e variegate.
Del resto anche Konrad Lorenz, ne “L’agression : Une histoire naturelle du mal” (9), crede di aver scorto uno schizzo di comportamento morale (psichico quindi) in una delle sue oche.
Un giorno lo studioso l’aveva costretta a prendere un itinerario diverso da quello che essa soleva percorrere. Presa da un grande panico, l’oca rifiutò il nuovo itinerario. Comportamento che Lorenz aveva interpretato come a una specie di sentimento di colpevolezza.
Tuttavia De Haan nega ogni paragone tra ciò che questa vita psicologica è nell’uomo e ciò che essa è nelle altre specie animali, superiori o inferiori che siano.
“Il linguaggio animale, egli scrive, se pure possiamo adoperare la parola ”linguaggio” per i suoni che l’animale emette, per lo più non è altro che espressione di emozioni e desideri dell’animale, emesso dall’animale solo per se stesso indipendentemente dal problema se un altro essere lo oda o meno.” (10)
I suoni dell’animale non sono indicativi, ma espressivi, dice ancora De Haan e lo spiega in quest’altro passaggio:
“Di regola, l’animale è un essere egocentrico. Se quando ha paura emette un grido particolare, può darsi che altri membri della sua specie, o forse anche membri di altre specie, conoscano questo grido e ne siano colpiti in modo che il sentimento di paura di un individuo dilaghi nell’intero gregge: tuttavia non c’è ragione di ammettere che il primo animale abbia emesso il suo grido per comunicare agli altri i suoi sentimenti.” (11)
Ecco, agli animali, diversamente dall’uomo, mancano non solo questo senso della comunicazione, dimensione fondamentale del linguaggio, ma anche altre dimensioni costitutive del linguaggio: la parola, la capacità di formare concetti “nemmeno vitali come ”cibo” o ”acqua” o ”compagno” o ”nemico”” perciò non è capace di pensare, non è capace di linguaggio.
Il linguaggio è tipicamente umano. Però bisogna fare subito la differenza tra linguaggio e lingua all’interno della specie umana stessa.
Bisogna precisare che la lingua è una messa in pratica del linguaggio, nel senso che quando si usa la parola linguaggio, non intendiamo il linguaggio di un popolo o di una tappa storica, ma la facoltà di produrre le lingue.
Il linguaggio sarà questa facoltà che ha l’uomo di interiorizzare, sviluppare, ricreare, comprendere, trattare, trasmettere e condividere con i suoi congeneri un sistema di segni concreti o astratti legati a dei sensi e, ciò, a prescindere dalle epoche, dalle aree geografiche e dalle differenze biologiche, storiche e culturali.
La lingua invece sarebbe l’adattamento di questa facoltà di principio ad un’area geografica, ad una data cultura di un dato gruppo umano in una data epoca.
“Oggi ci sono circa duecento paesi nel mondo con centosedici lingue ufficiali, ma oltre sei mila lingue sono parlate. Alcuni esperti dicono che esista un solo paese veramente monolingue: Cuba. La maggioranza dei popoli nel mondo utilizzano due o più lingue quotidianamente.” (12)
A questo punto il linguaggio è potenzialmente infinito, mentre la lingua è relativamente circoscritta nei territori, nei popoli e nelle epoche.
La lingua è il linguaggio in atto. Il linguaggio è una lingua in potenza.
Inoltre, più si va verso il particolare, più ci si accorge delle sfumature che possono caratterizzare la stessa lingua e fare di essa una lingua multipla: lingua urbana, lingua rurale, lingua dei potenti, lingua del commercio, lingua dei giovani… e lingua dei letterati scrittori.
La differenza tra il profano (il non scrittore) e lo scrittore è che quest’ultimo non si ferma alla dimensione utilitaria della lingua, ma la trascende per interrogarla, metterla in crisi, sperimentarla, trasformarla, e ciò facendo trasformare la società.
Paul Valery dice che la letteratura non è altro che una sorta di “estensione e di applicazione di certe proprietà del linguaggio.” (13)
“Literature – dice John Burgess Wilson – is an art which exploits language, English literature is an art which exploits the English language (14)
La letteratura sarebbe una riproposta da parte dell’autore di alcune strutture del linguaggio; sarebbe un campo di sperimentazione e di applicazione, in un modo sapiente ed elegante, personale ed originale, di queste strutture.

Alcune definizioni del linguaggio
Da quando ha cominciato ad umanizzare il mondo, cioè a dare dei nomi alle proprie esperienze e sensazioni e a tutti gli oggetti e i fenomeni che destano la sua attenzione o il suo interesse (appetenza o avversione) e provocano in lui delle reazioni, l’uomo non ha mai smesso di porre in esame e di interrogare questa stessa facoltà di nominare tutto ciò che gli capita sotto gli occhi, sulla pelle o nel fondo del proprio essere o nelle fitte tenebre dell’infinitamente grande o piccolo.
Ciò gli permette di avere delle informazioni circa il suo universo traendo e creando forme dall’informe al fine di dis-ostilizzare il mondo, renderlo familiare ed appropriarsene.
Ci sono sempre stati dei tentativi di definizione del linguaggio, ma essendo la questione molto complessa – perché sovra-determinata da cause complesse e varie: fisiche, biologiche, psicologiche e culturali – ogni epoca ha cercato con i mezzi di sapere che ha a sua disposizione di dare una definizione originale diversa da quelle proposte e adoperate dalle epoche precedenti.
Per Jean-Jacques Rousseau in – Saggio sull’origine delle lingue – “Non furono né la fame né la sete, bensì l’amore, l’odio, la pietà, la collera a strappare le prime voci. … per commuovere un giovane cuore, per respingere un aggressore, la natura detta accenti, grida e gemiti: ecco le più antiche parole inventate, ed ecco perché le prime lingue furono canti e voci appassionate prima d’essere discorsi semplici e metodici.” (15)
Taha Hussein, un grande critico e scrittore egiziano del secolo scorso, ha notato che all’origine delle civiltà ci sono sempre stati dei miti fondatori, espressi con canti ed altri forme d’arte. Così, per dirla ancora un’altra volta con Rousseau “Non si cominciò col ragionare, ma col sentire.” (16)
In suo articolo su AL-Hayat il grande critico Ibrahim Al-Arees fa notare un particolare curioso in due grandi scrittori della migrazione, Beckett e Nabokov: sia l’uno che l’altro hanno scritto le loro poesie nelle loro lingue madre.
“Solo nelle tecniche – aggiunge Al-Arees – Nabokov diventò europeo e americano, nonché nella sua pittura delle azioni dei suoi caratteri, e i loro rapporti. Ma nello spirito e nella psiche dei personaggi, lui fu russo, e russo era rimasto fino alla fine.”
Insomma, la poesie è agli albori non solo della lingua o delle civiltà, ma essa è l’anima stessa dello scrittore poeta. (17)
Il linguista Noam Chomsky (18) cita alcune definizioni del linguaggio:
“Il linguaggio è un suono dotato di senso” diceva Aristotele. Definizione che la rivista Frontiers in Psychology ha ripreso in questi termini “l’insieme delle abilità che permettono di connettere il suono ai sensi.”
Per Charles Darwin “L’uomo si distingue dagli animali unicamente per la sua capacità praticamente (la traduttrice ha detto anche in un secondo momento quasi) infinita di associare dei suoni diversificati e delle idee.”
Questo carattere di infinità giustifica la teoria della grammatica generativa e suscita l’entusiasmo di Chomsky, come lo vediamo quando parla di Galileo e di Descartes.
Per Ferdinand de Saussure “Il linguaggio è un magazzino di parole-immagini nella mente di una comunità di individui fondata su una sorta di contratto.”
Questa definizione riconosce il carattere collettivo del linguaggio, ma mette a dura prova il suo carattere infinito che striderebbe con la limitatezza naturale e necessaria della capacità mnemonica del cervello umano.
Per Edward Sapir “Il linguaggio è un metodo puramente umano e non istintivo di comunicare le idee, le emozioni e i desideri grazie ad un sistema di simboli prodotti volontariamente.”
Se le prime definizioni sembrano più o meno accettabili, perché sono così generali, e quindi con l’interpretazione potremmo conciliarle con le concezioni moderne, quella di Sapir suona invece un po’ dogmatica: essa nega categoricamente la dimensione dell’istintività ad un’attività umana che prende radici giustamente nella realtà biologica dell’uomo, una realtà specifica dell’uomo.
Chomsky preferisce il tentativo di definizione che ci ha lasciato Descartes. Gli piace anche perché egli vi trova lo stupore del grande Galileo di fronte alla meravigliosa invenzione che “ci dà la possibilità di produrre da 25 a 30 suoni e di esprimere un’infinità di parole che ci permettono di rivelare tutto ciò che pensiamo e tutti i movimenti del nostro animo.”
Dunque per Descartes, si tratta di “un’attività creativa, attività innovativa senza limiti, pertanto infinita in se stessa, condizionata dalle circostanze, ma non è schiava di queste circostanze.”
E Chomsky rafforza questa citazione con un aforisma di Wilhelm von Humboldt “Il linguaggio mette in opera un uso infinito di risorse limitate.”
Infine egli dà la propria definizione affermando che il linguaggio è uno strumento tipicamente umano, innato che permette “la generazione di un insieme infinito di espressioni strutturate in una maniera gerarchica che si articola con l’interfaccia concettuale intenzionale, la parte del cervello responsabile del pensiero.”
Chomsky spiega in altri termini, cos’è il linguaggio per lui “del senso espresso da una certa forma di esternazione, ciò può essere un suono per la maggior parte del tempo, ma ci sono diverse modalità di esternazione. La parte più importante dell’uso del linguaggio avviene internamente. Noi parliamo con noi stessi, senza neppure formulare delle frasi.”
Oltre al carattere infinito, la biologia moderna e le neuroscienze in genere sembrano corroborare la teoria del linguaggio umano come organo a parte intera radicato nella struttura fisiologica e anatomica del cervello dell’uomo.
Infatti, “contrariamente alle grammatiche artificiali (in particolare sintassi artificiali), la grammatica generativa, sviluppata da Chomsky, attiva i circuiti neuropsicologici tipicamente attivati in compiti linguistici. Prova che c’è un nesso imprescindibile tra biologia e norme del linguaggio.” (19)
La grammatica generativa cerca di individuare una serie di regole innate (serie limitata di regole per organizzare il linguaggio) che spiegherebbero come i bambini, tra tanti altri esempi, imparano così bene e in così poco tempo le loro lingue madre, e come imparano a costruire frasi grammaticalmente valide.
Questa rassegna di definizioni del linguaggio ci porta a dire che il linguaggio è uno strumento tipicamente umano che consiste in una serie di capacità fondate su delle proprietà biologiche comuni e condivise da tutti gli individui della specie umana, per umanizzare il mondo che li circonda, per conoscerlo, per pensare, per confidargli gran parte della loro memoria, delle loro esperienze e dei loro progetti, domarlo, sfruttarlo, contemplarlo e anche trastullarsene.
Il linguaggio è infinito perché la sua materia prima o la sua matrice è l’universo stesso; e questo universo è infinito.

La parola struttura il mondo e fa lo scrittore
In un’intervista del 1975, lo scrittore algerino Kateb Yacine (20) racconta un’esperienza relazionale che lo aveva segnato per la vita.
“Quando ho scoperto questi uomini – diceva Kateb da giovane – che erano uomini della strada, disoccupati, operai, contadini, che in precedenza erano assenti dal mio mondo ‘decodificato’ – dato che sono stato formato in lingua francese -, mi si è aperta un breccia.”
La lingua è in grado di tacere universi come è capace di rivelarne altri di cui non sospettiamo nemmeno l’esistenza.
“I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo” scriveva “Wittgenstein nel suo Tractatus logico-philosophicus (1918). (21) Ciò significa che le idee e le percezioni dell’uomo sono condizionate dalla parola.
Hanumàn, la scimmia grammatica di Octavio Paz, tace “il nome degli alberi disastrati dell’America Latina per punirli”! (22)
Lo scrittore, dice Paz, è una figura dello stesso linguaggio: è ciò che gli scritti dell’uomo inventano a partire dal momento stesso in cui questi scritti sono percorsi dagli occhi di chi li scrive.
“Pure ora, i miei occhi, leggendo ciò che scrivo, inventano la realtà di colui che scrive questa lunga frase [infatti in questo libro, alcune frasi sono molto lunghe], ma non mi inventano, me, ma una figura di linguaggio: lo scrittore, una realtà che non coincide con la mia propria realtà, sempre che io disponga di qualche realtà che io possa chiamare proprio.” (23)
L’uomo è linguaggio, e lo scrittore è lingua. Il passaggio dallo stato generale di uomo a quello particolare di scrittore si fa con pena e sacrificio.
Per usare una metafora dello scrittore algerino, Mohamed Dib, diciamo che uscire fuori dal grembo materno è così banale e comune; i topi fanno tranquillamente lo stesso. La conoscenza invece, essa si dà a coloro che la cercano attivamente, faticando.
In che cosa consiste questa lingua, la lingua che fa lo scrittore, la lingua dello scrittore?
Sentiamo ancora un’altra volta Octavio Paz : “Il vento non si sente se stesso, ma noi lo sentiamo; gli animali comunicano tra loro, ma, da parte nostra, noi parliamo a noi stessi [pensiero udibile di Galileo], comunichiamo coi morti e con quelli che non nascono ancora. Il frastuono umano è il vento che si sa vento, il linguaggio che si sa linguaggio, ciò con cui l’animale umano sa che è vivo e, sapendolo, impara a morire.” (24)
Lo scrittore e il poeta, esacerbano questa caratteristica dell’uomo che “è colui che, nel lamento del vento, sente il lamento del tempo. L’uomo [che] si ascolta e si guarda in tutte le cose: il mondo è il suo specchio; il mondo non ci sente: nessuno ci vede, nessuno si riconosce nell’uomo.” (25)
Questa caratteristica tipica dell’umano, cioè, questa non-indifferenza che caratterizza l’uomo e che lo scrittore esacerba fino al parossismo dell’insolenza, non è possibile senza l’avvenimento del linguaggio: capacità di nominare le cose e i fenomeni e persino gli stati intimi e i profondi movimenti dell’anima. E cose ed esseri si confondono coi loro propri nomi.
“Questo boschetto, dice ancora Paz, assomiglia agli altri, altrimenti non si chiamerebbe boschetto, avrebbe un nome proprio; al tempo stesso la sua realtà è unica e merita davvero un nome proprio. (…) il Paradiso è governato da una grammatica ontologica: le cose e gli esseri sono i loro nomi e ogni nome è un nome proprio.” (26)
Però non è ancora poeta colui che dà i nomi alle cose e agli esseri, cioè, trasforma il mondo in nomi, ma è poeta colui che percorre inversamente questo processo, riducendo il linguaggio fino a farlo evaporare, trasformando i nomi in mondo: ritrovare la genuinità del mondo.
“Grazie al poeta, il mondo perde i suoi vari nomi. Quindi, solo per un momento, possiamo vederlo come egli è – en bleu adorable. E questa visione ci sconvolge, ci rende pazzi: se le cose sono, ma non hanno nome: sulla terra non c’è alcuna misura.” (27)
Le nuove realtà ci costringono ad interrogarle sistematicamente per comprenderle. Ma per fare ciò, ci vogliono nuovi concetti d’analisi o almeno il rinnovo di quelli vecchi, processo che ci permette di rispolverare il nostro linguaggio per aggiornarlo e adeguarlo alla nostra epoca e alle problematiche specifiche di quest’epoca .
Ed è una caratteristica del linguaggio quella di dare esistenza alle cose e di prendere la sua consistenza da esse.
Il linguaggio crea una certa “visione del mondo” e la fonda, almeno in parte, in chi lo adopera. Nel senso che il linguaggio è alla volta strutturante della realtà, e strutturato da essa. Senza nomi le cose rischiano di passare inosservate. Senza cose non c’è bisogno di nomi, e si rimane muti, indifferenti e le cose inesistenti.
Come conseguenza della brama assillante dell’uomo di interrogare questo universo, fondamentalmente geloso dei propri segreti, cresce l’erba dello stupore, del diniego, dell’ostilità e dell’incomprensione. E sta giustamente agli artisti (grazie al linguaggio) di dissipare questi disagi, creando cose grazie al linguaggio e linguaggi grazie alle cose.
Elena Meli riporta in un suo articolo una piccola esperienza ma di grande importanza che mette in evidenza questa dialettica di influenze reciproche tra il mondo e il linguaggio:
“Si è scoperto che pure indicare il genere delle parole incide sulla visione del mondo: uno studio su bambini ebrei e finlandesi ha rivelato che i primi si accorgono in media un anno prima di essere maschi o femmine anche perché la loro lingua assegna quasi sempre il genere alle parole, mentre in finlandese non accade.” (28)
Insomma, per dirla con Tzvetan Todorov: “Gli oggetti non esistono prima d’essere nominati, o in ogni caso, essi non restano gli stessi prima e dopo l’atto di denominazione, …” (29)

Il boscaiolo della notte
Nella sua ardua e progressiva conquista della “sua” lingua, lo scrittore assomiglia al boscaiolo della notte, che può dare il colpo sicuro, come può sbagliare colpo. Tanto, il terreno è sempre nuovo e inedito e quindi con risultati incerti.
Noi, quando scriviamo assomigliamo a questo boscaiolo della notte: le nostre parole sono un’ascia con cui operiamo nella foresta, sempre vergine, della nostra originale ignoranza della vita e della necessità d’esplorare questa vita.
Se abbiamo una vera e propria scure, degna di questo nome, e del bel legno, saremo in grado di accendere con la nostra forza tagliatrice e la resistenza delle piante nobili, scintille e a volte verosimili incandescenze che ci informano – anche se in un lampo – sui luoghi e ci mostrano la nostra posizione e il nostro cammino.
Il pensare è una tappa e allo stesso momento il primo territorio dove la parola ha luogo e da cui essa trae la sua ragion d’essere e il suo senso.
A questo punto l’idea/parola dell’uomo non è altro che lo sforzo più o meno riuscito nella presa di coscienza – da parte della mente conoscente – dell’esistenza di un dato oggetto oggettivo concreto o soggettivo sensitivo e ‘coscienziale’, nel notarlo, interrogarlo e definirlo insomma dandogli una forma, ricreandolo così, semanticamente, e comunicandolo a se stessi e agli altri.
Ma questa non è ancora scrittura. La scrittura avviene poi. La parola, come presa di coscienza e cristallizzazione nello stesso tempo di questa coscienza, è un’unità semantica che conferisce forme alle cose. Essa esiste nell’uomo ogni volta che le condizioni requisite al suo avvenimento si riuniscono (condizioni physico-biologiche e psycho-antroplogiche), come il fiocco di neve di Chomsky (30) che si forma spontaneamente ed immancabilmente ogni volta che le condizioni atmosferiche si riuniscono nel cielo di qualsiasi contrada.
La scrittura è di lunga più laboriosa: se parlare è banale ed è roba da “infanti” nel senso etimologico, scrivere non è per niente naturale.
Scrivere assomiglia più all’arte dell’equilibrista. Essa richiede cioè esercitazioni, ricerche, sperimentazioni, confronti, invenzione. La lingua della scrittura è una lingua che ogni scrittore si deve inventare ogni volta che egli si mette a scrivere. Forse è questo il significato del pensiero di Nimrod citato nel frontespizio di questo scritto.
Non è un caso se i surrealisti, dopo una fase d’entusiasmo e di zelo quasi puerili, avevano rinunciato alla scrittura automatica. Ripeto, uscire dal grembo materno è così banale e comune, ma l’arte è preziosa e si dà a coloro che la cercano attivamente, a coloro che la pagano con camicie sudate.
Tuttavia ciò che è più difficile ancora (possibile solo metaforicamente) è ritornare nel grembo materno!
Ed è qui il compito dello scrittore, o almeno le sue sfide sono di questo tipo, quasi impossibili: rielaborare semanticamente questo fiocco di neve e farne un elemento semantico ed adornale, un quadro o una figura poetica. Astrarlo, dissolverne il nome, come diceva Octavio Paz (31), per mostrarne la natura vera; quella natura che le cose hanno indipendentemente dal nostro linguaggio, dalla nostra esistenza.
Ardua è l’opera dello scrittore, dunque. Niente che per mettere una virgola, c’è chi (Oscar Wilde, secondo Edward Said (32) trascorreva pomeriggi interi a metterla e a toglierla.
Infatti, coloro che scrivono sanno che, prima di optare per la minima traccia (dal punto nudo della pagina bianca al testo nella sua forma compiuta, l’opera), lo scrittore si sofferma, cancella, riprova, cambia, ritorna, esce, rientra, si alza, si risiede, si gratta, si gira a destra, a sinistra, guarda il basso, l’alto, segue una mosca che vola…
A volte solo per lo sforzo consentito per aver confermato anche una virgola, non trova il coraggio di cancellarla, figuriamoci se osa cancellare il frutto del proprio lavoro palinsestico. Anzi si trova felice di lasciarne qualche traccia che sembra apocrifa, pleonastica, ridondante, contraddittoria, inutile, ma comunque bella perché frutto di una fatica immane.

Lingua totale o lingua parziale?
Quando pensai che era ora di dedicarmi per davvero alla scrittura e, mentre cercavo di scegliere fra l’arabo e il francese, mi ero trovato di fronte a un altro grosso problema: il problema della conoscenza totale della lingua: per scrivere, dobbiamo conoscere la lingua intera?
Se sì, come arrivarci?
Io pensavo che la lingua dello scrittore fosse onnieffabile cioè, come diceva Umberto Eco, ne “La ricerca della lingua perfetta…” (33) una lingua “capace di render conto di tutta la nostra esperienza, fisica e mentale, e quindi di poter esprimere sensazioni, percezioni, astrazioni, sino alla domanda perché ci sia dell’Essere piuttosto che Nulla.”
Non sapevo che per perfetta che fosse, la lingua non potrebbe mai “descrivere a parole la differenza tra il profumo della verbena e quello del rosmarino.” come diceva ancora Eco. (34)
Immaginavo nella mia testa dei programmi di apprendimento per categorie delle cose esistenti nel nostro mondo. Ho diviso questo mondo in settori di cose: fiori, alberi, essenze, aromi, verdure e frutti, animali, vestiti, pianeti e stelle, filosofie di tutto il mondo…!
Cercavo anche di attrezzarmi, leggendo ed accumulando libri e documenti per essere in grado di trovare le adeguate parole a ciò che avrei dovuto esprimere.
“Sotto la luce diffusa – scrive Émile Zola – c’era un’esposizione a colori vivaci e allegri d’un effetto mirabile. I banchi disposti in simmetria parevano aiole di fiori, la sala un giardino alla francese cui sorridesse la gamma di tutta una flora. Sul legno, nelle scatole aperte, fuori dagli scaffali troppo pieni, un fiorire di sete armonizzava il rosso acceso dei gerani col bianco latte delle petunie, il giallo oro dei crisantemi con l’azzurro celeste delle verbene; e più su, dagli steli metallici, pendevano a ghirlande stoffe lasciate andare, nastri penzoloni, che si allungavano e si avvinghiavano alle colonne, moltiplicandosi dagli specchi. Ma sopra ogni altra cosa attraeva la folla un capanno svizzero di Mignot che ci aveva perso due giornate. I guanti neri facevano il pianterreno; poi venivano quelli color paglia, gialli, rosso cupo, messi al posto loro per indicar le finestre, i terrazzi, le tegole…” (35)
Di questo tipo di descrizioni, ne avevo letto parecchie e mi pareva che gli autori fossero capaci di nominare praticamente tutto ciò che potesse capitare loro di descrivere trovando tutte le parole adeguate che gli sarebbero servite… pensavo anche che se loro erano scrittori, era perché giustamente riuscivano a dire tutto quel che volevano!
C’è da dire, en passant, che lo scrittore si deve restaurare in qualche modo la lingua vigente, imperfetta o corrotta, che l’uomo (non poeta) eredita naturalmente e necessariamente, come l’oca impara a starnazzare o il cervo a bramire.
Poi gli anni passando e, soprattutto, la vanità dell’impresa mi fecero capire che l’universo linguistico dello scrittore non deve per forza ricoprire quello della lingua in cui egli evolve, ma solo quell’universo che egli riesce a creare con la parte della lingua che lo abita, o che lui abita.
Del resto anche la lingua dell’autore stesso non smette di evolversi, di raffinarsi e di arricchirsi grazie all’evoluzione dell’autore stesso e ai suoi contatti con le altre opere e i loro autori.
In questo senso, ogni nuova opera crea una sua propria lingua, dove quella della precedente si vede rivisitata, interrogata, arricchita, levigata, re-lookata, ampliata, perfezionata, insomma trasformata.
Non solo, avevo capito una cosa in più: essendo figlia dell’ispirazione (e in secondo momento di costruzione attiva), l’opera viene a bussare alla porta dello scrittore ad ogni momento della sua vita (malato, triste, stanco, imprigionato, impedito da qualche costrizione…), e l’autore deve quindi risponderle immediatamente; altrimenti rischia di inibirla e farle “passare la voglia” di esistere.
Perciò, noi scrittori, dobbiamo cercare le nostre parole nei sinonimi, dialetti, letture e persino in altre lingue che possiamo conoscere. E se ciò non ci basta, e non ci basterà di sicuro – essendo l’opera, sempre un corpo originale ed inedito – non ci resta che il “neologizzare”.
Se il termine neologizzare è in sé un neologismo, la realtà a cui rimanda, essa, è una realtà concreta ben radicata nella vita linguistica dell’essere umano: la troviamo nei bambini fin già dai loro primi tentativi di formulare un discorso, queste parole-valigie – come le chiama Marc Olan (36) – con un senso preciso per coloro che le producono, per semplificare una parola complicata (patou per pantoufle ad esempio).
Al di là della loro utilità pratica, le parole-valigie, dice ancora l’autore, citando le parole di uno psicoanalista, sono delle verosimili creazioni lessicali.
“Sono parole-valigie che designano spesso dei conglomerati di affetti, di sentimenti, di sensazioni, di situazioni. Piuttosto che un singolo oggetto, esse descrivono una serie di cose.” E bapoum, ad esempio, significherebbe nello stesso momento “y a plus” e “c’est tombé.” (37)
Inoltre, Marc Olan paragona il bimbo che crea le sue parole inedite, ad un piccolo poeta che “prova a condividere ciò che sente nel più profondo del suo animo. Se non trova le parole adeguate, se ne inventa.” (38)
Certo, una volta acquisita la capacità di parlare la lingua dell’ambiente, il bimbo abbandona questo ricorso ai neologismi. Anzi, secondo lo stesso psicoanalista citato, è molto probabile che certe parole oggi entrate nella lingua corrente siano apparse in questa maniera, hanno cioè un’origine infantile.
Tuttavia bisogna sapere che creare neologismi non serve solamente a colmare le nostre lacune linguistiche, sotto la spinta dell’opera impaziente di uscire alla luce del giorno, ma essendo a volte l’universo da creare (l’opera) così originale e così inedito tanto per gli altri quanto per noi stessi, siamo costretti a creare nuove parole, nuova punteggiatura, nuove strutture sintattiche…
Detto questo, bisogna avere presente in mente che la nostra lingua è una proprietà che ci appartiene, certamente, ma i cui contorni e vantaggi non si sapranno mai.

Musica delle lingue
Risolti entrambi i problemi: “con quale lingua dovevo scrivere?” e “mi basterà la mia lingua personale?”, mi sono dato con pazza gioia alla scrittura.
Non era una grande letteratura quella che scrivevo allora, ma mi era servita comunque come laboratorio di scrittura. Così, quando arrivai in Italia, avevo già qualche centinaio di chilometri di lettere e parole al mio attivo.
Quello di cui mi ero accorto, come primo impatto della lingua italiana sulla mia sensibilità, è la musicalità di questa lingua. Ne ho parlato per bocca di Karim in “Fiamme in paradiso”. (39)
Anche se adesso, solo adesso, mi rendo conto che il paesaggio urbano – che avrebbe dovuto attirare la mia attenzione e, di là, la mia ammirazione per l’architettura, di sicuro più bella, più ordinata e più pulita di quella che ero solito vedere in Algeria, soprattutto nei quartieri popolari – mi era sembrato invece piatto e banale, simile a quel che avevo lasciato dietro di me, nel mio paese!
Ma col tempo ho scoperto che la lingua, qualsiasi lingua, è musica. E allora la lingua italiana non era particolare per il fatto di essere una musica, ma perché essa, forse, racchiudeva in sé mille belle e accattivanti speranze per me o, forse, perché la sua musicalità era percepibile.
E a questo punto hanno ragione quelli che ipotizzano che la musica/canto è all’origine delle lingue, e non solo: ne è la sostanza stessa. Da qui, possiamo dire, anche, che non è un caso se le lingue hanno sempre sedotto i cuori dei poeti.
Passato questo tempo “estetico”, con l’apprendimento ovviamente di questa lingua, ho cominciato a notare alcune delle sue caratteristiche e potenzialità, specie nel formare nuove parole a partire da infime modifiche e particelle (una vocale, un accento, una consonante, un suffisso o un prefisso).
Solo Dio – ed i letterati – sanno quanto uno scrittore abbia bisogno della parola, dell’accento o della virgola per nominare ciò che si vive, chiarirne le tenebre o dissiparle e costruirne infine un discorso che sarà sempre e comunque inedito quanto è inedita la vita di ciascuno di noi.
Noi, letterati o scienziati, siamo come i bambini: ci troviamo sempre davanti a delle realtà in continua evoluzione e rivelazione, e abbiamo quindi bisogno, come Adamo, di nominare tutte quelle cose che scopriamo o contro le quali ci sbattiamo il naso.
Più andavo avanti nell’apprendimento, più scoprivo altre potenzialità di questa lingua (l’italiano) e, partendo, di questa mia nuova lingua di scrittura.
Potenzialità che mi servono da strumenti non solo per esprimermi, ma anche per riflettere sulla stessa lingua e sulla sua magia.
Così, mi sono interessato alla sua costituzione leggendo autori moderni e quelli del passato che hanno fatto o che continuano ancora a fare questa lingua: Boccaccio, Cesare Beccaria, Michele Lamari, Gramsci ed altri, soffermandomi su ogni parola ed espressione che m’incuriosivano o che destavano in me qualche particolare interesse.
Infine, mi ci sono messo pure io, osando, a volte a scopo ludico, a volte per sperimentarne il senso o la poeticità, a volte per necessità quando il mio thesaurus non mi sta di soccorso, osando, dico, creare neologismi con invenzioni di sana pianta o con deformazioni di parole esistenti!
Opera naturale è che uom favella;
ma così o così, natura lascia
poi fare a voi secondo che v’abbella
pria ch’i’ scendessi all’infernale ambascia
I s’appellava in terra il sommo bene
onde vien la letizia che mi fascia:
e El si chiamò poi: e ciò convene,
ché l’uso de’ mortali è come fronda
in ramo, che sen va e altra vene.
È Adamo che parla – Paradiso XXVI, 130-138 (40)

La libertà della lingua
Fra le cose che mi hanno stupito in Italia non c’è stata solo la musicalità della lingua, ma c’è stata anche, in secondo tempo, la sua libertà. Avevo notato che gli italiani e persino gli stranieri che la parlavano disponevano di una certa libertà che faceva sì che la loro lingua sembrasse colare come acqua di cascata.
Se la lingua totale era imprendibile, perché quasi infinita, anzi, teoricamente infinita, quella parziale, sebbene a mia misura (la mia lingua madre), presentava comunque alcuni limiti impossibilitanti non indifferenti: spesso, mi capitava di interrompere il filo dei miei pensieri, perché certe parole erano da non dire!
Con la lingua italiana invece, mi sentivo libero di dire le cose senza dover balbettare per non offendere nulla e nessuno.
Come le vie di Milano che mi sembravano senza fine, così anche era la lingua italiana per me agli albori del mio apprendimento: senza ostacoli all’espressione, al pensiero…
Questa era la mia prima lingua italiana: tutta musica, tutta libertà!
Più tardi, però, scoprì che quella libertà non era così assoluta, che era anzi una mia proiezione: la proiezione della mia lingua ideale su di essa; lingua ideale che cercavo e che non trovavo nella mia.
Infatti scoprii che le persone che la parlavano potevano essere casti o selettivi.
Mentre andavo in giro brandendo a gonfie vele la mia libertà linguistica finalmente raggiunta, acquisita, notavo sulla faccia dei miei interlocutori delle nubi scure di sconcerto, ogni volta che mi capitava di ignorare le regole e le circostanze d’uso di alcune parole… rivelatesi “incriminate”!
Eppure le avevo sempre sentite, del resto da dove se non da quelle stesse facce le avevo sentite proferire?!
Certi amici, a cui ho dato alcuni dei miei scritti da leggere, mi hanno fatto notare che non solo le parolacce sono da evitare in certe conversazioni e circostanze, ma tutto un registro di parole! Uno mi parlava dell’archaicità di certe parole. Un altro mi consigliava di evitare la lingua carabinieresca. Un terzo di evitare di cadere nel colloquiale ed altre volgarità tipici dei principianti. Un quarto di non confondere i registri…
Comunque ho scoperto alla fine che la lingua italiana, come quella araba o quella francese e, per estensione, tutte le lingue del mondo hanno bisogno di un certo “bon ton”.
Ed è stata un’altra sfida per me: devo imparare a fare il lutto di quella presupposta libertà della lingua, anche se come diceva il Boccaccio “Lasciva pagina, sed vita proba.” (41)
Questa lingua di libertà e di musica era però un soggetto di derisione e di stupore da parte dei miei amici connazionali che ironizzavano su coloro che la parlavano: se una donna urla “Cazzo!”, non mancava uno fra i miei amici che le chiedeva tra i denti e nella sua lingua “E faccelo vedere, questo cazzo che hai!”.
E qualcuno con altrettanta ironia spiegava, sempre nella loro lingua e sotto voce, “Non importa agli italiani che ci siano bambini o persone anziane o persino i loro propri fratelli e sorelle.”
Sembra che per i miei amici la parola sia di carne: chi la pronuncia, fa!
Questo tipo di intolleranza linguistica – che sotto qualche forma esiste in tutte le lingue del mondo – significa in realtà un pudore linguistico.
A casa loro i miei amici non si permetterebbero di trasgredire la regola che dice loro di non pronunciare certe parole che hanno a che fare col sesso maschile o femminile di fronte ai fratelli, ai genitori e familiari, agli anziani, alle donne e ai bambini.
Un tale divieto cade solo quando si è tra amici e coetanei o nella collera. Ah là, sarà l’apoteosi, e sono le cataratte dei più raffinati ed originali e forti scurrilità che si aprono!
Ovviamente i miei amici sapevano che per una comunicazione efficace, bisogna dire tutto della situazione o del discorso da dire, con parole chiare e precise chiamando gatto un gatto e pera una pera. Del resto i detti popolari gli dicono che “l’ambiguità genera bastardi”, nel senso che se, per pudore, una donna non sa respingere una violenza, rischia di rimanere incinta.
O quest’altro detto che dice: “qualsiasi parola è propizia, nel momento propizio.”
Anche il corano, le tradizioni locali o universali, la letteratura pia o pagana non mancano di incitare i miei amici a liberare la loro parola e a sciogliere le loro lingue.
I miei amici sapevano questo quasi-imperativo morale, ma sapevano anche che fuori certe circostanze, non c’è più senso né bisogno di ricorrere alla scurrilità.
Da qualche parte qualcuno li aveva convinti che bisognava essere un po’ schizofrenici, facendo finta che la parte ano-sessuale non potesse o non dovesse esistere o fare parte della nostra anatomia che in un modo alternativo o saltuario.
Ovviamente questo tratto schizoide è stato il frutto di un lavoro durato secoli, i lunghi secoli della decadenza arabo-islamica.
Per quanto mi riguarda, mi rendo conto che la mia prima lingua italiana tendeva ad una libertà assoluta. La mia lingua araba in confronto era molto pudica, e mi poneva perciò un sacco di limiti e di tabù; non perché l’arabo non ci si presti o che ci sia qualche censura (questa comunque rimane, perché agisce non tanto sulla lingua quanto sulla materia bruta stessa che il linguaggio usa per formare le parole). La mia prima lingua italiana – dico – tendeva ad una libertà assoluta perché:
1 – non sapevo fin in fondo il senso delle parole italiane né il rapporto che gli italiani hanno con quelle parole altamente cariche di emozioni e di simboli sociali ed archetipici, specifici alla cultura e alla personalità di base degli italiani, insomma non avevo l’archeologia delle parole italiane.
2 – siccome ero ancora assai ignaro della nuova lingua, mi permettevo di non preoccuparmi più di tanto delle parole che potevano rimandare a qualche tabù e ad altre linee rosse tracciate dalla libertà stessa; dato che senza regole, non c’è libertà.
3 – pensavo infine che, nonostante questi limiti e regole – che non erano necessariamente solo morali, ma erano anche limiti di senso –, io potessi essere libero e legittimato d’esprimere il mondo e me medesimo, e al limite erigere le mie fantasie sintattiche o i miei neologismi come, pure, i miei errori a stato di regole.
Tuttavia non ho mai pensato che gli uomini potessero trasgredire la loro natura d’essere delle scimmie grammatiche: cioè rinunciare a capire gli altri o a farsi capire dagli altri.
A proposito di errori che diventano regole o correttezze, mi vengono in mente due aneddoti:
1 – questo errore che ho letto nel piccolo inserto del Sole 24 ore, (42) If anyone wants (singolare), then they can (plurale), l’ha fatto nientemeno che Shakespeare.
E se uno lo dice correttamente If anyone wants (singolare), then he/she can (singolare)” è la prova che è uno straniero!
2 – Il famoso critico d’arte e di letteratura, Ibrahim El Ariss, che scrive sul quotidiano saudita El Hayat che esce a Londra, racconta in uno dei suoi articoli, un battibecco tra un poeta e un critico. Questi rimprovera a quegli certi errori nella sua ultima opera. L’altro gli mandò a dire che “furono errori”. E Ibrahim El Ariss, spiega che infatti tali errori sono diventati – per la legge della licenza poetica e dell’evoluzione stessa della lingua – correttezze.
Quindi non è che una certa lingua sia più libera o più casta dell’altra, ma che le persone possono essere liberi e disinibiti nel dire le cose coi loro nomi nel momento giusto, come denunciare un’ingiustizia, non stringere la mano a un dittatore…

Bilinguismo e crisi d’identità
Bisogna ripetere qui, come premessa a questa sezione, che non esiste al mondo un paese il cui popolo parli una sola lingua, tranne forse Cuba, come abbiamo visto più sopra. (43)
Cos’è il bilinguismo?
È la capacità che ha un individuo o un gruppo di individui di conoscere ed usare, assieme alla propria lingua madre, la lingua di un altro popolo.
Senza entrare nel merito del complessissimo fenomeno del bilinguismo, in questo scritto mi accontenterò di alcune brevi ma fondamentali indicazioni tratte dalla mia esperienza di algerino che ha il francese come seconda lingua.
Nel caso dell’Algeria, però, si tratta della compresenza di tre lingue che si accoppiano generalmente nella maniera seguente: arabo/francese, berbero/francese e arabo/berbero.
I berberofoni spesso conoscono l’arabo e/o il francese.
Comunque se il berbero e l’arabo sono autoctoni, il francese è non solo una lingua straniera ma è anche e soprattutto una lingua imposta con violenza al popolo algerino per via dell’occupazione francese dell’Algeria.
Infatti, tra un’infinità di misure che la Francia prese per cancellare l’identità degli algerini, c’erano il divieto e la messa al bando della lingua araba, lingua della maggioranza (il berbero essendo allora una specie di dialetto non codificato e senza statuto di lingua).
È ovvio che un tale bilinguismo – realizzatosi in una situazione di rapporti di forza perversa – potrebbe rivelarsi portatore piuttosto di crisi d’identità che si manifesta con certi sintomi gravi come, tra tanti altri, la perdita di fiducia e di stima nella propria lingua. È di questo bilinguismo che io parlo.
L’altro bilinguismo invece – quello in cui l’individuo o il gruppo adottano una seconda lingua per libera scelta – è esente di tali problemi di identità, poiché è la lingua madre che mena il gioco e, da “padrona di casa”, non si lascia sicuramente calpestare.
Anzi, la lingua straniera in tal caso è introdotta liberamente e con voglia, e sarà considerata quindi come una preziosa ospite.
“Ma – scrive Chadly Fitouri – ci volle lo shock del primo veicolo spaziale – lo Sputnik sovietico – perché la padronanza di una lingua straniera si trasformi in un desiderio d’acquisizione personale, in caso urgente di necessità nazionale. Improvvisamente, milioni di persone si resero conto che non erano state informate di quanto stava accadendo nei paesi che avevano creduto a lungo poco evoluti.” (44)
Si può dire lo stesso dell’inglese in questa nostra epoca, dove alcuni zelanti vogliono quasi farne addirittura una seconda lingua madre per i loro bimbi italiani, francesi o russi stessi!
Di fronte all’offensiva del secolo americano, quasi tutti i popoli della terra si stanno facendo invadere, endemicamente, e soggiogare collettivamente, ben volentieri, colonizzare proprio, da una lingua straniera.
Per il resto il bilinguismo del cittadino di un paese che è stato colonizzato, acculturato e alienato, è diverso da quello del cittadino il cui paese non è stato vinto e la cui lingua non è stata messa al bando e vietata ai suoi.
Il bilinguismo che può far male è quel bilinguismo del tipo che abbiamo in Algeria – molto diverso di quello che possono avere altri paesi con l’inglese -, per il fatto che non si ha alcuna possibilità di scegliersi la lingua straniera che si vuol parlare oltre a quella madre.
Non sarà che una lingua del pane; sempre che quel pane sia raggiungibile !
La Francia aveva di fatto vietato agli algerini la lingua araba, considerandola addirittura come lingua straniera; nel contempo aveva fatto di tutto per mantenere nell’alfabetismo totale gli autoctoni.
A parte una minoranza “privilegiata” – spesso non arrivava neanche a concludere il ciclo della scuola elementare -, il popolo algerino era quindi completamente tagliato fuori, abbandonato a se stesso, senza la minima istruzione. Tutto ciò che gli era rimasto, risiedeva in questi due dialetti o sabir: arabo e berbero.
Così, la Francia mise gli algerini in una condizione disumana, violenta e destabilizzante; condizione che, per parafrasare Fitouri (45), aveva fatto degli algerini un popolo analfabeta, miserabile, spossessato delle sue terre e delle sue tradizioni rurali e buttato nella periferia della civiltà e della storia.
Quel che è successo ai paesi colonizzati, non è un contatto di culture, bensì un’acculturazione, una destrutturazione della cultura autoctona.
“Basti prestare orecchio, dice ancora Fitouri, nei corridoi dell’università o nei luoghi pubblici per rendersi conto dello stato di degrado in cui si trova la lingua di tutta questa categoria di popolazione che è stata iniziata, dal gioco della scolarizzazione, al bilinguismo e al biculturalismo.” … “L’Algeria in particolar modo” aggiunge Fitouri nella nota al piè di pagina. (46)
quindi quel abbiamo in Algeria è un bilinguismo imposto ed assimilato fintamente, quindi falso e perverso. In più, bisogna aggiungergli il fatto aggravante seguente: questa lingua, il francese in Algeria, viene assimilata diversamente dalle diverse classi sociali. Rarissimi (forse inesistenti) quelli che la usano a casa, pochi ne hanno una reale padronanza, parecchi non ne sanno che alcune parole o espressioni ormai entrate a fare parte dei dialetti berbero o arabo… il resto ne ha una conoscenza scolastica discreta: chi più chi meno rispetto alla media.
A proposito dell’aberrazione di questo imposto bilinguismo, cito a caso alcuni errori stupidi (qui in seguito tra virgolette piccole) che ho trovato in un quotidiano algerino di lingua francese, il “francofonessimo” El Watan:
« Il refuse l’identité de la partie “qu’il l’a” attaqué. » invece di « Il refuse l’identité de la partie qui l’a attaqué. » o ancora « Il refuse l’identité de la partie qu’il a attaquée. » (47)
Questo è un errore solo (quel che ho scorto io) in tutto l’articolo, però… ma in un altro articolo dello stesso quotidiano datato del 25-11-16 ne ho trovati tanti, a volte due nella stessa frase! « … “a pu lui affiché” sa considération » ! « … je ne “peux pas oublié” » ! « … jusqu’au jour où le conflit “s’éclate” » « … C. A. d’El-khabar, “attristé et se souvient” des moments où “il commencé” avec lui… » « … “un belle jour” » (48)
Se cerchiamo di rappresentare il bilinguismo algerino con la parabola gaussiana, avremo la maggioranza degli algerini che hanno una conoscenza scolastica del francese e sui lati della parabola si trovano da una parte gli “assimilati” e dall’altra i “refrattari”.
Tuttavia, per un motivo di propaganda, gli assimilati (spesso si trovano fra i potenti e i dignitari della classe dominante) spesso ci presentano il “successo” dei loro figli come una realtà che copra e caratterizzi il resto delle classi maggioritarie “fallite” o per lo meno poco o per nulla bilingui.
Concludendo con Fitoury, posso dire che il bilinguismo dei popoli vinti, gli ex colonizzati, è il frutto di “uno scontro necessariamente traumatizzante tra una cultura aggressiva e dominatrice e una cultura aggredita e i cui meccanismi di difesa erano profondamente guasti, ciò non poteva che sbocciare su un’atomizzazione socioculturale, preludio ad un verosimile processo di disintegrazione della cultura e, al limite, della società.” (49)
Terminerò con questo aneddoto che Umberto Eco attribuì a Francis Bacon che incitava i cristiani ad “imparare la lingua degli infedeli [mussulmani ed ebrei] per sottrarre loro le perle di saggezza che non hanno alcun diritto di possedere.” (50)
Ed io direi: imparare la lingua di Francis Bacon per sottrargli le perle di saggezza di cui i suoi cristiani ci avevano derubato e che non hanno alcun diritto di possedere solo loro. Ed è proprio ciò che gli algerini dell’Algeria indipendente, grazie alla scuola nazionale, cercano di fare:
1 – ripristinare la lingua araba, lingua ufficiale della maggioranza, promuoverla e difonderla.
2 – occuparsi della lingua Tamazight, il berbero, riconoscerla (da semplice dialetto, è diventata una lingua nazionale, poi una seconda lingua ufficiale del paese), promuoverla e diffonderla (in un prossimo futuro sarà insegnata in tutte le scuole della repubblica, e non solo nelle regioni berberofoni).
3 – correggere e sanare le aberrazioni del rapporto anomalo che hanno con la lingua francese, imparandola bene, liberamente e senza alcun complesso.
4 – infine, aprirsi sulle altre lingue del mondo

Bisogna pur vivere, no!
Bisogna riconoscere che certi scrittori algerini – nel periodo coloniale – hanno fatto di necessità virtù: in assenza della loro lingua madre e avendo comunque bisogno di una lingua “decente” per esprimersi, essi si erano rassegnati alla lingua francese. Le loro opere ci dicono quanto hanno saputo apprezzare e fecondare questa lingua.
In “Nulle part au pays de mon père” la scrittrice algerina Assia Djebar paragona il suo bilinguismo e quindi quello del suo popolo, al piccolo che attinge il suo latte da due mammelle. (51)
Io personalmente, mi ero sempre visto nei sogni corteggiare due donne al contempo: una bruna e l’altra bionda; mi sembra che la presenza dell’una attirasse quella dell’altra.
Per mia madre, che non sospettava l’ambiguità freudiana sui generis dei sogni e delle altre manifestazioni psichiche nell’uomo, si trattava senza dubbio delle due letterature araba e francese con cui suo figlio era alle prese nell’ambito della scuola algerina che dispensava l’insegnamento in queste due lingue: l’arabo e il francese.
Fantasticando sul suo primo appuntamento d’amore dove pensava di “poter permettersi un’ora di libertà con uno sconosciuto e conoscerlo” Assia Djebar rimase perplessa di fronte a un dilemma: Quale lingua le sarebbe convenuto usare con questo sconosciuto?
Quindi scrisse: “Conversare già dalla prima volta in lingua araba, mi sarebbe sembrato soccombere a una certa familiarità [il fatto è che] il francese, così neutro, mi servirebbe in qualche modo da velo.” (52)
E se il suo sconosciuto di sahariano le avesse chiesto un bacio nel suo dialetto “Forse avrei ceduto, perché la musica del suo dialetto meridionale avrebbe probabilmente destato in me il desiderio di sfiorare le sue labbra, e persino il suo viso, … (…) comunque, non sarei fuggita come una bambina ridicolmente spaventata e sentendosi in colpa,…” (53)
Assia Djebar si sentiva come orfana di quella lingua, la sua lingua madre, la lingua dei grandi poemi arabi che la traduzione in francese riduce “purtroppo, ad una pelle essiccata”, dove “il significato viene reso prosaicamente, mai con il canto di fondo “.(54)
Tuttavia, lei trovava indecente il parlar amoroso dei giovani algerini, non perché l’arabo non si presta ad un linguaggio di amore e di sentimenti, ma lei pensava che i giovani andassero a cercare tale parlar nel bordello.
Del resto nessuna lingua viene a meno dal poter dire tutte le faccende del vivere dei suoi utenti. E in questo non esiste una lingua più furba o più naif, più facile o più difficile, più vereconda o più puttanesca dell’altra.
La capacità/incapacità di una lingua è un falso problema che sa più di ideologia che di verità scientifica.
Le lingue sono gerarchizzate solo ideologicamente, la realtà è diversa: ci sono lingue che hanno più vocaboli per dire deserto, leone, ghiaccio… che altre lingue. Tale ricchezza non è però segno di superiorità, ma è solo specializzazione.
Ma la Djebar non è così superficiale da buttare il bambino con l’acqua sporca: come tutti i vinti della sua stirpe, a cui il colonialismo aveva confiscato la lingua madre, fece di necessità virtù. Così finì piuttosto per vedere in entrambe le lingue “rivali?” due facce di una stessa poesia che avvolgevano il suo corpo.
Lei non è la sola tra gli algerini che hanno guardato la lingua francese con occhi critici, definendola chi come lingua del pane, chi come lingua dei vinti, chi come lingua dei colonialisti dominanti, chi come lingua della resistenza …
Il suo connazionale, Mouloud Mammeri, in uno dei suoi romanzi, ha fatto dire a uno dei personaggi: “aveva imparato il francese, perché, è ovvio, bisogna pur vivere, no! (…) [Lingua] che aveva conquistato con una lotta feroce, ma cui le parole erano come lo stetoscopio o il bisturi, dei semplici strumenti.” (55)
Infatti, come è noto, il francese non ci è stato offerto su un piatto d’oro, l’abbiamo conquistato per una questione di sopravvivenza; a maggior ragione, era sempre stato per noi la lingua dell’esofago, e non – come pretendono alcuni alienati fra gli arrivisti francofoni, come tale Rahimi Attiq (56), un linguaggio libero, sublime, audace e insegnerebbe pertanto la libertà, il sublime e il coraggio intellettuale.
Il tunisino Mahmoud Messaadi, ex Segretario di Stato per l’Istruzione, esprime più ufficialmente il parere di Mammeri. Per lui, quando i tunisini – e questo vale anche e soprattutto nel caso degli algerini – imparano la lingua francese, in realtà si tratta “non tanto d’imparare una lingua straniera quanto di usare uno strumento (…).” Fitoury (57)
Kateb Yacine, a cui si attribuisce il famoso motto, ironico di sicuro, “la lingua francese è il nostro bottino di guerra” la considera a volte come bottino di guerra – strappato per la forza della lotta e dello sforzo, talmente i francesi furono avari della loro lingua (volevano mantenere gli algerini nell’alfabetismo totale!) – a volte come strumento di dominio.
Dice a questo proposito che egli scrive “in francese perché la Francia ha invaso il [suo] paese e che si era tagliata una posizione di forza tale che dovevamo scrivere in francese per sopravvivere; ma scrivendo in francese, [lui ha le sue] radici arabe o berbere che sono ancora vive.” Fitoury (58)
Un’idea che aveva ribadito anni dopo, quando diede il suo parere sulla francofonia, in cui vedeva uno strumento di dominio neo-colonialista della Francia: “Si tratta di una macchina politica neo-coloniale, che non fa altro che perpetuare la nostra alienazione.” (59)
Uno strumento di dominio, dunque, una sorta di guinzaglio nelle mani della Francia, che le permette di tenere – docili e legati come dei cani – i suoi ex colonizzati e i loro discendenti.
Bottino di guerra, ho detto?
Certamente, ma è il bottino di una sposa violentata: un bottino che possiamo paragonare allo sperma che lo stupratore lascia nel grembo di questa sventurata…
Ed è, sicuramente, in questo senso che bisogna capire l’ironia di Kateb Yacine quando parlava di bottino. Ma non era affatto un obnubilato di mente o un senza-dignità da credere in ciò che la sua espressione ironica (molto amara) suggerisce.
Sapeva che uno stupro è spesso accompagnato da un coito. E il coito è sempre seguito da un corso di spermatozoi e, di conseguenza, da un’infinità di vergogna e di umiliazione per la vittima violentata…
Un altro poeta algerino, Malek Hadad, che pur scrivendo anche lui in francese, vi vedeva una lingua che non è affatto inerente all’animo algerino né può parlarne, ma rimane comunque una bella risorsa per resistere all’oppressore francese.
Lekhel Djamel, un grande scienziato algerino poliglotta, stabilitosi a Zurigo, ha formulato chiaramente il “non-ne-posso-più!” della stra-maggioranza degli algerini che si vedono ancora costretti, 60 anni dopo la fine dello stupro coloniale, a continuare a trascinare questa grande palla che il loro stupratore ha messo loro ai piedi.
Lo scienziato si stupisce che gli algerini siano “ancora attaccati alla Francia, mentre essa stessa ha dei problemi con la lingua inglese. Se vai – dice ancora – ad una conferenza scientifica, tutti ridono quando l’intervento si fa in lingua francese.” (60)
Per quanto mi riguarda, devo dire che il fatto di conoscere più di una lingua, invece di crearmi noia o impacci, mi rende un grandissimo servizio: mi aiuta ad acchiappare le idee che sembrano temere la pazienza, o la luce della nostra coscienza!
Se non le infilzo subito, queste idee svaniscono; perciò quando la parola adeguata mi manca, mettiamo in arabo, ricorro subito alle altre lingue. Questa procedura mi aiuta assai non solo a non perdere le idee, ma anche a non perdere il filo del ragionamento.
Le parole provenienti da lingue diverse finiscono per acquisire in qualche modo lo statuto di sinonimi.
Infatti perché ad esempio una parola come Contento debba accomodarsi d’avere per sinonimo un’altra parola fatta da suoni completamente diversi come Gioioso, ed aborrire una parola araba come Farhan o inglese come Happy?! Nelle mia mente da poliglotta tutto trova posto.
In ogni modo, è così che la mia mente funziona quando, scrivendo per esempio in arabo, invece di una parola araba, è una parola italiana o francese che mi viene in mente.
Se ho tempo, cerco di uniformare linguisticamente il discorso, ma se le idee premono, non devo rimanere lì a supplicare o ad aspettare: uso ciò che è presente nella mia mente, e via!
Imposta o scelta, la conoscenza di una lingua supplementare è sempre benvenuta per la gente sensata.
L’importante è che non sia uno strumento di alienazione o di schizofrenizzazione.

Lingua della poesia e lingua della prosa
Personalmente, mi viene quasi spontaneo, durante lo stimolo della scrittura, non solo di riconoscere che sto per scrivere in tale o tal altro genere, ma anche di usare un ritmo e una lingua diversi a seconda del genere proiettato.
Ovviamente è la mia cultura letteraria che mi porta a fare tali distinzioni e tali scelte. So intuitivamente – per averne letto abbastanza – che una poesia dovrebbe essere di una precisa forma, con precisi suoni musicati, disposti in versi, rimati se è possibile.
Del resto si sa, per parafrasare Todorov (61), che i poeti imitano Omero e, più tardi, Khayyam o Dante, non di sicuro la natura.
Poesia e prosa hanno questo in comune: dopo Spinoza gli scrittori di entrambi i campi hanno smesso di credere nella verità e tanto meno di cercarla o di offrircela.
Quel che è rimasto invece è il senso delle loro opere. E in queste, il senso non mancherà mai: basta saperlo cercare e formulare.
Ma se nella prosa il senso è un fine, in poesia esso è solo pretesto, perché sono le parole in sé che il poeta cerca.
Come dice Todorov 62 le parole della poesia non sono più dei segni, bensì dei motivi. In questo senso esse sarebbero come delle perle assemblate in una forma sempre originale, che il senso lega tra di loro come il filo di una collana.
Il genere di prosa e quello di poesia dipendono dal “doppio stato” (Mallarmé) che caratterizza la stessa parola: bruta o immediata nella poesia, essenziale nella prosa. In altri termini la poesia parla, la prosa pensa.
Un’altra differenza tra poesia e prosa consiste, secondo gli adepti dell’arte per l’arte, nella posizione dell’una e dell’altra nei confronti dei valori morali. Mentre la prosa tende ad affermare e celebrare questi valori, la poesia tende a sbarazzarsene.
Insomma la poesia sarebbe io contro tutti gli altri, mentre la prosa sarebbe io con gli altri.
Bisogna credere nell’esistenza reale di una tale indipendenza della poesia – indipendenza che sfiora l’impossibile?
Per Todorov, per cui ogni testo è un palinsesto, la poesia “è al contrario interamente dipendente della tradizione letteraria: solo l’esperienza della letteratura può dare a qualcuno l’idea di scrivere un’opera letteraria” 63.
Per concludere, possiamo dare, in onore a Tzvetan Todorov, una definizione esclusivamente letteraria della lingua dello scrittore, dicendo che essa consiste in tutto quel materiale di cui è fatta la sua opera, testi e palinsesti, dal punto e la virgola, passando per la parola ritenuta, per la frase, per il tratto che di tanto in tanto li cancella, fino al mega testo finale pubblicabile o non, fino all’insieme dell’Opera, con la O maiuscola.

I° stesura del 23-09-16 per il convegno de La Tenda
II° stesura del 01-12-16 rivista e rielaborata per El Ghibli online

Riferimenti Bibliografici

(1) – Nimrod, poeta Ciadiano, citato in “le Magazine littéraire” n° 451, Marzo 2006
(2) – Galileo Galilei, https://books.google.it/books?id=Lm5WMaIhFQ8C&pg=PA229&lpg=PA229&dq=meno+ne+intende+e+ne+sa&source=bl&ots=azQu5pewv0&sig=6d0mfxd3XT-b8LmzsNf9b9hETzs&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjd7K2oq8vQAhUEtRQKHX9gD3gQ6AEIIjAC#v=onepage&q=meno%20ne%20intende%20e%20ne%20sa&f=false
(3) – Galileo Galilei, ibidem, op. cit.
(4) – Pascal Picq, in “La plus belle histoire du langage” de Pascal Picq, Laurent Sagart, Ghislaine Dehaene e Cécile Lestienne. Editions du Seuil – Gennaio 2008
(5) – http://www.lemonde.fr/pixels/article/2016/06/10/une-intelligence-artificielle-ecrit-le-scenario-d-un-court-metrage_4947819_4408996.html?utm_medium=Social&utm_source=Facebook&utm_campaign=Echobox&utm_term=Autofeed#link_time=1465568944
(6) – http://www.slate.fr/story/115861/roman-prix-litteraire-japonais
(7) – secondo Noam Chomsky in https://www.youtube.com/watch?v=-wJDf9gAWW4
(8) – Bierens De Haan, Psicologia degli animali – Arnaldo Mondadori Editore 1951
(9) – Konrad Lorenz, “L’agression : Une histoire naturelle du mal” Champs – Flammarion (1969)
(10) – Bierens De Haan, ibidem.
(11) – Bierens De Haan, op. cit.
(12) – “Two languages are better than one”, in English Actually – n° 24/2016 – inserto del sole 24 ore.
(13) – Tzvetan Todorov “Critique de la critique”, mal. Éditions du Seuil, Paris – novembre 1984.
(14) – John Burgess Wilson, B.A – “English Literature” Longmans – 1st published 1958, 2nd impression 1962.
(15) – Jean-Jacques Rousseau, “Saggio sull’origine delle lingue” – a cura di Paola Bora – Giulio Einaudi editori, Torino, 1989.
(16) – Jean-Jacques Rousseau, op. cit.
(17) – Ibrahim Al-Arees http://www.alhayat.com/Opinion/Ibrahim-Al-Arees
(18) – Noam Chomsky, ibidem.
(19) – https://it.wikipedia.org/wiki/Grammatica_universale
(20) – Kateb Yacine in https://www.youtube.com/watch?v=9nUNqOXLomc
(21) – https://fr.wikipedia.org/wiki/Hypoth%C3%A8se_de_Sapir-Whorf
(22) – Octavio Paz, “Le singe grammairien”, Champs Flammarion, Paris 1972.
(23) – Octavio Paz, op. cit.
(24) – Octavio Paz, op. cit.
(25) – Octavio Paz, op. cit.
(26) – Octavio Paz, op. cit.
(27) – Octavio Paz, op. cit.
(28) – Elena Meli, http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/16_febbraio_26/lingua-influenza-personalita-modella-cervello-95a1f04a-dc83-11e5-830b-84a2d58f9c6b.shtml?cmpid=SM_CorriereNazionaleEngagementAprile_fp_facebook_undefined_cpc_EngagementNazionaleAprile&refresh_ce-cp
(29) – Tzvetan Todorov, ”Poétique de la prose” – Editions du Seuil, 1971.
(30) – Noam Chomsky, ibidem.
(31) – Octavio Paz, ibidem
(32) – Edward Said in “Cultura e imperialismo” – Gamberretti Editore, Roma, settembre 1998.
(33) – Umberto Eco, ne “La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea” – Editori Laterza, Bari 1993
(34) – Umberto Eco, op. cit.
(35) – Émile Zola, “Al paradiso delle signore”, in Economia e Letteratura – inserto con Il sole 24 Ore, pubblicazione bisettimanale n. 23/2016.
(36) – Marc Olan in sciences humaines n° 274 – ottobre 2015 p. 37
(37) – Marc Olan, op. cit.
(38) – Marc Olan, op. cit.
(39) – Abdelmalek Smari, “Fiamme in paradiso” – il Saggiatore, Milano 2000
(40) – Dante Alighieri, Paradiso XXVI, 130-138
(41) – Giovanni Boccaccio, “Decameron” vol. I – Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino.
(42) – English actually, ibidem.
(43) – English actually, ibidem.
(44) – Chadly Fitouri – « biculturalisme, bilinguisme et éducation » Ed. Delachaux et Niestlé, Éditeurs Neuchâtel-Paris, 1983.
(45) – Chadly Fitouri, op. cit.
(46) – Chadly Fitouri, op. cit.
(47) – Fayçal Metaoui, http://www.elwatan.com/culture/sila-2016-passer-a-l-age-numerique-28-10-2016-331688_113.php
(48) – Nassima Oulebsir, http://www.elwatan.com/actualite/le-journaliste-bachir-hamadi-inhume-hier-25-11-2016-333584_109.php
(49) – Chadly Fitouri, ibidem.
(50) – Umberto Eco, ibidem.
(51) – Assia Djebar, “Nulle part au pays de mon père” – Librairie Arthème Fayard, 2007.
(52) – Assia Djebar, op. cit.
(53) – Assia Djebar, op. cit.
(54) – Assia Djebar, op. cit.
(55) – Mouloud Maameri, “L’opium et le bâton » – Plon 1965
(56) – Abdelmalek Smari http://archivio.el-ghibli.org/index.php%3Fid=1&issue=09_36&section=6&index_pos=1.html –
(57) – Chadly Fitouri, ibidem.
(58) – Chadly Fitouri, ibidem.
(59) – Kateb Yacine, http://www.echoroukonline.com/ara/articles/499035.html
(60) – Lekhal Djamel, https://www.youtube.com/watch?v=HwDQz5Fnlqc
(61) – Tzvetan Todorov “Critique de la critique”, ibidem.
(62) – Tzvetan Todorov “Critique de la critique”, op. cit.
(63) – Tzvetan Todorov, ibidem.

L'autore

Abdelmalek Smari

Abdelmalek Smari

Abdelmalek Smari nasce a Costantina, in Algeria dove si laurea in Psicologia clinica e lavora per 7 anni. Giunto a Milano agli inizi degli anni ’90, scrive il suo primo romanzo Fiamme in paradiso – Il Saggiatore 2000 – grazie all’amicizia con Raffaele Taddeo e al suo sostegno. Avendo imparato l’italiano, diventa a sua volta insegnante d’italiano per stranieri. Scrive poesie che riceveranno un riconoscimento come opera inedita col premio Lorenzo Montano a Verona nel 2006. Si cimenta anche nel teatro con Il poeta si diverte e L’asino sulla terrazza, adattamento teatrale dell’omonimo racconto già pubblicato nell’antologia La lingua strappata; una riduzione teatrale di Fiamme in paradiso sarà rappresentata presso il Centro sociale Leoncavallo. Nel 2001 ottiene il premio Marisa Rusconi per Fiamme in paradiso. Nel 2008 pubblica con Libribianchi il romanzo L’occidentalista. In entrambi i romanzi il protagonista vero è la Milano amata e criticata e così congeniale all’autore, tanto che sarà annoverato tra gli scrittori milanesi dalla poetessa Marina Corona. Scrive spesso agli amici sui suoi temi preferiti: la lingua, la scrittura, la divisione mistificatrice tra oriente e occidente, la storia e la politica. L’autore ha intenzione di raccogliere questi scritti in un’opera, dopo aver ultimato la stesura del suo terzo romanzo, a cui sta lavorando. È di questi ultimi anni l’apertura di un blog, che gli permette di trattare l’attualità della vita politica e civile algerina: www.malikamin.net All’autore è stata dedicata nel 2011 una tesi di un laureando in Lettere e filosofia dell’Università degli Studi di Milano – Giuliano Buzzao – dal titolo “L’identità della e nella letteratura migrante”. El-Ghibli gli ha dedicato il supplemento del suo numero del giugno 2012.

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