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La passione del vuoto

julio monteiro martins
la passione del vuoto
Besa

antonello piana

Nella seconda tappa del suo percorso ibridante dentro la lingua e la cultura italiana, Julio (Cesar) Monteiro Martins sfodera nuove armi. Balza subito all’occhio, rispetto ai suoi primi Racconti italiani, un respiro narrativo piú ampio e articolato, sorretto nei contenuti da parentesi di riflessione e una certa tendenza a rielaborare l’esperienza personale sotto certi aspetti inedita ai suoi lettori italiani.

I racconti si presentano formalmente come una cosmogonia fondata sull’accostamento di vicende e materiali eterogenei: cosa hanno in comune una lezione di scrittura creativa e una puntata di Stranamore, un pubertario adolescente esiliato nella selva e un padre ostinato alla ricerca di una figlia che non vuole essere trovata, la caricatura del berlusconismo in chiave esoterica e galattica e la solitudine di una cella pisana o di un villaggio della Garfagnana in cui il tempo sembra essersi fermato?

La scrittura di Monteiro Martins a prima vista non sembra rispondere a un disegno complessivo, a un intento unitario, talvolta non sembra neppure accordarsi sul contenitore “racconto”: le “Istantanee italiane” come una sorta di manifesto per una scrittura contemporanea, immediata e aperta, non condotta alle estreme conseguenze, strozzata da un senso sviluppatissimo del minimalismo narrativo (a cui contribuisce un uso estremo del dialogo che volentieri annulla la resa diegetica) concentrato su un’unica azione, spesso solo un pensiero fisso, un’ossessione di cui si acquista improvvisamente lucida consapevolezza.

Nondimeno alla fine della lettura si consolida l’impressione di un mosaico di tessere policrome che offrono un quadro di senso compiuto. È probabile che questa sensazione derivi dal livello profondo della narrazione, un fiume sotterraneo che irriga discretamente il panorama accomunando con la sua funzione paesaggi dissimili. Chissà che non siano proprio queste tensioni sotterranee a tenere insieme la cupola facendo spinta sul punto di convergenza.

Il conflitto che serpeggia piú o meno velatamente nella maggior parte delle storie è inevitabilmente quello multiculturale, la questione maiuscola del nostro tempo. L’autore, immunizzato dai luoghi comuni sul “bel paese”, si propone di ghermire le inquietudini di una cultura e di una società che non sa bene dove stia andando. La questione multiculturale viene affrontata problematicamente, mettendo il dito su una piaga aperta ma recondita, un conflitto che nei racconti come nella realtà referenziale resta non formulato, implicito e irrisolto: la lucida rappresentazione della frontiera lotmaniana tra il proprio e l’altrui, il nostrano e l’estraneo, esemplare e latente nelle attuali società-fortezza del “mondonord”.

È il caso di “Hotel Till”, il racconto dal gusto palesemente autobiografico che apre la raccolta: un adolescente europeo sbattuto agli antipodi dalle circostanze si infiamma per una popolana nativa. Il nostro tempo, perfettamente compendiato dall’anno 1968, non consente piú una riedizione del mito del “buon selvaggio”; la ragazza va a servizio per una rimpatriata di nazisti nella foresta, immagine certo incongrua ma anche, perché no, rappresentativa della mondializzazione dei valori europei piú beceri.

Il trauma culturale alla base di “Hotel Till” è in fondo il medesimo di molti nativi, intellettuali e non, del “sud del mondo”, combinazione di realtà autoctone e retaggi coloniali vissuta a turno come occasione o condanna, secondo le circostanze.

Monteiro Martins esemplifica volentieri questo conflitto attraverso un’altra tensione sotterranea strettamente legata alla questione multiculturale, l’esplosione dei sensi nei suoi personaggi come risposta all’alienazione circostante e anelito ad un altro destino:

“Mi ricordo di Carminha con un coltellaccio mentre tagliava la carotide di un pollo che si sbatteva in terra, mentre lei reggeva con energia la sua testa e faceva sgorgare tutto il sangue dentro un piatto fondo. Con quel sangue lei avrebbe preparato il molho pardo, il sugo spesso e nutriente che tanto piaceva a mio padre. E mentre la vedevo, tutta spruzzata di sangue, sorridere orgogliosa nell’aia dietro la casa, supplicavo Dio, qualunque dio, di permettermi di baciarle la bocca. Ah, come volevo quelle labbra carnose, la saliva tonificante di giovane mulatta di campagna, il molho pardo della mia dannazione.”

L’esplosione di sensualità, spesso di sessualità, come una metafora diretta per la nostalgia, l’anelito (come tradurre in italiano la saudade di Monteiro Martins?) a una comunicazione piena con l’altro, a una condivisione del diverso che in fondo è l’unica possibilità che oggi ci resta.

Il rapporto empatico che si instaura tra i personaggi di questi racconti, il narratore, ovvero l’autore – implicito o comunque lo si voglia definire -, e di riflesso il lettore, non subisce un danno dalla distanza dell’ironia, pure onnipresente. Si tratta piuttosto di una profonda compassione (nel senso proprio del termine: soffrire insieme) verso l’uomo comune, antieroe per partito preso, verso i suoi slanci e le sue idiosincrasie, le sue generosità ma anche le intolleranze, un’immedesimazione che trascina il lettore rendendolo partecipe di tutte le irrequietudini.

In definitiva il comun denominatore di questi racconti è un’umanità assediata e inquieta, fragile e ossessiva, che cerca rifugio in passioni estreme e incongrue per sfuggire ad una realtà che non si lascia più afferrare compiutamente.

È evidente come la gestazione dei racconti prescinda per principio dall’esperienza autoriale, dall’autobiografismo spicciolo e diretto. Ci troviamo di fronte piuttosto ad una narrativa orgogliosamente cerebrale, che trae spunto dalle esperienze assurde ma quotidiane del nostro tempo. Attraverso strumenti e punti di vista anche estranei alla cultura italiana, riesce il tentativo di scattare un’istantanea di una società che molti letterati nostrani continuano a far finta di non vedere.

Dicembre 2003

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Antonello Antonello Piana