Interventi

Laboratori di scrittura – Pezzarossa

Ho accolto con piacere l’invito a portare una breve riflessione intorno alla ultima notevole impresa (con interessanti precedenti, quale il corso sfociato ne Il quartiere dei destini incrociati)[1] organizzata da una realtà nota ben oltre l’orizzonte milanese come il Centro La Tenda, fucina sino dagli anni Novanta del ’900 di mille iniziative di taglio culturale multietnico, in risposta coerente e perseverante all’incremento di presenze e identità altre e inattese nel contesto della nostra società, in capo ai percorsi variabili e diffusi delle migrazioni.

Sottolineo l’utilizzo della forma plurale non per ricalcare l’automatismo medializzato che evoca invasioni e orde sconvolgenti, ma per ribadire la necessità di operare in contrasto alla genericità di messaggi che impiegano figure burattinesche di comodo, ritagliate sulla grossolana efficacia dello stereotipo e della sensibilità pregiudiziale. Richiamando l’autonomia di traiettorie frutto di scelte personali, non solo riconosciamo ad ogni essere umano il diritto basale alla libera mobilità, ma in esse possiamo rintracciare l’inesausto palinsesto narrativo del Viaggio dell’eroe,[2] al cui compimento, dopo aver affrontato ostacoli barriere confronti scontri persecuzioni sconfitte cadute e slanci, sta l’obiettivo primario di una maturazione soggettiva e di una conseguente integrazione sociale.

Avventura che lo rende individuo riconoscibile nella sua libertà esistenziale di progetto e presenza, uscito dalla fase dell’indistinto infantile nella quale sul lato fisico, della mentalità e dell’emotività pare altro dall’umano adulto, secondo un meccanismo percettivo che nelle (il)logiche razziste funge da elemento naturale e inemendabile, che definisce l’alieno mostruoso[3] e infantile insieme.[4] L’individuo si manifesta conforme a tessere identitarie di astrattezza artificiosa, in un gioco di distinzioni ripetitive nello spazio geografico e nella gerarchia sociale ed economica, che promana da quegli eccessi di culture che perimetrano con disinvoltura arbitrarie porzioni di umanità.[5]

Non andrà invece dimenticato che migrano persone e non braccia, come acutamente avvertiva decenni addietro Max Frish,[6] guardando all’ostilità e all’indifferenza per i nostri lavoratori in Svizzera, ricordandoci la necessità di uno sguardo a doppia valenza per connettere emigranti in uscita ed in arrivo, scavando nell’ennesimo rimosso della storia nazionale. Perciò il plurale delle migrazioni è anche sull’asse diacronico, rispetto alle vicende del lungo secolo post-unitario al quale succede poi all’improvviso l’invertirsi di movimenti di popolazioni variamente motivati all’ingresso sul nostro territorio, concentrati in un tempo breve che ha esasperato le difficoltà di radicamento, sfidando parametri generici di identità nazionale, di coesistenza interregionale, di frattura Nord/Sud, di globalizzazione produttiva e di vissuto. Elementi di incertezza che ancora sconvolgono l’Italia, percepita quale territorio sperimentale di dinamiche contraddittorie e malamente interpretabili con gli approssimati strumenti di un sistema scolastico nel quale non si insegnano né geografia né storia delle religioni, e l’approccio alle lingue e alle culture extraeuropee è riservato a specialismi universitari, favorendo perciò l’immergersi nella caotica tendenziosità delle asserzioni veraci a misura di social e di rete.

Se davanti ci compaiono umani a figura intera, non solo braccia da sfruttare ma individui dotati di capacità intellettuali ed emozionali, il gesto di abbracciarli risulta spontaneo ma ingenuo, quando i suoi esiti non siano realmente incisivi per entrambi gli interlocutori. L’offerta di una nicchia di accoglienza intellettuale non può limitarsi ad essere (auto)consolatoria, senza mettere in discussione gerarchie e ruoli, compiacendosi che l’accoglienza nella lingua madre possa divenire riparo per altre ma pure ribalta mediatica per le caritatevoli dame che lo offrono. Piuttosto necessita la presa d’atto dei meccanismi che squilibrano la realtà sociale, applicando soluzioni incisive almeno nel territorio del simbolico, a esprimere non solo comprensione e supplenza rispetto a intravvisti potenziali, dispiegati in modalità assistenziale da novelle maestrine deamicisiane. Occorre probabilmente, come abbiamo fatto quest’anno nella esperienza bolognese, guardare all’attualissimo insegnamento di Don Lorenzo Milani quando lo scomodo sacerdote, davanti a una pletora di figure altrettanto fastidiose e incongrue rispetto a un rinnovato slancio di coerenza nazionale, nella delicata fase di crisi e riassetto postbellica, rimarcava la totale e rivoluzionaria coerenza di un’attenzione per giovani emarginati, stigmatizzati e confinati, che “aspettano di essere fatti eguali”[7] attraverso il mutamento sociale, costringendo all’inversione sperimentale di modi e strategie di acculturazione, praticando esperienze collettive e condivise, fuori dagli schematismi gerarchici della tradizione pedagogica.

Quella marginalità è riferita ad un contesto di lavoro agrario e pastorale, lusingato da un’industrializzazione massiva, che si regge sul flusso migratorio campagna-città, e in analogia coi grandi movimenti ottocenteschi ridefinisce un patto di unità nazionale altrettanto squilibrato e parziale, nutrito delle stesse situazioni ad escludendum come ha magistralmente mostrato David Forcags.[8] E va aggiunto l’esito paradossale che procurano gli stessi espulsi, risagomando un sentimento identitario fuori dalla retorica dei ceti dominanti, un senso coesivo reale attraverso il vissuto, lo scambio e la messa in comune di destini in viaggio, che vengono fissati anche dalle forme e dai modi scrittori, che per tanti versi andrebbero accostati alla tradizione dei franchi narratori o delle varie manifestazioni dell’italiano popolare, frutto per tanta parte anch’esso delle spinte migratorie.

Mi pare perciò assai difficile suggerire in un panorama comparativo le componenti e le varie formulazioni adottate dei numerosi laboratori interculturali in sperimentazioni decisamente diversificate per durata, destinazione, localizzazione (perché ancora esistono all’interno del paese diverse reattività degli stranieri al contesto regionale specifico, e viceversa), ma per i quali mancano tentativi di censimento e ricognizione, non risultando poi accessibili in rete o in cartaceo  la gran parte dei materiali prodotti. Mi limito perciò ad accennare ad alcuni aspetti alla base del progetto bolognese, elaborato sui fondamenti teorici di una pedagogia ispirata dagli studi culturali, per superare la preziosa empiria di alcune imprese interne al mondo scolastico,[9] che ha cercato via via adattamenti e aggiustamenti rilevati negli apparati di commento e presentazione dei successivi volumi editi da Eks&Tra. Una  ipotesi di lavoro messa in continua discussione, volendo affrontare con adeguata reattività su una scala all’apparenza microscopica variazioni imprevedibili e complesse dei processi di mobilità; così che in un arco decennale si presentano diversificati i profili degli allievi di origine non autoctona: alla partecipazione di immigranti veri e propri, personalità inserite, orientate, fornite di progettualità, professionalità ed intraprendenza, iscritte in una stanzialità evidente nella persistente quota di figure di seconda generazione, si sono sostituiti (come nella più ampia realtà) profughi, rifugiati o richiedenti asilo, portatori di esigenze di dissimile natura. Espressione dell’alterità certo, ma distinti dai protagonisti del primo trentennio di migrazione a partire da profili di età, competenze culturali, origini nazionali, e specialmente vissuto per la gran parte di epica tragicità; condizioni da cui discendono obiettivi rinnovati, che sotto vari aspetti li portano a considerare il suolo italico quale prima soglia del sospirato nuovo mondo, piattaforma di transito per ulteriori agognati approdi. Questo rappresenta una sfida rispetto alla accentuata preminenza di tratti nazionali (“nuovi italiani” ecc.) che possano ispirare le iniziative, spesso incrociando richieste ed aspettative del tutto transitorie, semplice corredo utilitario a sbocchi che forse li attendono in altri orizzonti linguistici e culturali.[10]

Non saprei dunque se in questa prospettiva possa collocarsi al centro di un progetto narrativo il tema della cittadinanza, imbarazzante macigno che materializza la sommarietà di strategie inclusive da parte delle istituzioni,[11] che approfittarono della reazione emozionale connessa al celebre episodio dell’assassinio di Jerry Masslo (e scrivo nel vivo della identica tragica vicenda di Soumayla Sacko, che pure qualcosa di terribile dovrà dirci sulla nostra immota vocazione al razzismo sfruttatore e mortifero), e il varo dei provvedimenti legislativi a nome del Ministro Martelli, per affiancare a titolo di velenoso risarcimento anche la inamovibile Legge 91 del 1992 sui criteri di cittadinanza, che sanciva l’abnormità di criteri di inclusione nella attualità statuale perpetuando arcaici e barbarici sistemi di preminenza di sangue.[12] Grazie ad essa, milioni di lontani discendenti, purché portatori di one drop di italico plasma, possono fregiarsi di piena partecipazione alle evenienze nazionali, pur estranei a lingua, storia, luoghi, tantomeno partecipando al circuito economico, eppure conferendo il loro voto spesso decisivo, così da escludere contestualmente chi invece da decenni sul suolo dell’ Italia cresce e vive, lavora, studia e paga (in ogni senso), spesso sin dalla nascita.

Tuttavia le statistiche ultime dell’ISTAT[13] ci dicono che la popolazione immigrata riesce in numeri crescenti ad accedere allo status di cittadinanza italiana, pur essendo forse tramontato un progetto che deve rimanere obiettivo futuro per consentire anche al nostro paese di affermare i termini di una socialità civica, che realmente apra uno spazio statuale e nazionale articolato sui fondamenti della moderna democrazia libertaria, fraterna ed eguale. Tali riferimenti assumono ancor più valore orientativo a fronte del montare di un estremismo destrorso, fascistoide, gerarchico, razzista e intollerante, che prolifera sulle sponde mediterranee come nelle pianure centro-orientali del continente, a comporre l’effettivo background culturale del degenerato progetto europeo, che alimenta i processi decisionali delle istituzioni sensibili al torvo pensiero delle masse di “popolo” impoverite e disorientate, pronte a scaricare su strati ancor più deboli e marginali i fantasmi terrorizzati del proprio inconscio, non certo placati da muri e barriere.[14]

Essi basano le loro fondamenta nella potenza di una narrazione che appare disarmante nella sua elementare semplificazione, che scarnifica i dati del reale attraverso l’applicazione di una dialettica perenne e cavernicola di amico/nemico, noi/loro, bianco/nero, casa/ignoto, eppure così potente nel consentire una interpretazione binaria dell’esistente, offrendo materiale consolatorio rispetto all’incapacità di affrontare  complicanze e ombre nell’espandersi della globalizzazione, la quale poi spietatamente sfrutta e utilizza, sia sul versante dei rapporti esterni inter-statuali, sia nella sempre più accentuata stratificazione gerarchica e sociale interna, attraverso un perenne stato di allarme ed eccezione rispetto all’incognita dell’alterità,[15] quelle ansie attentamente coltivate quale instrumentum principis.

Da tali premesse, deriva l’esigenza impellente di articolare, secondo un deciso writing back, uno storytelling che inserendosi nella naturalezza dell’incontro quotidiano fra persone comuni si offra come territorio sperimentale per percorsi di convergenza e aggregazione incentrati su un elemento astratto, immateriale, gratuito, cerebrale, passibile di stigmatizzazione quale abitudine elitaria e di tradizione, com’è la letteratura.  A questa risorsa che attraversa l’ennesima crisi dei suoi statuti millenari[16] hanno attinto i nostri corsi bolognesi da un decennio, imponendo una svolta decisa ad un’esperienza ormai datata, quella del concorso riservato agli “stranieri” promosso da Eks&Tra nel 1994, e poi protratto col concorso del nostro Dipartimento bolognese, nella quale pareva di poter utilizzare l’esemplarità attrattiva nel territorio letterario di figure all’avanguardia nella popolazione migrante, in quanto capaci di una proposta di creatività nell’orizzonte italofono.[17] L’ingenuità dell’approccio, seppur meritorio e decisivo ad additare strategie inclusive e dialogiche, ha dovuto tuttavia scontare la sommarietà di approcci critici tesi a evidenziare aspetti innovativi con strategie di semplificazione autoavverante, che ha finito per bruciare potenziali che altrove nell’Occidente si sono venuti più liberamente affermando. Mentre da noi ancora si evoca la comparsa messianica di scriventi redentori di un’intera tradizione autoctona, si dovrà ricordare che l’altrui imperialismo coloniale vero e robusto ha trasmesso e condiviso un patrimonio di lingua e cultura che l’Italia mai ha voluto (e saputo) concedere alle figure subordinate, fuori e dentro alla penisola, così che i percorsi interculturali ancora scontano ritardi, separatezze, incertezze, e pure un invasivo atteggiamento tutoriale per nulla tramontato, come sentenziano disinvolte scansioni cronologiche della letteratura migrante, essendo uno degli elementi che condiziona l’assetto dei prodotti del mercato editoriali, ampliamente ventriloquizzati dall’apparato produttivo,[18] ma l’impostazione stessa di alcune esperienze laboratoriali.

Perciò la scelta di una reattività spontanea e veramente collaborativa nelle esperienze realizzate a Bologna, testimoniano come la messa in comune della ideazione narrativa, e la sua formalizzazione per entro modalità espressive che non abbisognano obbligatoriamente di una forma blasé possono svolgersi col contributo attivo e coinvolgente (in entrambe le direzioni, come proprio si vorrebbe) anche di richiedenti asilo accolti a breve distanza dai fortunosi approdi transmediterranei, lungo i labirinti dei campi e delle strutture di accoglienza (mettiamola così), e dove il parlato della lingua coloniale è strumento di connessione rispetto alla vigile disponibilità di attivi studenti, ai quali si prospettano meno onerosi ma non meno complessi tragitti in opposta direzione, tramite un’esperienza vissuta nella tensione emozionale della creazione che pone al riparo da una disponibilità elementare, semplificatoria, fonte di pietoso assistenzialismo. E del resto non è secondario che queste Storie migranti, per usare una definizione rilevante di Federica Sossi,[19] siano viatico per il superamento della stretta soglia burocratica che li ammette alla non invidiabile condizione di potenziali ospiti. Perciò la collocazione alternativa da noi offerta ha lo scopo anche di recuperare almeno i riflessi di questa modalità dalla sua trascurata confinazione entro spazi di fatto muti, negati a uno scampolo di dialogo reale, in quanto le procedure testimoniali raccolte tra questure o centri di accoglienza e hotspot, la cui disumanità si rispecchia nell’astruseria degli acronimi: CARA CPT CIE CAS CPR SPRAR, ripetono un atteggiamento di investigazione, tesa comunque a sorveglianza e contenimento, anziché ad un potenziamento dell’espressività, e della sostanza reale e umana del narratore, che solo può materializzarsi attraverso un rapporto reciproco, ben oltre la semplice registrazione.

Dunque l’idea sviluppata dal Dipartimento di Italianistica e dall’Associazione interculturale Eks&Tra punta a mettere in rilievo anche competenza operativa, ruoli attivi nell’associazionismo, curiosità intellettuali di studenti che si imbattono nella proposta non frequente della scrittura creativa come disciplina universitaria, con l’ufficialità di crediti ed esami, non trascurando però di accogliere anche cittadini motivati da libera passione, puntando a dar vita a classi che esprimano varietà d’età e di profili professionali, oscillando attorno alle trenta unità.

L’efficacia di tale sforzo può forse ricavarsi dallo slancio di energie, che in più casi hanno superato la stretta dimensione del Laboratorio, consentendo ad autoctoni o migranti, talora essi stessi attivi in un percorso universitario e di specializzazione, di dar vita ad autonome pubblicazioni.[20] Analogamente negli ultimi anni sono emerse figure sorprendenti, capaci di innestare la recente memoria del Togo (Abdou Samadou Tchal Wel ) o del Niger (Ide Maman) in una produzione testuale singolare, con contorni alternativi rispetto all’oggetto narrativo o al tema poetico, segnata da disinvolti passaggi fra idiomi coloniali, bambaraa o hausa materno, raccolti in buon italiano. Essi presentano serio stimolo a ragionare su una articolazione sfaccettata di termini correnti, quali appunto: poesia, il cui significato universale risulta declinato da inattese angolature e coloriture rispetto all’arrocco in una tradizione letteraria italiana che dovrebbe fungere da modello inclusivo. Talune perplessità sul permanere di un ordine gerarchico e di un’imposizione coloniale, dovrebbero comunque additare dove recuperare una creolità d’accatto, ricordando che tra gli obiettivi del Laboratorio figura il superamento di semplici strumentazioni di italiano L2.[21] E tuttavia siamo coscienti del contraddittorio ma inevitabile ricorso al veicolo antologico, che non impedisce transiti verso l’autonomia realizzativa, sebbene più volte sia stato sviluppato in progetti a regìa nostrana quale correlato oggettivo di un condominio babelico, ove s’incrociano in modi pittoreschi e appiattendo le voci, semplici interlocutori globali.

Se l’interrogativo persistente sullo sfondo è pur sempre quello avanzato da Gayatri Spivak: Can the subaltern speak?,[22] va tuttavia arginata la corriva tendenza a ad inserire il tema migratorio entro strategie di compiacimento pietistico e avventuroso, che vanno a riempire in superficie lacune emotive del vivere occidentale, come hanno indicato Daniele Giglioli o Antonio Scurati,[23] attraverso angolature variate, non canoniche e piatte come troppo spesso ha scelto la stessa letteratura della migrazione, andando perciò ad occupare quell’interstizio tra letteratura e testimonianza che aiuta a configurare racconti oscillanti fra Storia e storie. Esperimenti di pur breve convivenza intellettuale, che riguardano la classe intera e i gruppi interni che lavorano sui singoli racconti, aiutano a incrinare stereotipi rappresentativi di mondi troppo lontani, e che tuttavia perdono l’aura di misteriosa e terrifica minaccia quando al fatto standardizzato dalla ripetizione cronistica subentrano protagonisti reali, che pure inducono a ripensare le persistenze plurali del territorio italiano, dei quali sono portatori quali migranti interni i tanti studenti che convergono in una città dal millenario profilo definito da plurime nationes, che andrebbe meglio approfondito e valorizzato.

La coscienza che il percorso sul piano della creatività e dell’immaginario costituisce un parallelo, o purtroppo un sostituto, rispetto al pieno possesso dello status di cittadinanza, offre tuttavia esiti particolari, dai quali mai si ricavano forzature di comodo, accostabili alle strategie più melense del sistema ufficiale di produzione testuale. Infatti nei racconti apparsi nella decina di raccolte prodotte da Eks&Tra (che, nella loro libera accessibilità tramite rete, in qualche modo affiancano la condizione di una letteratura girovaga e di strada, che ha connotato per lungo tempo e in vari modi la distribuzione dei testi migratori),[24] risultano decisamente attenuate le volontà di esplorazione o esibizione delle fisionomie dell’alterità, quella pornografia dello straniero a ragione denunciata da Walter Baroni.[25] Di conseguenza personaggi e contesti d’azione che li accolgono spesso raffigurano gamme di personalità frutto di reale mescidanza, in contrasto con le concettualizzazioni rigide di culture e nazionalità. L’istanza di stimolare un gioco di reciprocità, attenua il predominio dell’assetto autobiografico,[26] e questo anche discende dai profili dei partecipanti, con larga presenza di cosiddette G2 tra gli studenti, ma ancora grazie a esperienze di transiti lavorativi o di espatri sulle rotte dell’Erasmus fra i partecipanti, spesso da orizzonti europei (dalla Scandinavia ai Paesi Baltici) e comunitari (per tutti lo studente belga che ha suggerito un lavoro sulla vicenda di Marcinelle ai nostri allievi!). E certamente non va dimenticato che l’assetto di laboriosità a dimensione collettiva va a spegnere esigenze di esibizione individuale, che ha del resto riscontro nel taglio per lo più ironico, di esperienza giocosa, nei brevi profili (Io in 10 righe) che corredano i volumi.

Altrettanta libertà solitamente consente il tema richiamato nel programma, e nel titolo del libro successivo, che suggerisce all’avvio una proposta basale da rileggere in piena libertà, grazie alla maieutica leggera in ottica di stesura collettiva di Wu Ming 2, che porta l’attenzione senza schematismi sugli aspetti strutturali degli esercizi narrativi, coi loro passaggi canonici (incipit, personaggi, scene, dialogo, finale …) e l’intenzione di favorire l’emergere di soluzioni spontanee attraverso il dibattito intorno al caso specifico, essendo l’alta varietà dei propositi non sempre riconducibile a sequenze prefisse. Ne deriva uno scarso utilizzo di suggestioni dai classici o da autori mainstream (per recenti richiedenti asilo !?), evitando riscontri testuali proposti con obbligo d’esemplarità, e rivolgendosi piuttosto a modi del narrare concorrenziali e decisamente transculturali, pervasivi nelle abitudini contemporanee e nell’immaginario giovanile, quali film, serial tv, graphic novel, dai quali derivano suggestioni per la necessaria fluidità di scansioni, tempistiche e scene. A tali aspetti si deve necessariamente rivolgere un progetto dai tempi contingentati (30 ore ufficiali, poi liberamente e con entusiasmo almeno raddoppiate), dal quale non può ricavarsi una destinazione professionale, di norma equivalente a impegni finanziari rimarchevoli, e qui invece azzerati dalla pubblica funzione didattica. Il che ha comportato la rinuncia dolorosa a uno dei punti forti della proposta iniziale, rappresentato dall’impianto a chiasmo di maestri e docenti, equamente rappresentativi di vissuto e cultura autoctona o esterna, al quale si è venuta sostituendo la categoria non meno stimolante e produttiva del meticciato, come teorizzata e applicata in un volume di fama internazionale, oggetto di larghe indagini e studi quale Timira, frutto dell’interazione di Wu Ming 2 e Antar Mohammed,[27] a più riprese vivacissimo allievo del nostro Laboratorio.

L’efficacia della impostazione di lavori collettivi paralleli ci pare anche comprovata dalla forte variabilità nelle scelte delle modalità narrative e dei generi letterari, con l’impiego della favola o della fantascienza, la scelta di realismo referenziale crudo o l’atmosfera emozionale, l’interesse per la lingua o il gergo della rete e la ricostruzione del parlato dialettale della migrazione nostrana, i tratti epici o la memoria amara dell’espatrio bellico forzato, la traccia immaginifica del percorso orientale accanto alla necessaria coscienza dei naufragi mediterranei. L’istanza di stimolare un gioco di reciprocità, la necessità di metter in campo una sola voce che esprima l’incrocio di esperienze molteplici e un amalgama di sentimenti, le scelte strutturali, i tratti dell’immaginario che assorbono difformità di provenienze culturali, condizioni sociali ed esperienze individuali distinte, convergono tuttavia sui profili di una gioventù studiosa affatto inerte, o tormentata da ragioni curriculari, che si accosta alle risorse narrative provenendo da efficaci esperienze di sostegno, aiuto ed assistenza nei contesti di accoglienza della popolazione di richiedenti asilo. Riprova della necessità di insistere anche su forme di inclusione che non pretendono di scavalcare le esigenze materiali, ma piuttosto le potenziano con percorsi puntati sull’empowerment complessivo di un soggetto che dovrà avvalersi per una reale agency anche della pregnanza del simbolico.

Per questo si è puntato all’elasticità di un assetto modulabile del laboratorio a seconda della varietà dei contesti, convinti di una fragilità della fissità formulare a fronte del variare degli elementi contingenti spazio-temporali,[28] e che potrebbe svilupparsi in corsi paralleli per dare risposta all’ampia e continua richiesta di adesioni, ben oltre il perimetro regionale, preferendo invece occasioni di vivacità dialogica oltre la stessa fase di testualizzazione. Essa prosegue nelle presentazioni in orbita universitaria, nelle librerie o nelle manifestazioni sensibili al tema delle mobilità delle culture, dando spazio alla voce libera e diretta dei giovani narratori, chiamati ad affrontare anche un passaggio ritualizzato di consacrazione pubblica autoriale.

Tali incontri intendono pazientemente disseminare, pur coscienti della modestia dei nostri mezzi, quei fondamentali principi della ospitalità fissati sin dalle Supplici d’Eschilo all’avvio del canone letterario, e che Georges Didi Huberman[29] evoca come necessari a risarcire il senso di frustrazione di immobilismo paralizzante che stanno per travolgere l’illusione propulsiva di una nuova Europa, che ha ormai rinunciato alla difendere la spinta fondamentale dell’essere umano riconoscibile nell’insopprimibile “désir de passer”, per applicarsi piuttosto a teorizzare e punire delitti di solidarietà, indispensabili atti di rifiuto alla frenetica erezione di muri ostacoli barriere difese lame reticolati e fili spinati, che di fatto strangolano in un’atmosfera mortifera la vita e l’intelligenza degli impauriti e paralizzati suoi stessi abitanti. Perciò il valore assunto da ogni proposta oppositiva al dilagare di una cieca politica securitaria e populista, avvalendosi dei potenziali offerti dagli strumenti creativi, immagini suoni parole gesti e azioni che trascendono la pura testimonianza, costruendo “un’immense monument d’accusation” tramite oggetti “inscrites dans le circuit de la culture européenne”, nel momento in cui restituiscono fondamentale dignità ad ogni essere umano, specialmente a coloro che, pur solo di passaggio, si fanno espressione di quelle visioni profetiche riconosciute da Annah  Arendt e Pier Paolo Pasolini nei rifugiati dei loro tempi, avanguardie e testimoni di un possibile futuro realmente umano.

Di questa ricostruzione, o risemantizzazione del nostro esistere come italiani ed europei abbiamo urgente e larga necessità nel momento stesso in cui i burocratici e spietati organismi comunitari stanno portando a una vomitevole strategia di frontierizzazione, sulla quale riflette Achille Mbembe,[30] basata sull’espansione geografica dell’esternalità confinaria, a controllare una gigantesca spazialità zeppa di perdita e dolore attraverso una strumentazione tecnologica, da cui si genera un “lieu-zéro” “ de la non-relation et du déni de l’idée même d’une humanité commune”. Da quello non possono che emergere “corps d’abjection”, vagamente percepiti quali ripugnanti masse di una subumanità indistinta, in quanto ridotti a vaghe forme di pura vita dai dispositivi di filtro ed estraniazione interni al nostro continente, “ils n’ont ni noms propres, ni visages singuliers, ni cartes d’identité”. Contro tutto questo opera la nostra progettualità scrittoria, recuperando la preminenza di una tecnologia arcaica ed elementare come la scrittura, riconoscendo in ogni soggetto potenziali paritari, conferendo loro un’identità culturale che infrange l’anonimato stigmatizzante dei sans papiers, invertendo l’ossessiva diffusione dell’ansia e del sospetto verso il nuovo e lo sconosciuto. Se la bieca narrazione imperante, diffusa dai replicanti orbanian-salviniani, punta sulla assicurazione e la pretese di esibire incontrastata la capacità “de contrôler et de governer les modes d’apparition” dell’estraneo e del diverso, tanto più esigente diviene la necessità di pratiche di capovolgimento, pur nella caparbia coscienza della propria minorità di prospettiva intellettuale, negando per quanto possibile “avec une vigueur renouvelée ce qui se fait en son nom contre les Autres, ceux-là qui, pense-t-on, ne sont pas des nôtres”, costruendo percorsi di resistenza e occasioni che dimostrino la possibilità di farli perfettamente a noi eguali.

[1] Il Quartiere dei Destini Incrociati. Due anni di scrittura creativa presso la Biblioteca Dergano-Bovisa, a cura di M.M. Butcovan, R. Cacciatori, F. Cosenza, R. Taddeo, Ferrara, Linea BN Edizioni, 2013.

[2] J. Campbell, L’eroe dai mille volti, Torino, Lindau, 2016.

[3] G. Giuliani, Zombie, alieni e mutanti. Le paure dall’11 settembre a oggi, Milano, Le Monnier, 2015.

[4] A. Bertoni, Il “tu” delle badanti e quello delle teste di cazzo …, in «Letteraria», n. 1, maggio 2009, pp. 31-32.

[5] Z. Bauman, Intervista sull’identità, a cura di B. Vecchi, Bari-Roma, laterza, 2003; M. Aime, Eccessi di culture, Torino, Einaudi, 2004; L’invenzione dell’etnia, a cura di J.-L. Amselle e E. M’Bokolo, Milano, Meltemi, 2017.

[6] G. Helbling, Quelle braccia che tutti citiamo, in «Area», XV, n. 20, dicembre 2012, http://www.areaonline.ch/Quelle-braccia-che-tutti-citiamo-0a629500

[7] Aspettano di essere fatti eguali. Dialogare con l’altro, è il titolo scelto per il corso dell’anno 2018, con un riferimento al celebre passaggio da Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1967, p. 80: «In Africa, in Asia, nell’America Latina, nel Mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano di essere fatti uguali. Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità».

[8] D. Forcags, Margini d’Italia. L’esclusione sociale dall’Unità ad oggi, Roma-Bari, Laterza, 2015.

[9] Riflessioni che ho fissato in Black University. Esperienze di un laboratorio di scrittura interculturale, «Educazione Interculturale», VI, 2007, pp. 73-81, e Interscrittura, Un laboratorio di scrittura interculturale, in Letterature migranti e identità urbane. I centri interculturali e la promozione di spazi pubblici di espressione, narrazione e ricomposizione identitaria, Atti del Convegno Letterature migranti e identità urbane, Bologna. 11-12 ottobre 2007, a cura di M. Traversi e M. Ognisanti, Milano, F. Angeli, 2008, pp. 35 – 50.

[10] Mancano, anche da parte di noi organizzatori, riflessioni e analisi su un corpus largo, continuo e sostanzialmente omogeneo, rappresentato da decine di narrazioni di almeno un paio di centinaia di allievi.

[11] Le politiche del riconoscimento delle differenze. Multiculturalismo all’italiana, a cura di Ralph Grillo, Jeff Pratt, ed. it. a cura di B. Riccio, Rimini, Guaraldi, 2006.

[12] Familismo legale: come (non) diventare italiani, a cura di G. Zincone, Roma-Bari, Laterza, 2006.

[13] http://www4.istat.it/it/immigrati

[14] W. Brown, Stati murati, sovranità in declino, Roma-Bari, Laterza, 2013.

[15] A. Appadurai, Sicuri da morire. La violenza nell’epoca della globalizzazione, Roma, Meltemi, 2005.

[16] «La circolazione dei testi in uno scenario globalizzato rimette in discussione lo statuto del letterario, riconfigura i legami con le tradizioni locali e costringe a fare i conti on le questioni politiche: i rapporti di forze tra regioni più o meno sviluppate, i problemi di egemonia linguistica e culturale, gli interscambi asimmetrici tra le varie zone del pianeta», F. Bertoni, Letteratura. Teoria, metodi, strumenti, Roma, Carocci, 2018, p. 25.

[17] Per notizie e materiali di una proposta culturale di larga complessità, mai realmente studiata, si rinvia al sito: http://www.eksetra.net/

[18] Ho offerto qualche riflessione critica sui recenti prodotti della testualità migrante in:: Migrant Writers? Tell them to stop! An overview of recent Italian migrant works, in «ReadingItaly» Italian Studies Postgraduate Forum, n. 7, July 2013 https://readingitaly.wordpress.com/2013/07/29/boundaries-academia/; Al finire di esigue narrazioni. Come evapora la letteratura migrante, in «Between», V, n. 10, 2015, L’immaginario politico. Impegno, resistenza, ideologia, a cura di S. Albertazzi, F. Bertoni, E. Piga, L. Raimondi, G. Tinelli. http://www.Betweenjournal.it/; «Il “dopo” che alcuni leggono e celebrano non è ancora arrivato». La breve parabola delle scritture di migrazione italiane,
Pluriverso italiano: incroci  linguistico-culturali e percorsi migratori in lingua italiana,  a cura di C. Carotenuto, E. Cognigni, M. Meschini, F. Vitrone, Macerata, EUM, 2018, pp. 297-326.

[19] F. Sossi, Storie migranti. Viaggio tra i nuovi confini, Roma, DeriveApprodi, 2005; col prezioso sito: http://www.storiemigranti.org/

[20] E. Losso, I disintegrati. La guerra di San Barbaso, Castelfranco Veneto (TV), Panda, 2015; I. Amid, Malinsonnia, Tricase (LE), Libellula, 2017; G. Mohammed, La vita non è una fossa comune, Forlimpopoli (FC), L’arcolaio, 2017; ma specialmente J. Karda, Scischok, Leonforte (EN), Euno, 2018, primo collettivo italiano tutto al femminile, formato da Claudia Mitri, Vanessa Piccoli, Lolita Timofeeva, al quale anche collabora Laila Wadia.

[21] Lo stesso R. Cacciatori, “Voi avete il tempo, noi le storie”, p. 11, introduzione a questa antologia Sulla stessa barca, sottolinea un’aspettativa rivolta all’apprendimento basale dell’italiano, non certo l’ossessione dell’ibridismo. Del resto contraddetta anche da autori che abbiamo accolto nelle nostre stesse esperienze, da Julio Monteiro Martins, a Christiana de Caldas Brito, a Livia Bazu. Mi permetto il rinvio alle mie osservazioni: Scrivere senza accento. L’italiano dopo la migrazione, in La lingua spaesata. Il multilinguismo oggi, a cura di C. Montini, Bologna, Bononia University Press, 2014, pp. 135-162.

[22] G. C. Spivak, Can the Subaltern Speak?, in Marxism and the Interpretation ofCulture, edited by C. Nelson, L. Grossberg, Urbana, University of Illinois Press, 1988, pp. 271-313.

[23] D. Giglioli, Senza trauma. Scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millennio, Macerata, Quodlibet, 2011; A. Scurati, La letteratura dell’inesperienza. Scrivere romanzi al tempo della televisione, Milano, Bompiani, 2006.

[24] I materiali antologici dei corsi bolognesi sono reperibili in: http://www.eksetra.net/libreria/ . Sul fenomeno della vendita girovaga dei libri di migrazione, si veda il monografico a più voci di «El Ghibli», n. 55, luglio 2017.

[25] W. Baroni, Contro l’intercultura. Retoriche e pornografia dell’incontro, Verona, Ombre Corte, 2013.

[26] C. Mengozzi, Narrazioni contese. Vent’anni di scritture italiane della migrazione, Roma, Carocci, 2013.

[27] Wu Ming 2 e A. Mohamed, Timira. Romanzo meticcio, Torino, Einaudi, 2012.

[28] Il cui rilievo anche Cacciatori, “Voi avete il tempo, noi le storie” cit., p. 12, sottolinea.

[29] G. Didi-Huberman, Ceux qui traversent la frontière, in «EuropeanSouth Journal», n. 2, 2017, Insurgencies from the South and Human Rights, pp. 145-154 (le cit. a p. 150) http://europeansouth.postcolonialitalia.it/journal/2017-2/FES_2_2017_9_Didi-Huberman.pdf

[30] A. Mbembe, Le gran débarras, in «AOC/Analyse Opinion Critique», 2 mai 2018 (le cit. a p. 2, 3, 4, 5, 1) https://aoc.media/opinion/2018/05/02/le-grand-debarras/

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Fulvio Pezzarossa