Non sapevo cosa significasse perdere un genitore, fino a quel giorno. Avevo diciotto anni,
stavo per diventare adulto, eppure in quell’istante mi sentii più piccolo di quanto non fossi
mai stato. Mio padre era partito per un viaggio da cui non sarebbe più tornato, e a me
restava solo un vuoto.
Mio padre aveva sempre sognato. Diceva che il futuro non si aspetta, si costruisce con le
mani, le parole e soprattutto l’immaginazione. “La fantasia è la tua libertà, ricordatelo”, mi
ripeteva, con quel sorriso stanco che aveva ogni sera, dopo giornate di lavoro. Eppure,
nonostante fosse stanco, non smetteva mai di raccontarmi storie. Storie di terre lontane, di
uomini che non si fermano mai, di mari infiniti e di cieli che sembravano non finire mai.
Quando ero piccolo, non capivo da dove venissero quei racconti. Mi sembravano favole.
Solo crescendo capii che erano pezzi della sua vita, nascosti tra le parole. Mio padre non
parlava mai direttamente delle difficoltà, le trasformava in voli, in avventure. Quello era il suo
modo di darmi delle ali.
La sua morte arrivò come un fulmine, improvviso e silenzioso. La casa divenne vuota e, per
qualche settimana, non riuscii più a dormire. Ogni sera mi rigiravo nel letto, fissando il
soffitto, e pensavo a tutte le cose che non avevo detto, a tutto quello che avrei voluto
imparare da lui.
Una notte, però, qualcosa cambiò. Mi svegliai di colpo, come se qualcuno mi avesse
chiamato. La luce della luna entrava dalla finestra e illuminava l’angolo della stanza dove
mio padre teneva la sua vecchia valigia di cartone. Quella valigia era sempre stata lì,
impolverata, chiusa. Non sapevo cosa ci fosse dentro.
Mi alzai, scalzo, e la aprii. Dentro c’erano solo fogli: alcuni erano bianchi, altri pieni di parole
scritte in una calligrafia piccola e ordinata. Sfogliai quei fogli uno ad uno, e mi sembrava di
sentire la voce di mio padre. Ogni frase era una storia, un pensiero, un sogno. “Le parole
possono volare, se ci credi davvero”, aveva scritto.
In fondo alla valigia trovai un foglio particolare. Era diverso, spesso, quasi dorato. Sopra
c’era disegnato un bambino con delle grandi ali di carta, che volava oltre un orizzonte
infinito. Sotto il disegno, una frase:
“Per volare devi scrivere il tuo cielo”.
Non capii subito il significato, ma sentii che quelle parole erano per me. Chiusi la valigia e
tornai a letto, ma quella notte sognai. Sognai di trovarmi in un mondo diverso, sospeso tra
cielo e terra. Era un luogo strano: l’aria profumava di carta, e ogni cosa sembrava fatta di
fogli bianchi e parole scritte.
Camminai su una strada fatta di frasi, e a un certo punto vidi un bambino. Era seduto su una
panchina, intento a costruire delle ali di carta. Mi avvicinai e gli chiesi cosa stesse facendo.
“Costruisco il mio volo”, mi rispose, senza alzare lo sguardo.
Lo guardai meglio e rimasi senza fiato: quel bambino ero io. Era come se il mio passato e il
mio presente si fossero incontrati in quel mondo fatto di fantasia. Il bambino mi porse un
foglio e disse: “Scrivi la tua storia. Ogni parola ti porterà più in alto”.
Mi svegliai con il cuore che batteva forte. Presi un foglio e iniziai a scrivere. All’inizio non
sapevo cosa scrivere, ma poi le parole arrivarono da sole. Scrissi di mio padre, delle sue
storie, della valigia di cartone e delle ali di carta. Scrissi del bambino nel sogno e della
strada fatta di frasi. Scrissi di me, di quello che sentivo dentro, di quel vuoto che finalmente
si stava riempiendo.
Scrivere mi fece sentire libero, come se ogni parola fosse un pezzo di cielo che aggiungevo
al mio volo. Ogni giorno riempivo un foglio nuovo. Raccontavo storie che parlavano di
speranza, di sogni, di uomini e donne che non si fermano mai. Parlavo di confini che si
possono superare, di mari che non spaventano, di ali che non si spezzano mai.
Un giorno mia madre entrò nella mia stanza e trovò tutti quei fogli sparsi per terra. Li
raccolse uno ad uno e li lesse in silenzio. Quando finì, mi guardò con gli occhi lucidi e mi
disse: “Hai trovato le tue ali, figlio mio. Tuo padre sarebbe fiero di te”.
Quelle parole furono il mio primo volo.
Oggi so che le storie di mio padre non erano solo favole. Erano ponti tra passato e futuro, tra
realtà e fantasia. Ed è grazie a quelle storie che ora so volare. Perché la fantasia non è una
fuga: è il modo in cui costruiamo il mondo che vorremmo abitare.
E ogni volta che scrivo, sento che mio padre è lì con me, a spingermi più in alto.