L’étreinte des rimes – rime abbracciate

Cheikh Tidiane Gaye – Maria Gabriella Romani Kouacou
L’étreinte des rimes – rime abbracciate
L’Harmattan 2012

Giuliana Nuvoli

Rime abbracciate è una raccolta di versi in cui molte cose si intrecciano fra loro e restano saldamente unite. In primo luogo gli autori, Cheikh Tidiane Gaye e Maria Gabriella Romani Kouacou: lui nato in Senegal e naturalizzato italiano, anzi milanese; lei nata a Roma e trasferitasi in Costa d’Avorio. Più lungo e straniante il cammino di Cheikh; un tragitto più breve, ma solo se riferito allo spazio, quello di lei.
Poi la lingua: italiano e francese a fronte, in modo ingannevole come nelle traduzioni. Ma qui la poesia viene ri-pensata e ri-scritta ora nell’una, ora nell’altra lingua, in un rimando specchiato che istituisce una sorta di gara tra le due…. Infine la materia e lo stile, che impongono una lettura separata che, questa volta terranno le poesie distinte e lontane.
Nella lirica di Tidiane Gaye due elementi sono ravvisabili da subito: la consapevolezza della scrittura e la misura epica della narrazione. Il primo elemento è presente in apertura, in una lirica che è un chiaro enunciato di poetica (La mia poesia):

La mia poesia si canta
sotto lo splendore della luna
canta le stagioni
predica e segue il vento delle canzoni
scivola negli angoli remoti
e nei corridoi dei suoni e dei ritmi.

La poesia è suono che si diffonde, potentemente legata alla natura e dotata di una fisicità autonoma. È rumore e movimento. Ma, in quanto legata alla natura, è anche colore:

La mia poesia è una voce ma non urla
un suono che traccia il cammino dell’amore
un pennello che pittura il cuore della parola.
[…] La mia poesia si disegna
dipinge
scolpisce

Parola e immagine sono intrecciati fra loro in un percorso che assume da subito una misura epica:

La mia poesia […] tradisce il rancore e l’odio
traduce le righe delle mie mani
i sentieri del mio destino
e l’incenso delle melodie.

Quella misura che ha il suo modello più celebrato e sicuro in Léopold Sédar Senghor e nell’esaltazione della “negritudine”. Un mot de passe, un segnale di riconoscimento di un popolo ancora in lutto (Patria):

Hanno ridotto in cenere le nostre anime
Terrificato i nostri sguardi
Frantumato i nostri specchi
Incendiato il nostro sangue.
[…] I troni erano bruciati, le nostre credenze calpestate
Le lune orfane partorite nelle notte infedeli.

La storia del popolo nero, che ha dovuto nutrirsi di violenza, devastazione, schiavitù e soprusi, continua a lasciare un segno profondo, come quando Jean Paul Sartre scriveva: “Il nero cosciente di sé si presenta ai suoi propri occhi come l’uomo che ha preso su di sé tutto il dolore umano e che soffre per tutti, anche per il bianco”. E’ una sorta di narrazione cristologica quella di Tidiane Gaye, imbevuta di memorie che, all’orecchio dell’uomo occidentale suonano come citazioni bibliche :

Dico e ribadisco: “smettete di bagnare le mie corde,
smettete di avvelenare le mie terre e di liquefare il mio ferro”

Una memoria davidica, parrebbe: poi ci si rende conto che i Salmi e questa poesia attingono dalla stessa fonte, quell’Oriente carnale, misterioso, sensuale e simbolico che ha dato vita al Cantico dei Cantici. Una fonte da cui pare attingere la splendida Nima – Roga

Il tuo corpo biondo
La tua altezza gazzella
I tuoi occhi uovo
La tua bocca mi copre dal freddo.

Nima,
quando parli
nasce l’allegria, la tua voce è canto
cantare, cantano i tuoi occhi, sei il sapore della notte
che offre il calore del fuoco e la fiamma della luna.

Lirica che si chiude con un distico di grande musicalità:

Nima,
il sole che richiama la tua ombra
è carezza sul mio petto incantato dal tuo profumo

che, però, solo in lingua francese si stempera in pura melodia:

Nima,
le soleil appelant ton ombre
est caresse sur ma poitrine enchantée par ton parfum.

L’amore per la donna, l’amore della donna; l’amore della madre. Facce diverse di un medesimo prisma che si nutre di fisicità calda e colorata (Madre):

Sei un fiore
Il gambo, la gemma, l’albero
Il peso dei miei sogni
Si sbilancia sui palmi delle tue mani sobri.

La rappresentazione della figura materna avviene secondo un codice di perfetta compenetrazione con la natura: ma la madre (la donna) è altro ancora: è la depositaria delle storie; è l’orecchio che ascolta; la mente che comprende; il cuore che consola. E’ colei con la quale è possibile l’intimità assoluta e la fusione delle anime:

Ho prestato alle mie orecchie le tue inquietudini
Ho bevuto le tue parole
I tuoi mali sono diventati le mie vertigini
Ho condiviso i chiarori di tutti i soli
Di tutte le notti
Delle ore.

Il registro lirico si insinua, così, fra quello epico, utilizzato quando la materia è la storia della sua gente, e quello lucido e più discorsivo, utilizzato quando le dichiarazioni si poetica si fanno urgenti e imperiose. Ma, alla fine, il lettore si accorge che è proprio questo, quello più congeniale a Tidiane Gaye, come mostra Vita:

La vita è una parola
la parola può diventare un’arpa per l’anima
ogni parola può essere una luna
la vita è:
il linguaggio che l’orologio non conteggia.
E’ una lettura strana, quella a doppio registro linguistico: l’occhio vaga dal testo in lingua italiana a quello in lingua francese in modo occasionale, discontinuo, talora impreciso. Ma, quando più a lungo si indugia sul secondo, un altro modello balza agli occhi: Arthur Rimbaud. Non è mai possibile stabilire quanto diretti, consapevoli, voluti siano gli esiti della vischiosità della memoria. Ma è certo che suoni, colori, aspetti visionari della poesia all’area rimbaudiana sono ascrivibili (J’ai vu):
J’ai vu le temps converser avec l’espace
J’ai vu l’ombre courtiser la parole
La parole brodée de fragrances
Je me revêts de ma langue
Je me mouille de la salive de mes anciens
Du bâton de leur sagesse
Je lève la voix de la vérité.
Je me fais la circonférence du verbe
Point d’interférence
Ton éloquence ma référence
Je calcule l’angle des syllabes
Je fais le compte des pieds,
Le diamètre de mes vers
Est la braise qu’illumine mes chants
Et que réchauffe la flamme tiède et douce des étoiles.
Enfin, je peins chaque parole.
Qui doute de mon existence?

Moi!
Je suis.

Affermazione cartesiana, che rivendica con forza come vera risposta al dubbio e alle domande sulla ragione d’esistere, la vera risposta sia il prodotto artistico: in questo caso ciò che indubitabile resta, è la poesia.

Più omogeneo è il tessuto della poesia di Maria Gabriella Romani Kouacou: questa volta la madre lingua è quella italiana, in cui si muove con più fluidità e maestrìa. Il suo registro privilegiato è quello lirico; la materia della sua poesia è prevalentemente onirica. Ma in un senso suo proprio: i suoi sono i sogni dei fanciulli; i sogni delle creature innocenti che si muovono nei boschi incantati delle fate (Bosco incantato):

Mi ha sedotto la voce del vento
che lieve ha bisbigliato:

Non voltarti
Non fermarti
Seguimi.

L’ho seguito cantando nel bosco
Ma i passi leggeri
hanno ferito i miei piedi
ai rovi acuminati.

All’ombra del grande albero
ho poggiato il mio capo
per cercare riparo
all’alito del sole

E il bosco ha parlato
Al mio cuore incredulo:

Voci di gnomi, risa di fate
sussurri di ruscelli, canti di fiori

Il cervo mi ha donato i suoi occhi
Il leone il suo cuore

Linguaggio, dunque, tra l’immaginifico e il simbolico: dove la personificazione giuoca un ruolo da protagonista perché non vi è separazione tra le specie e i generi degli esseri che si muovono sulla terra. Un animismo che la Romani ha sicuramente assimilato in Africa, perché alimento primario di quella cultura. Il suo amore per quella terra è scoperto e dichiarato (Madre Africa):

Dalle lontananze dei tempi
mi hai amata

Terra d’Africa
Terra rossa
Terra Madre

Dal bosco sacro
Dal possente tronco del baobab
Dal prodigioso eco dei tam tam
Ho udito il tuo richiamo.

Più morbido del karité
Più vellutato del mango.

“Terra Madre”: questa clausola definisce in modo irrevocabile il rapporto che si è creato con quella terra, che non si è ancora lasciata devastare e mettere in schiavitù dall’uomo. Che reca ancora i segni forti di una storia che chiede rispetto (Figlio mio):

Ho evocato paesi lontani
Storie di sogno
Magiche epopee.

Figlio mio
Nato in terra d’Africa
Figlio di mondi diversi
Figlio dell’avvenire

Sia lieve il tuo passo
Rispettoso
Sulle terre dei tuoi antenati

Sia gentile il tuo verbo
Delicato
Nell’unire i nostri canti

Registro squisitamente lirico, dicevamo: dove gli affetti rappresentano la materia che nutre la poesia. Affetti di madre, di figlio, d’amico. E d’amante (Innamoramento):

Cerco nei tuoi occhi
le melodie sinuose
di tramonti stranieri.

Nelle tue mani
la carezza bruciante
del vento del deserto

nel tuo cuore
il nostalgico sogno
della luce.

Poesia fluida, quella della Romani, che scivola come l’acqua fra le dita. Fatta di versi brevi: privilegiati il quaternario, il quinario, il senario, con rare concessioni al decasillabo e rarissime al principe dei versi italiani, l’endecasillabo. Quale viaggio ha compiuto, per scrivere con questa grazia leggera? Certo, verso l’Africa. Ma è come avesse attraversato il Mediterraneo, fermandosi a Mitilene, e avesse assorbito il miele della poesia di Saffo (Luna piena):

E’ piena la luna
stanotte

Colma di sussurri
di echi e dolcezze

Colma di segreti
di silenzi
e magie.

Dispiega Afrodite
il diafano velo di seta
su uomini e cose.

E si acqueta il cuore
rapito dall’incanto.

Bella, questa piccola lirica, che genera un incanto sospeso e prezioso. Come si può ritrovare anche nell’incipit de La sera del dì di festa di Leopardi (grande debitore di Saffo), o nel duetto finale del primo atto di Madame Butterfly di Illica e Giacosa, ma reso struggente dalla musica di Puccini.

Un intreccio, dunque, riuscito, in questo libretto di versi, che scorre via, emoziona e trasporta in un altrove che è così vicino eppure così poco conosciuto: “in una terra, l’Africa, da cui tutto pare aver avuto inizio. Anche la poesia.”

Maggio 2012