Stanza degli ospiti

Limen: una terra chiamata orizzonte

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Scritto da loris Ferri

Monteciccardo, ottobre 2020
Sulle colline e il mare, lentamente cala la sera. Morbide terre dissodate, colore dell’autunno, risalgono le groppe di piccoli vigneti, fino a concentrare lo sguardo sui colori d’Appennino: faggi, cerreti, piccole insenature dalle acque sonnolente. La riviera è un tenero cane addormentato sulle sabbie, ocra, nella desolazione di una stagione tarda. Là c’è il piccolo Convento dei Servi di Maria, detto Conventino, memoria del cinquecento per le anime inquiete che necessitano il cammino. Nel vapore rosa del tramonto che colora filacce di nuvole sino alla Carpegna, hanno preso forma i versi di sei poeti contemporanei che hanno scandaglialo le radici e le tematiche (a loro già care) delle liminalità e dei confini. Nello spazio e nel tempo, materia e tensione all’evocazione; io e altro; tracce di frontiera e profondità del proprio mondo interiore. Estremità, varco, radici, continuo andare e venire, il senso di un viaggio che racconta Italia e Balcani, migrazione e infinito, come le sponde di questo Adriatico a cui appartengono le identità artistiche: Franca Mancinelli, Gëzim Hajdari, Natasha Sardzoska, Davide Nota, Aleš Šteger, Stefano Sanchini. Un dialogo, poetico, instaurato con quattro grandi fotografi: Alessandro Giampaoli, Luca Piovaccari, Maša Bajc, Ana Opalić nell’idea di una residenza che potesse dare vita a una mostra internazionale curata da Milena Becci. Una cucitura di lingue che genera un paesaggio esistenziale di voci.

Franca Mancinelli

Non so perché sono qui

Non so perché sono qui. Forse ho obbedito al suono di rami spezzati, che mi raggiunge da questa lingua sconosciuta, come camminando dentro l’intrico di un bosco. C’è qualcosa di immediatamente familiare in queste scorze che custodiscono un significato. Basta ripetere il nome di un luogo come Zagreb o Kraj Donji, perché qualcosa di misterioso si muova, come raggi che bucano il fitto dei rami, o la scia di un animale transitato nel folto. È l’incanto di un mondo preverbale, di spiriti buoni e maligni, che immediatamente mi avvolge e risucchia a sé, oltre la soglia in cui si può compiere una decisione, formulare una scelta.

Questa terra è per me l’altra riva del mare. In certe mattine più nitide, dai primi contrafforti dell’Appennino o da uno degli alti colli sulla costa marchigiana, puoi vederla affiorare come una nuvola all’orizzonte. E invece è proprio una terra che ricomincia, dopo le prime miglia marine e i segni delle nasse, oltre le stazioni sospese delle piattaforme, e l’acqua che si fa più profonda e blu, precipitando verso una bellezza che si moltiplica in piccole isole. Se parti in barca a vela la notte dal porto di Pesaro, all’alba ti accoglie il faro di Susak. Basta pronunciare il suo nome, riconoscerlo sulla mappa, per sentire con certezza l’inizio di un altro mondo. O guidare sulla panoramica del Monte San Bartolo: tra una curva e l’altra, a tratti affiora dalla radio questa lingua frammentata e oscura come ciò che viene dall’altro lato di uno specchio.

Ma a venirti incontro, questa volta, è una terra gelata di confini taglienti e di piccole case richiuse in se stesse. Come se la lente dell’inverno restituisse l’immagine nitida, ricongiunta alla sua essenza. È sempre questo che cerco, oltre il germoglio e la chioma, il disegno nudo, la trama dei rami come nervature della vita. Soltanto allora appaiono, tra le forcelle, le sagome scure dei nidi abbandonati e le sfere del vischio. A volte si fermano le cornacchie o i grandi corvi neri, in stormi che riempiono i rami come frutti. Basta un segnale invisibile, qualcosa che transita nell’aria, perché l’albero torni consegnato a se stesso. Questa è la cosa più importante accaduta in viaggio attraverso la Slavonia innevata, nel silenzio interrotto dallo scatto, appena percettibile, di una lente che si apre e richiude. Sono le palpebre dei miei compagni che cercano di catturare la realtà. Mentre io guardo e segno sul taccuino qualcosa che assomiglia alle impronte di uccelli sulla neve. Non sarò in grado di leggerle, ma le lascio comunque, fidando in qualcuno che è in transito dentro di me, un cacciatore in cammino su questa pista. Quando io sarò lontana e lui sarà qui, in queste parole si compirà la forma di ciò che sta accadendo. I corvi sono venuti per lasciarti un insegnamento. Il più difficile. Quei frutti neri sui rami, quella presenza inattesa. E a un tratto il distacco, il vuoto che ritorna limpido. Lo chiami abbandono, prova a riconoscerlo come restituzione.

  • da Taccuino croato, in Come tradurre la neve (AnimaMundi Edizioni, 2019), ora in Tutti gli occhi che ho aperto (Marcos y Marcos, 2020).

Gëzim Hajdari

Uno stare senza dimora sulle alture, nude prigioni

Uno stare senza dimora sulle alture, nude prigioni,
questo il nostro destino, lo spezzarsi del ghiaccio sotto i piedi,
il tremolio delle rose di natale appena fiorite
dove si appende il filo sottile della vita infinita.
E se tornassimo per sempre? – dice guardando il falco
che dall’alto del cielo scende in picchiata,
panico tra i merli nella valle, la neve riverbera
negli occhi acuti della lince in agguato –
sarà un giorno qualunque, una data qualsiasi,
nessun rimpianto di questi luoghi orfani,
né ora, né dopo. Il richiamo dell’uccello notturno
scuote la foresta indigena, candida e immobile.
Espulsi oltre il confine contiamo le notti dell’esilio.

  • da Cresce dentro di me un uomo straniero, Ensemble 2020

Natasha Sardzoska

  1. Cartografia del fuoco

Stiamo per nessun luogo
non partiamo da nessuna parte
non veniamo da nessun posto
siamo disegni sui binari
tralasciamo respiro alle piste aeroportuali
ascoltiamo conversazioni sorde sulle autostrade
fissiamo i finestrini di metropolitane fermate
i treni del silenzio sono in ritardo
i voli sono riprogrammati
i giorni cancellati
per mai più

il vino fermenta sulle nostre labbra selvagge
sui margini della nostra mente
gli occhi sono nuvole congelate
le nostre gole sono dune soffiate nel deserto
la steppa cresce sulla nostra lingua
giungla nei nostri sessi e voragini nei nostri petti
siamo impronte ardenti sotto la pioggia
sotto il cielo di cristallo che non copre nessuna terra
affondiamo dietro le nostre ombre
i piedi nelle sabbie mobili siamo
abiti porpora lacerati dai profughi senza traccia
scettri rigettati da ogni regno siamo
unghie e denti e occhi scavati dalla storia
perduti negli strati imperscrutabili della nostra carne
mappe strappate sulle nostre ginocchia
coste che mordono le proprie insenature e baie
sugli argini del nostro desiderio cellulare
sulle rive delle nazioni morte
ardiamo solo per quell’istante
quando lo sai
quando lo so
sei il levante sconfitto
giri le spalle al vento orientale
cammini sui confini della libertà
e te ne vai:
ma chimera non lo sei più
né un esilio
non lo sarai nemmeno
per me
terra incognita

  • da Osso Sacro, Interno Poesia 2020
  1. Corpo confinato

questo corpo non è il mio corpo
altri corpi vivono dentro di me
corpi che io chiamo miei
perché a me appartengono
a me ricordano

io ho un patto
con tutti i microrganismi
che abitano questo corpo
cercandomi
bruciandomi dall’interno
urlando forte
perché vogliono uscire
fuori di me
ma io non gli concederò mai
tregua
*

questo corpo non è il mio corpo
questo corpo è ogni giorno infestato
da esercito scompagnato da ospiti macabri
loro prendono quello che vogliono
lasciano ciò di cui hanno bisogno
questo corpo è inchiodato dai venti
che se ne vanno sconfitti dal fuoco
escono dalle mie narici
lasciando questo corpo
tutto vuoto

*
questo corpo non è il mio corpo
dentro questo corpo ci sono recinti
eppure lì io nascondo questo corpo
aiuto questo corpo perché taccia
mentre cerco sull’altalena
la ragazza foggiata di ossa e nervi

questo corpo non è il mio corpo
è fatto di tempeste di lava e larva
e soffocamento e scettro
e domande scettiche che mi prendono
a calci e pugni – dall’interno
la mia lingua è impigliata
dietro i miei denti saldati
condannata al muro di tiro –
e mi soffiano via il grano
lasciando solo la falce
dentro la mia gola

  • inedito

Davide Nota

  1. Il fiore del fascismo universale

Io sono un continente.
Chiudessi gli occhi riuscirei a intendere
persino gli argini, il bordo, gli orli.

E mi accompagno a questo limine
di roccia e sale, a questa
successione di frane.

Adesso dormo nell’insonne lava
di questa valle oscura
di vagine e calanchi.

  • da La rimozione, Sigismundus 2011
  1. Ad una madre

Non sai di essere eppure esisti;
nel tuo metro quadrato di giardino
dai nuova acqua a antichi fiori, misti
elementi puri al terricciuolo infido,
tramuti fango in vita e lì desisti
a crederti un artefice divino
perché lo sei davvero,
tu che coltivi in vero
la limpida sapienza del sentiero,
che già concili muta la presenza
con l’irrisolto dubbio antico e senza
crederlo resisti, ignara santa,
che cieca innalzi al cielo il tuo destino
con la tacita fede della pianta.

  • da Il non potere, Sigismundus 2014

Aleš Šteger

  1. Ritorno a casa

Sulla scala a spirale
Intorno ai vasi dai fiori appassiti,
Fiorisce la ruggine.

Le valige, piene di biancheria sporca
E di vecchi interrogativi, mi rendono titubante.
Come se di soglia in soglia traslocassi l’inquietudine.

Gli ultimi quattrocento chilometri siamo stati zitti.
Nessuno di noi due sa se riusciremo a sottacere
Anche il silenzio dell’arrivo.

Lo sguardo nello specchio del bagno,
Dal quale sono scappato così lontano,
Neanche per un attimo mi ha perso d’occhio.

  1. Estate

La roccia rovente, che spezza l’acqua, il cielo
che lascia cadere da sé uccelli di carta, affinché svaniscano
nel tuo corpo, il corpo del tempo e dello spazio. Il corpo
con il viso da bambino, che nel sonno conta il mare.
Il corpo con gli occhi di nero carbone, che guardano fissi
dalla brace. Il corpo con tracce di preghiera, con i seni,
i sacrifici al domani. Con la mano che sul palmo
brucia il mio palmo. Quante parole pronunciate
che non capisci, perché non puoi capirle.
Quante parole con cui puoi solo fare l’amore
sul letto del silenzio, sulla lingua dell’angelo, sulla punta
della spada del sole. Guarda, la luce all’istante ci taglierà
la pelle tesa per unire i nostri corpi in un foglio
bianco sul quale porrà con il sangue il suo nome d’autunno.

Stefano Sanchini

  1. La bellezza è l’ape che sul fiore si posa

La bellezza è l’ape che sul fiore si posa.
Come potrebbe essere bella la rosa
Se gli altri fiori fossero nulla?
L’umanità, tanti neonati nella culla.
La bellezza si manifesta in molteplici forme
ma la bellezza è di sostanza uniforme.

  • da Il villaggio, Sigismundus 2016
  1. Da quassù volando vedi l’opera

Da quassù volando vedi l’opera
della falce e della mano paziente
che hanno reso pace alla terra
con il lavoro lento e costante

di fatica e sudore impastati
nel ventre, di gole accese nel canto.
La semina in materni racconti
la gioia promessa del tuo raccolto

dolce scende a filari la vigna
e sparse da mano impressionista
le chiome d’ulivo nella campagna.
La luce esalta di nuovo la vista

e tutto si fa fresco di colore
e l’aria di profumi è piena,
s’accende nella macchia il calore
dei piumati che trascendono la pena.

Cosa conta una casa grande e bella
se non immersa in questa natura,
non è forse il tuo corpo la villa
che s’apre all’alba oltre la pianura?

  • da La casa del filo di paglia, Sigismundus 2013

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loris Ferri

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