Recensioni

Lucciole imperatrici

Helene  Paraskeva
Lucciole imperatrici
Lietocolle  2012

raffaele taddeo

Questa  silloge poetica di Helena Paraskeva  distinta in due parti presenta alcuni aspetti che meritano attenta considerazione.  Intanto la poesia si snoda con leggerezza,  ma con  incisivi elementi metaforici  e simbolici, a volte con giochi fonici che diventano anch’essi significato oltre che significanti. La mia attenzione è però rivolta ad alcuni aspetti tematici spesso solo accennati: 1) l’attenzione al mondo della migrazione e alla tragedia che a volta comporta; 2) la lotta per non cedere all’oscuramento della propria personalità, del proprio valore poetico; 3) Il senso  della stessa poesia, sua funzione, funzione delle parole che sono il veicolo principale della poesia; 4)il richiamo  alla mitologia sentita come parte integrante del substrato culturale della poetessa.

Due poesie hanno esplicitamente come tema quello della migrazione, la prima  “di colore in-colore” che specialmente nell’ultima parte acquista valore intensamente drammatico perché i colori del mare sottendono tragedie le cui storie non saranno mai esplicitate, mai descritte, mai comunicate. “E sugli scogli si domanda/ “Come li vedi i pesci?/ Mangiano ancora/ carne umana, oppure no?”/ “Come lo vedi il mare?/ E’ piuttosto nero?/ E’ rosso ancora?/ o è già tornato blu?”. Si noti l’intenso valore semantico e poetico dell’ enjambement  fra il verso “mangiano ancora” e il seguente “carne umana, oppure no”.  L’altra poesia “Xenitià”, scritta in inglese, affronta il tema dell’impossibilità del ritorno perché la strada che si percorreva al proprio paese ormai non è più riconoscibile. Ma la lingua usata diventa in sè un elemento poetico ed una stranezza che lascia perplessi. Perché proporre in inglese una poesia in un insieme di poesie in italiano rivolte essenzialmente ad un pubblico italiano? La migrazione è un fatto che va al di là dei confini di un territorio, di una nazione che non può essere racchiuso entro un alveo rigido di una lingua circoscritta come quella italiana, ha bisogno di internazionalizzarsi anche con la dimensione linguistica? Oppure l’argomento è così ineffabile che parole nella lingua di comunicazione di una comunità non sono adatte, hanno bisogno di uno straniamento anche linguistico per potersi in qualche modo avvicinare alla sua drammaticità?

IL secondo nucleo tematico è dato dalla volontà di resistere e lottare per poter essere riconosciuti.  Vi è l’incertezza che questa lotta serva a qualcosa, abbia uno sbocco : “Un giorno ti domanderai/ perché questo tormento/ di avvicinarti all’impossibile”, ed ancora “Perché sognare ancora/ Beowulf contro l’aurora boreale/ e ansimanti abbracci/ con Simbah il Marinaio”. La scrittura, il poetare, sognare riconoscimenti, sono al tempo stesso speranza, ma anche illusione e frustrazione. Ma anche e specialmente lotta: “Mi piace il mostro combattivo / in te/ che il sole sveglia presto”.

Legato a questo tema, quasi nascosto o celato da metafore e simboli abbiamo il tema del senso delle parole e quindi della poesia, che in sé non può mai essere pacifica e catarchica. Si prenda questa poesia: “Come filo spinato/ le parole ci separano/ e noi intorno,/ in confronto, contro,/ con la paura di sfiorare/perché le spine strappano/i vestiti e il  cuore dentro./ Di parole è fatto il filo/ma spinate.”.  La parola non è qualcosa che unisce, non ha la funzione ermeneutica di comprensione dell’altro, ma è quella che separa e che fa male, allontana, piuttosto che unire.  Ancor più che le parole sono ancora le unità più piccole dei significanti a contenere gli aspetti più sensibili della poesia, che non può essere definita (“La prima cosa è/ la ricetta che non c’è”). L’alfabeto con la sua capacità di trasformarsi in comunicazione, ma prima di tutto in epifania di sentimenti è però un animale (un lupo)che trattiene il cuore, fugge, ma le impronte che lascia sono germi di poesia, perché il connubio alfabeto cuore non può che produrre poesia. L’immagine dell’alfabeto come lupo che si ripara nella selva rimanda ancora a quanto espresso in altra poesia, già citata, delle parole come filo spinato. Anche il lupo può far male come lo faceva il filo spinato. E’ solo quando stringe fra i denti il cuore che allora, quasi inavvertitamente perde, insieme alle impronte, poesia. Anche nella precedente silloge Meltemi  le parole che la poetessa rinveniva laceravano e graffiavano.  Queste intenzioni poetiche si riscontrano però essenzialmente in quel nucleo di poesie che  vogliono prendere posizione sul piano sociale, in special modo quelle riguardanti la migrazione, perché poi invece nella composizione ove l’illuminazione poetica non si scontra con un altro nemico, allora la poesia diventa anche gioco, divertimento.

Il richiamo alla mitologia antica, quella greca principalmente, ma non si disdegna anche quella più vicina a noi come nel caso del poeta inglese Byron, assume spesso un connotato che ci riporta agli aspetti più profondi dell’essere uomo, alle sue debolezze, alle sue incertezze, alle sue lotte per affermarsi. Spesso le figure femminili che sono evocate perché rispondono più significativamente alla fierezza della loro condizione perché  le donne vogliono  almeno “raccontare”.

Poi ci sono poesie che non rientrano in nessuno dei nuclei tematici sopra esposti, sono espressione di momenti di folgorazione  poetica per qualsiasi accidenti o ispirazione. Poesie come sprazzi di luce che nell’oscurità o crepuscolo fanno presente l’esistenza e la significatività della lettura poetica della realtà. Può essere la poesia ad Alda Merini, ma può essere la tragica ironia nei confronti di chi ha continuato ad uccidere e poi vincitore si trova il sangue che non permette che si liberi dell’arma che ha ucciso.

Qua e là c’è anche qualche divertimento metrico e fonico come nella poesia  Figura   in cui si gioca intorno a questo termine con richiami continui e spassosi.  E’ anche evidente che Helene Paraskeva preferisce il verso libero, pur tenendo presente che la poesia è fatta anche di assonanze, se non di anapesti e giambi che forse è meglio lasciare alla poesia greca e latina.

Anche questa silloge mostra una ricerca poetica degna di nota e attenzione sia sul piano dei contenuti che in quello della costruzione metrico-fonica.

Febbraio  2013

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi Il carro di Pickipò, ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione.