Racconti e poesie

L’uomo da sposare

A Gabriella Corona
che più della sigaretta, l’ha recisa la mediocrità umana.

 

“Maschilista, ecco cosa sei… la vieille! Cos’è, è una lavatrice? Povera donna… ma non hai una parola nel tuo idioma per dire mamma?”
Gabriella, la maestra d’italiano, è convinta che Lounis manchi di rispetto alla propria madre, come del resto a tutte le donne.
Non è alla sua prima polemica con questo ragazzo straniero che era sbarcato in Italia qualche anno prima, come onda anomala, con costumi non meno strani ed ostili alla civiltà.
La maestra tossisce e tira fuori un pacchetto di sigarette senza filtro, ne estrae una e l’accende e già una nuvola bianco grigia esce dalla sua bocca e dalle narici coprendole il viso.
La sensazione di dover tossire sembra essere stata soffocata dal fumo e solo l’asperità di questo riesce a spegnerle il prurito che le nasce in gola. Ormai non può più fare a meno della sigaretta, e la notte si alza più volte per fumare… un treno a vapore, sembra.
“Nazionale” legge l’amico sulla scatola e le chiede “Ma non sono un po’ forti per te? Guarda che checché ne diciate, voi donne rimanete sempre più delicate rispetto agli uomini.”
Lei s’inalbera ancora di più “con te non c’è niente da fare, sei una testa dura. Guarda che mia mamma è morta col fucile in mano quando la crema di quelli che tu chiami uomini riuscivano appena a sollevare gli occhi di fronte a un fascista.” Fa un gesto per scacciare il fumo aggiungendo disgustata “Lasciamo perdere”.
Il ragazzo sposta un pochino il discorso sulla scelta di Gabriella di fumare quelle micidiali sigarette senza aroma e di odore sgradevole.
“Vuoi che fumi le schifezze dei fascisti imperialisti? Eh no tesoro mio, queste sigarette sono un prodotto autentico. Sono nate nella resistenza. Sono il simbolo della resistenza. Non vi è nessuna droga aggiunta né il minimo sospetto di plastica o di veleno.”
Figlia di sua madre, una donna partigiana caduta nei campi d’onore per la patria, Gabriella ha giurato di non consumare mai le sigarette con la capocchia rossiccia dei fascisti.
Fa un altro tiro e prosegue tornando al discorso sulle donne “vedi, io coi miei capelli grigi da signora anziana, mio figlio non si permetterà mai di chiamarmi con un altro nome che non sia quello di mamma”.
“È solo una questione di linguaggio, di differenza culturale. Ogni popolo ha il proprio linguaggio” spiega il ragazzo per farla contenta.
Lei non ne vuole sentire nulla “Zitto… differenza di linguaggio, un’altra fandonia! Non mi brandivi la stessa argomentazione all’inizio del corso per giustificare l’uso della pena di morte nel vostro paese?”
Lui la guarda, stupito all’improvviso dai suoi bei vestiti eleganti. “Così dovrebbero essere le sue idee, chiare e pulite” pensa.
Non può non ricordarsi il fascino che le sue idee hanno avuto su di lui. Riconosce che la lettura del “suo” Beccaria aveva giocato un ruolo molto importante nella sua conversione da pro-pena di morte quale era, in abolizionista, anche se gli era rimasto ancora qualche dubbio al riguardo.
Ai tempi hanno avuto un’accesa discussione…
“Ascolta Gabriella, ciò significa allora che dobbiamo lasciare impuniti gli assassini, è questo che vuoi?”
Lei ebbe uno sguardo indulgente mentre lui proseguiva “potrei essere d’accordo con te anche perché è naturale che ci sentiamo meno coinvolti emotivamente anche sotto il profilo della responsabilità morale nel caso in cui il morto ci sia sconosciuto… ma pensa se la vittima invece è un tuo parente, amico o…” voleva aggiungere figlio ma ebbe paura di spaventarla. Non sapeva che una donna come lei non aveva forse mai conosciuto la superstizione, come lui e lei gli viene in soccorso “o mio figlio e blablabla… e tu pensa invece se l’assassino fossi tu stesso…”
“Sinceramente, credi davvero che la punizione con la prigione possa essere sufficiente nel caso di un assassinio? E credi davvero di poter graziare con una semplice detenzione il macellaio che uccide tuo figlio?”
Gabriella non si lasciò prendere da questo ricatto di sentimenti eretto a ragione e senza indugiare confermò la sua posizione, destando un altro dubbio nell’amico studente.
E Lounis concluse “Vorrei vederti chiedere la clemenza per l’assassino di tuo figlio se fossi la mamma biologica del tuo Jean-Jacques.”
Gabriella aveva adottato questo ragazzo senegalese già quando era un uomo fatto, lei che non aveva mai avuto figli.
“Sei ancora un ragazzino pieno di luoghi comuni e di superstizioni.  Pensi che io sia senza convinzioni morali e che se mio figlio fosse stato un figlio biologico avrei calpestato i miei valori?”
Gabriella non è mai a corto di argomentazione “lasciamo perdere mio figlio… l’assassino io lo condannerei invece all’ergastolo con una bibbia da leggere tutto il tempo…”
Lo aveva fatto ridere davvero con questo modo stravagante di risolvere il dilemma della punizione degli assassini ma non era riuscita a smontare la sua convinzione.
Lui rise quindi di questa battuta che aveva trovato sciocca anche se emanava da una mente lucida ed elegante. Poi a scavare quella battuta si era reso conto che infondo in fondo la prigione insieme alla bibbia sarebbe stata una penitenza molto più crudele che avrebbe potuto fare redimere il più spietato degli assassini. Non solo, essa sarebbe anche la garanzia di un male minore in caso di errore giudiziario.
Dopo un silenzio dove solo il fumo della sigaretta e il tumulto dei loro pensieri sembrano esser vivi, Gabriella riprende “La vieille… ingrato, eppure hai tante donne in giro per Milano che ti amano e ti vogliono bene. A proposito, ti saluta Patrizia…”
“Hai visto, se fossi veramente misogino come dici, non sarei stato così amato dalle donne? Devo dire che anch’io le amo solo che mi fanno arrabbiare, non tutte ovviamente, perché spesso non capiscono questo mio amore per loro.”
Lui scherza e non sa se lei si arrabbi o meno perché non la conosce abbastanza nonostante la confidenza apparente che c’è tra di loro. Dice alla fine “arriverò prima o poi a vedere la donna come un uomo moderno sotto una luce nuova.”
“Guarda che rispettare la donna significa rispettare se stessi, non è quindi una tua bontà.” L’ha detto forte e con l’aria di chi si lamenta così che due studenti, un egiziano e un marocchino, si sentono in dovere di difendere la loro maestra.
“Chi è questo che ti rompe le palle, maestra?”
Lei è afflitta “non vi ho insegnato ad usare parolacce…” l’egiziano non capisce che ci sono due contesti diversi per usare due diverse forme di linguaggio. Pensa che tutte le strade siano spianate. Il marocchino cerca di correggerlo, ma tanto l’egiziano non capisce cosa significhino le parole di quell’espressione che ha imparato nella scuola di “pattumiera” che ha sempre frequentato.
Lounis riparte alla carica “Hai visto quanto gli uomini amano le donne? Guarda come sono accorsi in tua difesa…”
Il marocchino propone poi alla donna, che mastica un po’ di francese, di venderle dei cd contraffatti di musica francese e senegalese.
“Sempre uguali alla loro stirpe, sono capaci di vendere le loro donne per guadagnare un centesimo in più” pensa Lounis.
L’egiziano è un quarantenne quasi calvo con gli ultimi capelli rimasti ricci e corti, di color sale e pepe, scuro di carnagione, con la fronte perlata e luccicante di sudore, una barba selvaggia e la pancia pronunciata. Con espressione inquieta e sofferta nota la confidenza che Lounis ha con le donne della festa e afferra anch’egli l’opportunità per trarne qualche vantaggio personale.
“Ehi” chiede a Lounis “fratello marocchino, di’ un po’ a quella bella ragazza che io sono interessato a lei.”
“Oh, per chi mi prendi, perché non glielo dici tu direttamente?”
“Fammi questo favore, io ho paura di respingerla con la mia lingua incomprensibile…”
Lounis conosce bene quella ragazza e sa che ha un suo ragazzo al quale è molto legata e rifiuta quindi di  tradurre accontentandosi di dire “devi sapere che ha un fidanzato”.
Ma l’egiziano continua ad insistere come se gli piacesse incrementare l’imbarazzo di Lounis e gli spiega “conosco un’altra ragazza che ha sposato un egiziano. Se lui ha potuto perché io no?”
Lounis sa un po’ della storia di vita di quel ragazzo. Qualche volta, di sera alla scuola ci sono delle donne che fanno ginnastica e l’egiziano va sempre a guardarle chiedendo con petulanza se anche lui può fare ginnastica con loro.
“Se bisogno bagare, io bago” protesta sempre col bidello napoletano che gli vieta l’accesso alla scuola.
“Dai, aiutami ad avere quella ragazza, ti prego” insiste.
Lounis è perplesso ma il ragazzo gli fa pena.
I presenti non ne capiscono nulla e non danno retta quindi alle loro trattative.
“Io le insegnerò l’arabo e lei m’insegnerà la matematica” insiste l’egiziano.
“La matematica, t’insegnerà la matematica?”
“Sì, così” conferma l’egiziano che crede di aver convinto finalmente il fratello marocchino.
“Che razza di cafone” dice Lounis in italiano, sapendo che il suo interlocutore non capisce l’insulto. Poi, pensando di chiudere questo discorso imbarazzante, aggiunge “guarda, veramente mi stai chiedendo l’impossibile, non vorrei sciupare la mia amicizia con queste persone.”
“Ah ah!” esplode l’egiziano “l’amicizia tra l’uomo e la donna!” questa volta alcuni si sono incuriositi a cercare l’origine e il motivo della sua ilarità.
L’egiziano istintivamente abbassa la voce “non ci posso credere: una ragazza fa una carezza sulla spalla o sulla guancia ad un maschio e tu la chiami amicizia… a meno che tu sia un frocio…”
“Ah Ah!” questa volta è Lounis che ride ma i presenti non danno più retta ai due.
“Senti, non è un problema per la donna italiana quello di mollare il suo ragazzo. Da loro gli uomini sono più attaccati al lavoro che alle loro donne, non è come per noi egiziani che abbiamo tempo per tutto, gli amici, l’amore, il lavoro, la religione e così via. Dille, ti prego, che la voglio sposare. Lei capirà e accetterà senz’altro, anche perché col suo ragazzo lei potrà rimanere per tutta la sua vita soltanto una fidanzata. Ma la donna, te lo dico io che ho i capelli bianchi, ha bisogno di un marito, non di un amico…”
La folla comincia a sfilacciarsi senza che loro se ne accorgano.
L’egiziano sospira con aria sognante quando s’accorge dell’assenza della ragazza e confessa a Lounis “Beata lei, che ha la possibilità di ammirare la sua bellezza senza nessun impedimento, tutta la sua bellezza, in tutto il suo splendore… se non vuoi farmi questo favore, chiederò alla sagnora… lei è più brava di te.”
La sagnora, Gabriella, riesce a stento a capire cosa aspetta da lei e lo sbriga in due secondi con poche parole “mi chiamo Gabriella Corona e sono insegnante d’italiano.”
“Scemo” pensa Lounis sorridendo “che bastardo… simpatico però… il marocchino avrebbe potuto trarre beneficio da un tizio come lui invece di vendere l’invendibile… Fare il ruffiano, per un netturbino poi. Se vai a vedere dietro le montagne di pattumiera milanese, trovi sempre qualcuno come lui a spingere la carriola come quegli scarafaggi che rotolano lo sterco. Almeno loro lo fanno per lo scopo nobile di darlo poi come regalo alle loro amate.”
E Lounis se lo immagina come un grosso scarafaggio dietro una carriola di pattumiera.

L'autore

Abdelmalek Smari

Abdelmalek Smari

Abdelmalek Smari nasce a Costantina, in Algeria dove si laurea in Psicologia clinica e lavora per 7 anni. Giunto a Milano agli inizi degli anni ’90, scrive il suo primo romanzo Fiamme in paradiso – Il Saggiatore 2000 – grazie all’amicizia con Raffaele Taddeo e al suo sostegno. Avendo imparato l’italiano, diventa a sua volta insegnante d’italiano per stranieri. Scrive poesie che riceveranno un riconoscimento come opera inedita col premio Lorenzo Montano a Verona nel 2006. Si cimenta anche nel teatro con Il poeta si diverte e L’asino sulla terrazza, adattamento teatrale dell’omonimo racconto già pubblicato nell’antologia La lingua strappata; una riduzione teatrale di Fiamme in paradiso sarà rappresentata presso il Centro sociale Leoncavallo. Nel 2001 ottiene il premio Marisa Rusconi per Fiamme in paradiso. Nel 2008 pubblica con Libribianchi il romanzo L’occidentalista. In entrambi i romanzi il protagonista vero è la Milano amata e criticata e così congeniale all’autore, tanto che sarà annoverato tra gli scrittori milanesi dalla poetessa Marina Corona. Scrive spesso agli amici sui suoi temi preferiti: la lingua, la scrittura, la divisione mistificatrice tra oriente e occidente, la storia e la politica. L’autore ha intenzione di raccogliere questi scritti in un’opera, dopo aver ultimato la stesura del suo terzo romanzo, a cui sta lavorando. È di questi ultimi anni l’apertura di un blog, che gli permette di trattare l’attualità della vita politica e civile algerina: www.malikamin.net All’autore è stata dedicata nel 2011 una tesi di un laureando in Lettere e filosofia dell’Università degli Studi di Milano – Giuliano Buzzao – dal titolo “L’identità della e nella letteratura migrante”. El-Ghibli gli ha dedicato il supplemento del suo numero del giugno 2012.

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