Recensioni

Maldiluna

Gëzim Hajdari
Maldiluna
Besa       2005

raffaele taddeo

L’ultimo testo di poesie di Gezim Hajdari  presenta  qualche novità rispetto alle silloge precedentemente pubblicate.

Questa raccolta è suddivisa in quattro sezioni, le prime due, senza titolo, raccolgono una serie di poesie che all’apparenza non si diversificano di molto. Più marcata è invece lo scarto che è presente nelle altre due sezioni. Nella terza   infatti il poeta italo-albanese offre un numero elevato di composizioni brevissime, fatte di due , tre versi, una sorta di epigrammi di vario genere, espressioni di illuminazioni poetiche.
Nell’ultima parte Gezim Hajdari continua la sua sperimentazione di composizione di poemi.
Quest’ultima sezione è intitolata “maldiluna” e dà il titolo a tutto il testo.
Una caratteristica insolita presente in questa raccolta è   l’attenzione che viene posta alla figura della madre, alla donna in generale o amicizie femminili, alla relazione amorosa.
E’ la dimensione dell’alterità che incomincia a prorompere nella esperienza poetica di Hajdari. Anche quando l’altro non esiste nella realtà il poeta sente la necessità di creare, individuare un tu che gli permetta di dar voce dialogica e dialettica alla sua esigenza comunicativa ed evocativa.
Le prime due sezioni, per altro similari per tonalità e per quantità, si differenziano quasi impercettibilmente per una accentuazione maggiore, nella prima, al “mal d’esistere” proprio di Hajdari. E’ un male di esistenza fatta di nostalgia, solitudine, emarginazione, assenza di calore, di territorio percorso e rivissuto nella sua asprezza, a cui fa da bordone la bellezza di un albero, il colore di un fiore, il canto di un uccello.
E’ un mal di vivere fatto di uno sradicamento che risente del rifiuto, dell’abbandono perpetrato nei suoi confronti dalla gente del suo paese. Ma è simbolicamente un rifiuto portato avanti da tutti verso coloro che vivono per la poesia, che sono fedeli e coerenti fino al martirio all’amore per la poesia e alla dichiarazione della verità fatta con la poesia.
E’ la condizione di disappartenenza perché non si può essere legati a nessun’altra condizione identitaria che all’essere poeta.
Vissuto tragico che neppure la poesia riesce a mutare, anzi l’essere poeta, avvertito da alcuni, familiari o facenti parte della comunità d’origine,  come tradimento di attese e speranze per altre realizzazioni nella vita, acuisce l’estrema separatezza che il poeta porta con sé per il solo fatto di essere poeta.
La seconda parte si stempera da una parte   in una più marcata attenzione al quotidiano, pur velata dalla tristezza consueta, dall’altra in un incremento di versi in cui la madre assume una posizione di riferimento quasi strumento per denudare l’animo del poeta.
Le tematiche della terza sezione sono varie.  sono epigrammi fatti di rapidi squarci di intensa e raccolta liricità.
L’ultima parte è sorprendente per la tensione lirica-drammatica presente. E’ un poema, ma senza storia, senza vicenda che quindi innalza a livelli inconsueti l’aspetto lirico.
E’ un grido di rabbia del poeta che trova in tutti, dalle persone più vicine a lui a quelle più lontane, antagonisti attivi alla sua poesia, alla sua vita di poeta.
I versi dell’ultima sezione sono carichi di elevata intensità con una successione incalzante di immagini che ti sommergono e ti assorbono coinvolgendoti nella loro inquietudine.
La poesia è il maldiluna di  Hajdari. Un male inspiegabile, inconsueto e incompreso. E’ il male che permette di andare a scoprire gli elementi più intimi di sé. E’ il male che permette di dire la verità e di denunciare le contraddizioni dell’esistenza. E’ il male che non lascia tranquilli e per la cui causa si rischia ogni volta di essere abbandonati, isolati.

“so quel che faccio mio Dio/ e non chiedo grazia a nessuno/…/ben venga il rogo/ e questi versi, come castigo dell’Eterno”

E’ la condizione stessa della poesia, oggi inutile, come già diceva Montale, eppure sempre necessaria per chi voglia innalzarsi e sfuggire all’omologazione imperante, portata dai mass media che assorbono e intontiscono.

08-06-2005

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi Il carro di Pickipò, ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione.