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Metamorfosi di finestre

metamorfosiQuesta silloge è costituita ancora di non-poesie, perché la struttura è molto simile a quelle pubblicate in precedenza.    Tuttavia in primo luogo vanno messe in evidenza le differenze sul piano della forma rispetto alla  produzione precedente. In questa silloge compare in maniera molto intensa la forma delle parentesi all’interno delle poesie. La parentesi dovrebbe di per sé essere una precisazione o una comunicazione aggiuntiva rispetto a quella principale. In queste poesie le parentesi sono così preponderanti che non si sa se siano esse l’elemento poetico più significativo e non i contenuti presenti  fuori dalle  parentesi. Le poesie della silloge Metamorfosi di finestre   sono dello stesso periodo temporale della raccolta di racconti Tre racconti.  Con questi racconti hanno una struttura similare proprio della quantità esorbitante di elementi all’interno di parentesi.
Il senso ultimo della racconta sembra essere quello di una sfiducia in tutto ciò che possa riguardare una visione pacificante di quello che è oggi l’umanità o di quello che potrebbe essere domani. Per alcuni aspetti sembra di risentire il Leopardi de La ginestra. “Non-poeta, tien /conto di questo nella versione definitiva di questo sospiroso poema,/ di questo frettoloso scioglilingua inutile poi per la fine di questo secolo allegro,/speranzoso, e anche progressivo”: Dove gli ultimi tre aggettivi sono mordaci e nel medesimo tempo velenosamente critici. Sembra proprio di risentire i versi di Leopardi quando si scagliava contro “le magnifiche sorti e progressive”. Così nella poesia In un vecchio cimitero militare, a poco meno di quattro anni dal 2000 il poeta tiene sempre un registro fra il critico e l’ironico per il senso di retorico che un cimitero militare contiene. “Il mio passo, incauto, qui nulla/ ha disturbato: non ondeggia neppure la fiammella del lumino davanti/ alla lapide centrale” . “Poiché tutto è già spiegato, tutto tranne l’amore/ e le lacrime, e le speranze, e le attese, e…(…va’ avanti./ Oggi fino al mare, domani solo fino a Destini Più Alti e Migliori!”). E’ evidente il sarcasmo per chi pensa che ci possa essere qualcosa di più elevato, di migliore. Anche la poesie Telegramma, linea di caduta, tutta costruita come un telegramma   dapprima riferisce della morte di un uccellino caduto e poi delle mucche pazze; si pone poi il problema dell’utilità della stessa composizione “venderlo in borsa stop sarebbe conveniente stop o a un museo di non comunicazione/ stop ancor meglio” terminando con un sostanziale scetticismo “pensiamo stop qualunque cosa stop antiche àncore/ affondate stop anfore irrecuperate/ stop sogni di seppie stop perché ci tremano le dita/ talvolta.” Lo scetticismo continua anche nella poesia ODE, FORMALMENTE IMPURA, A UN ORSO BRUNO DEI BALCANI ovvero NON –ITACA IN STILE MODERATAMENTE CANTABILE .  Poesia difficile anche da sintetizzare perché gioca su simboli, metafore continui rimandi, senza una struttura narrativa anche minimamente espressa.  Sembra accennare alla migrazione degli orsi e alla migrazione attuale. “Perché degli orsi bruni la fuga/ dalle primordiali loro dimore è…Ebbene, non voglio/ dirlo! Passano nella loro notte, lunga, profonda notte,/ come…Ebbene non voglio dirlo!”. E’ presente  qualche accenno a possibile fuoruscita speranzosa  “molti esseri viaggiano veloci da sud/ a nord, da nord a sud, continuamente: giorno e/ notte, notte e giorno, disciplinati pagano il pedaggio, e/ corrono oltre, oltre, oltre…” “Ma forse tutto ciò non è così?/ Forse l’Ordine del Mondo/ è anche/ Salvezza?/  E anche amore, forse? / Chi lo sa”.
In  Quadro mattutino, metamorfosi finestra  il poeta si sofferma sulla vista di uno stormo di uccelli e di uno di essi  che rimane indietro e ciò sembra determinare il suo destino. “Chi allo stormo stare appresso non sa, si sa, ecc. ecc.”.  Un rapporto fra questa immagine dello stormo di uccelli e un sogno di un bambino scalzo  che accarezza una foglia. E ancora una volta il poeta manifesta tutto il suo pessimismo per  le condizioni in cui si vive. “Così io, talvolta, gratuitamente innalzo monumenti ai sogni. A dispetto/ del fin-de-siècle, in barba alla Saggezza del Momento, alla Cautela e al Rischio, all’Oblio e al profitto, all’Ottimismo del Giubileo, all’Organizzazione e…”.  L’immagine finale dell’uccello che rimarrà  indietro   inesorabilmente  sembra alludere al rifiuto da parte del poeta di seguire la strada dello stormo che veleggia con sicurezza incurante di riflessione sul perché delle cose..

Con LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO, PRIMA VOLTA ovvero QUANTO SI CONFONDE LA STORIA CONTEMPOIRANEA il poeta ricava lo spunto per mettere a confronto il fatto storico dell’89 con quanto è avvenuto agli inizi degli anni ’90 in Bosnia. Da una parte, a Berlino,  un muro è caduto, ma pare invece che sia volato e si sia ripiantato in altra parte, in Bosnia dove all’inizio degli anni ’90 sono risorte nazionalità, confini e frontiere con steccati. Oggi non solo vola un muro ma si moltiplica. Anche in questa poesia, ove dovrebbe vigere il rammarico per quello che è accaduto in Bosnia, il poeta non si esime da pungenti ironie nei confronti  di coloro che hanno sperato con l’abbattimento del muro di cambiare la loro vita  “in che sperate (…) nella libertà ah in lei nella libertà/ (nello schermo si inserisce uno non interpellato) voglio andare in occidente/ perché là ci sono sexy-shop (…)/…ah adesso (l’intervistato inspira profondamente)/ adesso potremo comprare tutto.”
Ancora più aspra si fa la critica al comune sentire in quest’ultima poesia della raccolta DOPO LE GUERRE ovvero VARIAZIONI PER  NULLA LIRICHE SUL TEMA DELLA LEGGEREZZA.  Il verso che si ripete quasi ossessivamente è il seguente: “Dopo ogni guerra noi diventiamo migliori”. L’insistenza su questo ossimoro nascosto risuona quasi tragicamente specie in alcuni versi che potrebbero essere concetti logicamente derivati dal precedente, perché se dalla guerra si diventa migliori, allora i sopravvissuti sono più perfetti dei non sopravvissuti. Ma c’è il rischio di dover fare i conti con la propria coscienza, con gli errori commessi e forse con la complicità che ci ha visto nel mentre si faceva la guerra. uadro mattutino q

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi Il carro di Pickipò, ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione.