Interventi

Multiculturalità e interculturalità: l’Italia del paradosso

«Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani». Questa citazione di Massimo D’Azeglio è sul petto di molti italiani, si presta a varie interpretazioni ma quella più oggettiva potrebbe essere un invito agli italiani di formare un paese, un’unica nazione, un paese unito dalla stessa religione, con la stessa lingua…

Quest’appello segnala implicitamente l’esistenza di varie realtà culturali, usanze diverse. L’Italia si presentava già come una terra multiculturale. Gli slogan: “a casa nostra!”, “prima gli italiani” sottintendono concetti verosimilmente di divisione tra italiani e stranieri, ma come ben sappiamo in un recente passato assistemmo a una crepa profonda e culturale che separò italiani del nord visti come i bravi, i colti, gli intelligenti, quelli che producono e lavorano mentre il resto del paese, più precisamente il sud abitato da fannulloni, quelli che non producono, i pigri, gli arretrati culturalmente parlando chiamati terroni. Massimo D’Azeglio richiamava all’unità nazionale, la Lega Padania predica la divisione e nel frattempo assistiamo a flussi migratori provenienti da vari angoli del mondo: dalle Filippine all’Africa subsahariana, dall’America latina ai Balcani ecc.…

Nell’arco di meno di un secolo dopo l’indipendenza, quindi dal 1860, l’Italia non riesce a curare la frattura nemmeno a saldarle: un paese diviso, il fascismo conta più addetti ai lavori, militanti che richiamano la nostalgia mussoliniana, altre forze estremiste nascono come Forza Nuova, CasaPound. Il linguaggio discriminatorio verso gli italiani del sud inizia a calare, si presta meno attenzione. Ciò probabilmente è dovuto ad un inserimento nel tessuto sociale nel nord partecipando vivamente allo sviluppo delle piccole e medie imprese ma una cosa è sicura: il linguaggio si sposta verso altri soggetti chiamati “extracomunitari”, “clandestini”, “negri”. Il linguaggio discriminatorio che crea paure e divisioni viene elaborato per consentire le grandi vittorie elettorali. I partiti di destra non sono favorevoli ad un’Italia multiculturale quando sappiamo che il paese lo è già. Dal nord al sud, da est a ovest, ogni territorio ha la sua usanza, il suo modo di essere, l’amore ai dialetti, le feste patronali, addirittura vi è una scelta sui santi che vengono dichiarati come salvatori del proprio territorio. L’Italia presenta vari confini. Cos’è il confine? “Cum-finis” è una linea che ci dice da dove finisce una cosa e da dove inizia qualcos’altro. I confini possono essere di vari tipi: possono essere religiosi, sociali, culturali. Il confine viene di solito messo a fianco alla frontiera ma non sono sinonimi. La frontiera è uno spazio. I sovranisti o meglio gli utopisti caldeggiano fortemente alcuni principi di salvaguardia del territorio quando mostrano l’incapacità di dare una risposta al tema di confini. Quante sono in Italia le lotte di confini? Il reggiano che non vuole il parmigiano: il bresciano che non vuole il bergamasco; il palermitano che fa fatica a vedere il messinese e viceversa ecc. … è il confine che crea “il noi” e “il voi”.  Ecco una fotografia abbastanza chiara, i vari confini esistenziali che hanno accompagnato per tutta la storia la nostra bella Italia. Oggi la domanda è sempre la seguente: chi sono gli italiani? Farei una domanda magari sciocca: Bill De Blasio attuale sindaco di New York? O l’italiano che vive in Canada da ormai 50 anni che non è più nemmeno in grado di scrivere e/o di parlare in italiano? Gli elettori dell’estrema destra e i nostalgici della” comunità” che non riconoscono Balotelli come italiano. C’è chi esclude alle sfilate Miss Italia le ragazze nate da coppie miste. Questa situazione ha generato il fenomeno del razzismo. I nostalgici di Mussolini che si infiltrano negli stadi per gridare e urlare contro i giocatori di colore. Ricordo en passant che anni fa alcuni tifosi della squadra di Verona scrivevano sui muri che non volevano il giocatore camerunese Patrick Mboma (classe 1970, ex giocatore di Cagliari e di Parma) nella loro squadra perché è di colore. Oggi leggiamo sulla stampa alcuni tifosi interisti che giustificano le urla come pratica non razzista ma sappiamo che lo sfondo è tipicamente razziale. Ecco il paradosso del paese in cui viviamo. Da questi precedenti esempi – ne possiamo elencarne molti- ma potremo affermare che l’emergenza non è la raffica di flussi migratori che approdano nella penisola ma l’arretratezza culturale che abita e continua ad abitare nelle mentalità di molti cittadini e della classe dirigente sia politica sia culturale e imprenditoriale. Il bel paese è vecchio ma il vecchio paese non era più bello del nuovo?

Se per multiculturalismo si intende un paese che presenta persone di culture diverse di cui non vi è un’interazione tra di loro, possiamo basarci dalle precedenti premesse affermare che l’Italia fu multiculturale con una massiccia presenza di vari confini e di culture locali diverse. Il multiculturalismo è cimentato nella storia dell’Italia sia laica che cristiana. Le diversità culturali sono sempre esistite. La multiculturalità in questo senso non esiste. Ogni società è multiculturale per essenza in quanto ogni territorio, piccolo che sia difende quello che ha e quello che è: usanze, credenze, ecc. … Tale accezione può essere verificata da due confini studiati in Storia: l’Alto Adige e la Valle d’Aosta come esempi palesi di un paese che abbracciò tre lingue, culture e usanze diverse ma che convivono nel medesimo spazio geografico. La Costituzione italiana già prevede la diversità culturale e di conseguenza la protezione delle minoranze. A titolo esemplificativo, segnaliamo tre articoli: l’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”  E l’articolo 6: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”. La nostra legislazione prevede già la tutela delle minoranze, la diversità linguistica e culturale e pone in modo chiaro il rispetto e la salvaguardia che si evincono nell’articolo 21:” il diritto alla libera manifestazione del pensiero.”

Ha senso parlare di multiculturalismo? Direi di no.

Se per intercultura contrapposta al multiculturalismo, si intende la presenza di varie culture caratterizzata da un dialogo pacifico tra di loro al fine di uno scambio di ricchezze per produrre un terreno fertile di dialogo e di governo del territorio, l’Italia e i suoi politici sono assenti nel dibattito sul tema dell’interculturalità. In Italia è in voga “Prima gli italiani”. Per vincere le elezioni il politico di destra sa che l’immigrazione è il cibo. Il multiculturalismo è stato usato e voluto dai poteri forti e ci lucrano per rafforzare di più il loro potere.

Poniamo un problema un po’ delicato: l’identità italiana. Dalla nostra analisi, non esiste realmente. Chi è italiano oggi? È il terrone? È il padano? È la badante naturalizzata o il giocatore? Riflettiamo che la cattiva politica che tra l’altro presente sia a destra sia a sinistra scavalca questo tema per ricavare dei voti. Ponendo il quesito, si rischia di creare un fraintendimento. Non ho nessuna intenzione di negare l’esistenza di un’identità italiana. Ad oggi viene posta la grande domanda se ha senso parlare di italicità o di italianità in un contesto globalizzato dove le persone scelgono un territorio, sposano i valori del territorio e decidono di non più tornare nel paese d’origine.  I nuovi cittadini che popolano le città italiane, che lavorano e producono, contribuiscono per la previdenza, custodiscono gli anziani, fino a quelli che sono nei campi non solo a raccogliere frutta ma a coltivare la verdura che approdano sul tavolo delle famiglie italiane. In lista possiamo aggiungere i ragazzi nati in Italia che frequentano l’elementare fino all’università ma che vengono sempre visti come stranieri e immigrati. Per ciò sarò più cauto all’uso del temine italianità che utilizzo quasi sempre. Il suffisso ità come sempre evidenzia valori astratti. Il radicale italia che richiama un paese nel quale non vi è unità culturali ma che ha dato molto all’umanità. Nella guerra tra nord e sud, tra terroni e padani, come reimpostare la nozione di italianità? Ultimo esempio: il ticinese che parla l’italiano, condivide i valori italiani e respinge il frontaliero italiano. È la grande domanda che ci poniamo. Possiamo fare un salto di qualità e parlare di valori italici in un mondo interculturale in cui l’Italia avrà più da guadagnare avendo contribuito in tutti i campi: l’arte, la scienza, la letteratura, ecc. Penso di sì. Allora sfido l’onda anti-immigrati. Ci sono tanti che sposano i valori italici, il sud ha contribuito notevolmente ad esempio all’edificazione del pensiero filosofico. L’essere umano non ha necessariamente bisogno di indentificarsi in una sola cultura. Posso rapportarmi con chiunque sposando elementi positivi di ogni cultura. Insomma, ecco perché la classe dirigente attuale dovrà operare a cambiare la visione culturale dei cittadini. Il lavoro è puramente culturale. Gli italiani nostalgici del fascismo, credo debbano riflettere sul contesto del mercato globale, della tutela delle persone in quanto esseri umani che hanno un orgoglio e una dignità da preservare. La lotta non può essere nella costruzione di muri, di confini, di discriminazioni, ma pensare a creare un territorio che tuteli tutti nel rispetto reciproco delle appartenenze religiose e culturali e il rispetto dei diritti e dei doveri a contempo. Questa idea non è una semplice retorica ma la verità per coloro che vogliono un cambiamento radicale.

Cheikh Tidiane Gaye: poeta e scrittore, laureato in Studi Filosofici, è autore di varie pubblicazioni poetiche e di narrativa. È Presidente Fondatore del Premio Internazionale di Poesia L. S. Senghor.

L'autore

Cheikh Tidiane Gaye

Cheikh Tidiane Gaye

Poeta, scrittore e membro del Pen Club Internazionale Lugano Retoromancia Svizzera, vive in Brianza ad Arcore. Laureatosi in Studi Filosofici, è fondatore di Kanaga Edizioni. Ha ottenuto significativi riconoscimenti letterari ed è presente sulla scena culturale italiana attraverso interventi, letture e performance poetiche che testimoniano la partecipazione alla vita del suo nuovo paese.

E’ stato il coordinatore e presidente della giuria della terza edizione del Premio Letterario Jerry Masslo, organizzato della Cgil / Flai e nel 2015 e Fondatore del Premio Letterario del Comune di Arcore.

Presidente di Africa Solidarietà Onlus e Presidente Fondatore del Premio Internazionale di Poesia “Sulle Orme di Léopold Sédar Senghor“, da sempre partecipa a diversi incontri sulle tematiche legate all’Africa, all’integrazione, all’intercultura e alla letteratura della Migrazione.

E’ autore di Il giuramento (Liberodiscrivere editore, 2001), seguito da Méry principessa albina (2005), e Il canto del djali (2007), Ode nascente Ode naissante ( ripubblicati da Kanaga Edizioni 2018), Curve alfabetiche (Montedit, 2011), Rime abbracciate (L’Harmattan Parigi 2012), Léopold Sédar Senghor, il cantore della Negritudine (Edizioni dell’arco,2013),Prendi quello che vuoi ma lasciami la mia pelle nera, (Jacabook 2013) e Il sangue delle parole ( Kanaga Edizioni, 2018).

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