Racconti e poesie

Nel nostro orticello

Noi costruttori di muri. Noi che dopo tutto, dopo tanto,
da lontano, da ovunque ritorniamo, il nostro orticello
con cura coltiviamo.

Con cura il vecchio orticello coltiviamo
chini assorti, con tanta cura (anche paura?)
Con mani perse anonime o mute?
del nostro orticello ci occupiamo.
– Ma quante e di chi è questa ricchezza di mani
tutte a fare di ogni erba un fascio,
un fascio di mani sorde, mute?
Il vecchio orticello con cura coltiviamo.

Con fragili pietre assonnate e dormienti
costruiamo, -che pero se si risvegliassero,
che se si risvegliassero dall’antico torpore
e ci chiedessero di spiegare loro, tra le fessure
l’odio persistente come un prurito incurabile.
La diffidenza, la vecchia e sempiterna diffidenza.
Sorella diffidenza. E cara, beneamata violenza.
Dell’antico e mai dimenticato teatrino cura ci prendiamo.

E fuori sul cancello del nostro orticello risistemiamo,
storta, la vecchia insegna sporca,
un po’ ammaccata, di ruggine orlata:
“L’uomo misura di tutte le cose”
e sotto la scritta che avverte: attenti al cane.
Il nostro orticello con tanta cura coltiviamo.

Cigolano i cardini, con filo spinato l’orticello proteggiamo,
(ma spine di fil di ferro)
perché le altre ora le dimentichiamo.
Le altre ora sono solo quelle delle rose, nei nostri giardini
ben coltivati e puliti e diserbati, con tanta cura (paura anche?)
I nostri, i nostri giardini coltiviamo, qui da noi e così
qui da noi, come si suol dire… Chini assennati
difendiamo il nostro modo di vivere, i nostri valori.
I nostri pettegolezzi da condominio con cura coltiviamo.

Attraverso le concentriche spire ci guardiamo negli occhi
amanti scaduti da un sogno di felicità
ma perso appena dopo pranzo
e la foga dell’amore fu passione o stupro?
Ed era li dove eravamo più vicini,
e più ci avvicinavamo e il timore ci avvicinava
o ci sentivamo gli uni dolenti, insofferenti, accanto agli altri?
E la paura ci era consueta, e la tenevamo in tasca sommessa
al calduccio, protetta e pronta, sempre all’erta
a un scoccare delle dita.

E il timore e la diffidenza come un sorriso sotto i baffi
con cura coltiviamo.
Per far vedere che il nostro modo di vivere
è così vivo e di gioia pieno, non ha incertezze
ci appartiene e ci contraddistingue,
e per non sapere altro che fare
di muri ci circondiamo, e rimaniamo chiusi fuori
alle intemperie, e la paura che piove a dirotto.

Gli altri pero ci erano familiari,
sembrava quasi di conoscerli.
Come in una mensa troppo affollata
i cui commensali temono versare la minestra troppo calda
e sopportano il ribrezzo dei residui degli alimenti
rovesciati sul tavolo che invadono e sporcano
le posate dell’altro seduto accanto.
E sopportiamo, sopportiamo la presenza di chi ci assomiglia
nella povertà, nella scarsità, scaduta umanità.
Con cura il nostro orticello coltiviamo

Da quando siamo tornati l’odio ci accomuna come non mai
e ora lo sappiamo, eravamo fratelli e sorelle nella diffidenza
e nella paura ci tenevamo mano nella mano.
Finalmente di nuovo ci teniamo mano nella mano?
dopo tutto, dopo tanto tempo, tentiamo di tenerci
un’altra volta come prima, la mano nella mano
come quando ci amavamo.
E con cura dei nostri muri ci circondiamo.

E ed è l’unica cosa che sembra non ci escluda,
l’unica cosa che sembra avvicinarci:
dove finisce il muro, e come va e viene il suo tragitto cieco
dove curva o gira ad angolo sordo, e che quando cammina
e a nessuno ode ed è sordo e silenzioso,
e cosa chiude e cosa apre?
E quanto dura? E quanto pesa sulla terra che intorno al sole
si lascia andare con le sue crosticine indifese di vita e morte?

In questa primavera arida e vivace
sono rinati i muri, docili, accoglienti
cartilagini di un naso chiuso dal raffreddore
di orecchie sorde a causa della vecchiaia
vene rinsecchite di un corpo smembrato e meno vivo,
ma non morto, e sempre attento, e sempre disposto ad aver cura…
Con tanta cura (paura anche?)
Nel nostro orticello ci addormentiamo.

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Gregorio Carbonero