Questo è il miglior bar del paese. Non è il più bello. È quello in cui il barista parla meno.
Sto aspettando Laura una mia amica. O qualcosa di simile.
Mi sono seduta qui, proprio davanti alla vetrata, guardo la strada. È area pedonale. Un uomo cammina ristretto sotto l’ombrello. Piove forte. Ieri c’è stato l’ultimo corso di Carnevale e oggi la pioggia rende tutto ridicolo. Bagna la grande testa di cartapesta davanti al chiosco chiuso dei bomboloni, uno strato si è scollato e ciondola dal naso. Le stelle filanti intasano gli scarichi con i coriandoli e i fazzoletti di carta. Le trombette dei festoni zuppe ripiegano su se stesse.
Laura mi ha telefonato ieri. Qualche giorno fa è morto suo padre. Sentiva il bisogno di parlare, per questo sono qui. Per ascoltarla. Sono arrivata prima perché non avevo voglia di fare niente a casa. Ho mal di testa. Soffro il tempo. Spero che la mia amica non pianga, non sono granché a consolare. Mi imbarazza cercare scuse per cose ingiustificabili. Non sono brava.
Alle mie spalle attaccato al muro tinto di rosso spento c’è un orologio a uccelli. Canta le dieci.
Sono uccelli esotici, non dei nostri. C’è anche il Bem Te Vi ha il capo bianco e nero e il petto giallo. Il suo nome è il suo verso, me lo ha spiegato mio zio. In Brasile dove vive lui ci sono i Bem Te Vi.
Laura è in ritardo come al solito. Al barista muto chiedo un cappuccino bollente. Lo sa fare. In pochi ci riescono. A cosa serve che sia bollente? A sorseggiarlo pensando tra un sorso e l’altro, con comodità, senza che l’ultimo sorso sia freddo. Non è poco.
Entra nel bar una signora con una cesta di piantine fiorite. Arriva al mio tavolo insieme al cappuccino bollente. Mi dice:
Non sorride mentre lo dice e questo io lo capisco perché perdere un lavoro serio e dover vendere fiori in giro non è divertente. Specialmente se a casa ti aspettano.
Bevo un sorso di cappuccino. Bravo barista! Brucia la lingua. Scelgo un piantina rosa. A me piacciono bianche ma non ce ne sono.
Senza espressione, lei ribatte che ovunque quel tipo di piantine asfittiche costano così. Ci credo perché è la cosa migliore. Pago e bevo un altro sorso è ancora bollente. Vedi a cosa serve?
Ecco Laura. Non aveva l’ombrello. È fradicia. Ha un cerotto su una guancia.
Laura ha gli occhi lucidi dentro le occhiaie.
Laura piange e ha le labbra impastate di saliva. Le lacrime ci rendono ridicoli.
Il barista muto si è avvicinato, ha portato un cappuccino, un bicchiere d’acqua e una pastiglia bianca. Per il mal di testa dice. Lo guardo un attimo. Appoggia il vassoio e torna dietro il banco.
Non è che sia proprio muto lo sapevo già. Però non abbiamo ordinato niente.
La guardo. Ha il viso lacrimoso e il cerotto è staccato per metà. È come la maschera bagnata dalla pioggia, allora non è cartapesta quella che le penzola dal naso. Allora è un cerotto di Carnevale.
E intanto immagino l’urna e tuo padre ridotto in lenticchie. Era l’ultimo calore che poteva darti. Un ricordo del suo passato di abbracci.
È stato lui a covare te.
Chissà se domani scalderemo le case con centrali a combustione di corpi.
Penso: e se un giorno spolverando tu lo avessi fatto cadere dal camino sparpagliandolo sul pavimento? L’avresti dovuto raccogliere con la scopa e la pattumiera facendo attenzione a non lasciarne in giro. Avresti potuto perdere qualche sua convinzione diventata lenticchia.
Per sicurezza, avresti dovuto usare l’aspirapolvere. Con un sacchetto pulito.
Avresti potuto riempirci un pupazzo.
L’orologio a uccelli esotici gracchia le undici.
Vado a pagare. Il barista mi fa un cenno. Ci rifacciamo… vuole che capisca.
Lo guardo e non parlo. Mutismo contagioso il suo.
Usciamo.
Laura cerca di riattaccare il cerotto zuppo di lacrime. Mi racconta che sua madre non sa cosa farsene di tanto tempo libero. Le rispondo che è normale. Che imparerà di nuovo a vivere per sé. Che ci vuole pazienza.
Come per una cura.
Il negozio di abbigliamento all’angolo espone abiti estivi. Il tempo è brutto ma è quasi primavera. Io e Laura proviamo ad immaginarci come staremmo con indosso quella minuscola gonna a fiori.
Un piccione zampetta in un angolo. Sceglie avanzi di pizza tra i coriandoli. Su una panca una vecchia donna distende un sacchetto di plastica gialla e si siede. Tira a sé la carrozzella con un vecchio uomo dentro. Hanno le ginocchia incastrate tanto sono vicini. Lei piange e si volta verso il cielo. Ha un fazzoletto bianco stretto nel pugno. Lui allunga le braccia, le prende il viso tra le mani.
Ah … se potesse alzarsi e renderla felice!
Non ho più mal di testa. Siamo arrivate alla macchina.
Non scusarti, penso ancora. Ti ho ascoltato volentieri. Mi hai fatto riflettere che la morte ha un unico pregio è irrimediabile e questo ci libera.
Mentre torno indietro incontro la vecchia signora che spinge la carrozzella. Ha smesso di piangere. Come ha smesso di piovere.
Tutto è sempre così ridicolo.