Stanza degli ospiti

Orologio a uccelli esotici

Monica Dini
Scritto da Monica Dini

Questo è il miglior bar del paese. Non è il più bello. È quello in cui il barista parla meno.

Sto aspettando Laura una mia amica. O qualcosa di simile.

Mi sono seduta qui, proprio davanti alla vetrata, guardo la strada. È area pedonale. Un uomo cammina ristretto sotto l’ombrello. Piove forte. Ieri c’è stato l’ultimo corso di Carnevale e oggi la pioggia rende tutto ridicolo. Bagna la grande testa di cartapesta davanti al chiosco chiuso dei bomboloni, uno strato si è scollato e ciondola dal naso. Le stelle filanti intasano gli scarichi con i coriandoli e i fazzoletti di carta. Le trombette dei festoni zuppe ripiegano su se stesse.

Laura mi ha telefonato ieri. Qualche giorno fa è morto suo padre. Sentiva il bisogno di parlare, per questo sono qui. Per ascoltarla. Sono arrivata prima perché non avevo voglia di fare niente a casa. Ho mal di testa. Soffro il tempo. Spero che la mia amica non pianga, non sono granché a consolare. Mi imbarazza cercare scuse per cose ingiustificabili. Non sono brava.

Alle mie spalle attaccato al muro tinto di rosso spento c’è un orologio a uccelli. Canta le dieci.

Sono uccelli esotici, non dei nostri. C’è anche il Bem Te Vi ha il capo bianco e nero e il petto  giallo. Il suo nome è il suo verso, me lo ha spiegato mio zio. In Brasile dove vive lui ci sono i Bem Te Vi.

Laura è in ritardo come al solito. Al barista muto chiedo un cappuccino bollente. Lo sa fare. In pochi ci riescono. A cosa serve che sia bollente? A sorseggiarlo pensando tra un sorso e l’altro, con comodità, senza che l’ultimo sorso sia freddo. Non è poco.

Entra nel bar una signora con una cesta di piantine fiorite. Arriva al mio tavolo insieme al cappuccino bollente. Mi dice:

  • Puoi aiutarmi? Sono rimasta senza lavoro.

Non sorride mentre lo dice e questo io lo capisco perché perdere un lavoro serio e dover vendere fiori in giro non è divertente. Specialmente se a casa ti aspettano.

Bevo un sorso di cappuccino. Bravo barista! Brucia la lingua. Scelgo un piantina rosa. A me piacciono bianche ma non ce ne sono.

  • Quanto ti devo? – chiedo.
  • Sette euro – mi risponde guardando altrove la signora.
  • Mi sembrano tanti sette euro per… questa.

Senza espressione, lei ribatte che ovunque quel tipo di piantine asfittiche costano così. Ci credo perché è la cosa migliore. Pago e bevo un altro sorso è ancora bollente. Vedi a cosa serve?

Ecco Laura. Non aveva l’ombrello. È fradicia. Ha un cerotto su una guancia.

  • Ce l’hai fatta alla fine! Cos’hai sulla faccia? 
  • Guarda … già che capitano tutte a me! Avevo un angioma minuscolo, una stronzata di angioma, ho comprato un mouse nuovo, hai visto che confezioni hanno, di plastica dura, sembra che gliel’abbiano fusa addosso? Ecco, mentre almanaccavo con quella ho graffiato l’angioma. Non smetteva di sanguinare, sono dovuta andare al pronto soccorso. L’hanno bruciato. Un buchetto così piccolo era una fontana. Non è un buon periodo … tu cos’hai? Sei pallida.
  • Ho mal di testa. È il tempo. È successo anche al bimbo di una mia collega dell’angioma. Succedono tutte insieme … capita … una specie di appuntamento pare. Come è andata con tuo padre? Era tanto tempo che non stava bene ma quanti anni aveva?
  • Era vecchio. Erano ormai più di cinque anni che era allettato. Da un mese non ci riconosceva più. È finita ma è stata dura.

Laura ha gli occhi lucidi dentro le occhiaie.

  • Sì, ad un certo punto bisogna andare. Non deve mai mancare la dignità. È meglio andare se manca quella.
  • Mi sono raccomandata tanto al Signore, sai che io credo … non sono come te … ho chiesto ogni giorno che se lo prendesse e invece ha aspettato troppo. Martedì pomeriggio quando è morto mia madre era così rammaricata. Dopo anni passati a ungergli la pelle diventata di vetro. Dopo giorni che lo vegliava senza tregua, è morto proprio nell’attimo in cui si è appisolata.
  • Sai che in molti casi succede così? Mia mamma può raccontarti lo stesso di quando è capitato di suo padre e anche un mio amico si è trovato in una condizione simile quando se n’è andata sua madre. Chissà se chi muore canta una nenia. Magari lo fa per sé per trovare il coraggio di lasciarci o per noi per farci meno male. O forse è che per un attimo, quando muore qualcuno che amiamo, moriamo anche noi e poi torniamo indietro. Non piangere. Hai detto che è meglio …
  • Lo so … ma è stata un’agonia così lunga che non ricordo altro della nostra vita insieme.

Laura piange e ha le labbra impastate di saliva. Le lacrime ci rendono ridicoli.

  • È stato lo scempio della malattia. Passerà. Ricorderai anche il resto. Ti tornerà in mente.
  • Sai cos’ha detto mia madre? Guarda come sta bene adesso! Vorrei imbalsamarlo e tenerlo con me. Senti cosa le è passato per il cervello… poveruomo… diventare un soprammobile. Voleva tenerlo con sé… ha voluto dormire ancora una notte nella stessa camera. D’improvviso non gli faceva più impressione un morto.
  • Non era un morto come dici tu era… una scatola di souvenir… conteneva ninnoli di una vita passata insieme. Alcuni conosciuti solo a loro. Inutile guardarli con altri.
  • Forse. Ma deve essere stato un fatto istintivo. Un’improvvisa confidenza dell’ultimo minuto. Si era augurata spesso che morisse in ospedale. Certe cose le hanno sempre fatto impressione.

Il barista muto si è avvicinato, ha portato un cappuccino, un bicchiere d’acqua e una pastiglia bianca. Per il mal di testa dice. Lo guardo un attimo. Appoggia il vassoio e torna dietro il banco.

Non è che sia proprio muto lo sapevo già. Però non abbiamo ordinato niente.

  • Oddio! –  sospira Laura – mi ci voleva proprio. Come ha fatto a saperlo e anche che hai l’emicrania.

La guardo. Ha il viso lacrimoso e il cerotto è staccato per metà. È come la maschera bagnata dalla pioggia, allora non è cartapesta quella che le penzola dal naso. Allora è un cerotto di Carnevale.

  • È telepatico il barista. Comunica col pensiero. Per questo parla poco. Forse i bisogni li legge sulla faccia …
  • Ecco, quello è impossibile.
  • Un vero professionista. Questo è il miglior bar del paese.
  • Per te e altri due sfigati forse… io per esempio non ci vengo mai.
  • E ti perdi qualcosa, vedi?!
  • Diceva: voglio tornare dalla mamma. Voleva essere messo nella tomba con lei. Quante volte lo aveva detto. Lo abbiamo fatto cremare.
  • Era la sua volontà?
  • Di questo non ha mai parlato. L’abbiamo deciso noi. Quando mi hanno dato l’urna con le ceneri era calda. L’ho scossa un po’ frusciava. Un rumore di lenticchie secche. In macchina la tenevo con le gambe, l’ho coperta aprendo la giacca e l’ho covata. Mi sono goduta tutto il suo calore. È stato bello. Lo so è difficile da …
  • Ti capisco …

E intanto immagino l’urna e tuo padre ridotto in lenticchie. Era l’ultimo calore che poteva darti.  Un ricordo del suo passato di abbracci.

È stato lui a covare te.

Chissà se domani scalderemo le case con  centrali a combustione di corpi.

  • Poi l’ho portato da sua madre. Avrei potuto tenerlo sul camino.
  • Meglio così …

Penso: e se un giorno spolverando tu lo avessi fatto cadere dal camino sparpagliandolo sul pavimento? L’avresti dovuto raccogliere con la scopa e la pattumiera facendo attenzione a non lasciarne in giro. Avresti potuto perdere qualche sua convinzione diventata lenticchia.

Per sicurezza, avresti dovuto usare l’aspirapolvere. Con un sacchetto pulito.

Avresti potuto riempirci un pupazzo.

L’orologio a uccelli esotici gracchia le undici.

  • Che ne pensi se usciamo? – dico.
  • Sì, andiamo. Mi accompagni alla macchina? È già tardi.

Vado a pagare. Il barista mi fa un cenno. Ci rifacciamo… vuole che capisca.

Lo guardo e non parlo. Mutismo contagioso il suo.

Usciamo.

Laura cerca di riattaccare il cerotto zuppo di lacrime. Mi racconta che sua madre non sa cosa farsene di tanto tempo libero. Le rispondo che è normale. Che imparerà di nuovo a vivere per sé. Che ci vuole pazienza.

Come per una cura.

  • Sì, – hai ragione. Scusa, ma anche se era previsto, se ci speravamo tutti, è stato un grande dolore e ora ci sentiamo in colpa per averlo desiderato. Ma basta… parliamo  di altro adesso.

Il negozio di abbigliamento all’angolo espone abiti estivi. Il tempo è brutto ma è quasi primavera. Io e Laura proviamo ad immaginarci come staremmo con indosso quella minuscola gonna a fiori. 

Un piccione zampetta in un angolo. Sceglie avanzi di pizza tra i coriandoli. Su una panca una vecchia donna distende un sacchetto di plastica gialla e si siede. Tira a sé la carrozzella con un vecchio uomo dentro. Hanno le ginocchia incastrate tanto sono vicini. Lei piange e si volta verso il cielo. Ha un fazzoletto bianco stretto nel pugno. Lui allunga le braccia, le prende il viso tra le  mani.

 Ah … se potesse alzarsi e renderla felice!

Non ho più mal di testa. Siamo arrivate alla macchina.

  • Grazie… poi una sera ti invito a cena. Quando ci siamo assestate un po’. Scusa di nuovo.
  • Per favore Laura… non hai niente da scusarti, vengo con piacere… quando vuoi. Saluta tua madre.
  • Lo farò.

Non scusarti, penso ancora. Ti ho ascoltato volentieri. Mi hai fatto riflettere che la morte ha un unico pregio è irrimediabile e questo ci libera.

Mentre torno indietro incontro la vecchia signora che spinge la carrozzella. Ha smesso di piangere. Come ha smesso di piovere.

Tutto è sempre così ridicolo.

L'autore

Monica Dini

Monica Dini

Monica Dini vive e lavora a Camaiore paese della campagna toscana. Ha pubblicato le raccolte di racconti: Sulle Corde a cura della Società Speleologica Italiana (2006), Leggerezze – Besa Editrice (2009), Lezzo – Tralerighe Libri (2015), Angoli Acuti – Tralerighe Libri (2017). Uno dei suoi lavori è presente nella raccolta di racconti HOTell Storie da un tanto all’ora edita da WhiteFly Press. Ha collaborato fino alla fine con la rivista on-line Sagarana diretta dal Prof. Julio Monteiro Martins, è stata più volte ospite della rivista on-line El-Ghibli diretta dal Prof. Pap Khouma, ha collaborato la rivista Prospektiva di Andrea Giannasi. Alcuni suoi racconti sono apparsi su La Macchina Sognante la cui macchinista è la scrittrice Pina Piccolo. Un suo scritto è presente nel primo numero della rivista DieciCento fondata da Carlos Bolaños e Nicola Feo (2017).

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