Pane e olive

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Pane e olive

Gëzim Hajdari
Pane e olive
besa|muci, 2025

 

Uscita nel 2025 questa silloge è l’ultima opera di Gëzim Hajdari. L’organizzazione dei versi e delle metafore è molto simile a quella di tante sue altre opere e pur in questo quadro di continuità alcuni nuclei tematici sono completamente nuovi e i testi  necessitano di una attenta lettura per coglierne appieno il senso. La prima poesia sembra essere  un manifesto programmatico. Due sono gli spazi evocati e proposti. Quello del Regno Unito e quello dell’Andalusia. La silloge si trattiene qua e là in una nostalgica e sofferta rievocazione di fatti, di spazi, di ferite subite, ma che ancora riceve, nel suo territorio di nascita. Ciascuno di questi spazi si colloca nell’animo e nella memoria del  poeta in maniera diversa, ora descrittiva nei suoi aspetti naturali, ora evidenziando il vissuto per ciascuno di essi. I primi tre versi della poesia iniziale indicano una equivocità di fondo.  “Devon appeso alle spine/ della brughiera / annega dentro di me” Quel verbo annegare può essere inteso almeno in due modi. Un primo modo, quello più immediato sembrerebbe dire che compenetra completamente la sua persona, il suo corpo. Ma la seconda versione vede in quel verbo la possibilità di far morire, far scomparire quel territorio dalla sua vita, dal suo essere.

Il secondo spazio proposto i negli altri versi della prima poesia è l’Andalusia. I versi recitano “Il deserto di Tabernas/ soglia del lampo”.  Spiegare questa metafora è un affronto alla poesia, quello che interessa cogliere è che essa esprime positività.

Le poesie sull’Andalusia sono numerose. Il territorio è visto non solo  nella sua dimensione naturale, “Profuma di aranceti l’aria dell’Andalusia”[…]”Chiaro di luna, nidi di merli tra ulivi e limoni”, ma anche nella sua storia  culturale ove il mondo arabo mussulmano è considerato  quasi qualcosa di magico.: “L’Andalusia vive in tutte le stagioni/ nel seno della pietra araba/ come la sabbia nella sabbia/ come la pioggia nella pioggia./ Risorge nei giardini reali dell’Alcàzar,/ sfiorata dalle lance dei toreri/ Il lamento gitano ritorna di notte/ su un cavallo bianco.” Il distico: come la sabbia nella sabbia/ come la pioggia nella pioggia” sta ad indicare come la vocazione propria dell’Andalusia  quella di riconoscersi ancora totalmente araba. La sua grandezza, la sua esistenza sono strettamente legate all’arabismo, così che “sogna il ritorni dei Califfi”. Questo periodo è quasi considerato come un’età dell’oro, un “paradiso perduto” che certamente la riconquista non ha portato.

Belle sono le poesie che esprimono l’immagine di una città andalusa, ad esempio Siviglia in cui tradizione  e cultura   si amalgamano a renderla affascinante. Il fiume che l’attraversa, le feste popolari con i tori che inseguono la gente spaventata, fino al clima di malinconia dato dal fatto di non aver potuto trattenere i suoi poeti, Machado e Cernuda, che sono morti lontano dalla città che li aveva visti nascere. Sembra cogliere nel profondo l’essere di questa città che pur nella grandiosità delle sue chiese e dei suoi palazzi “si riconosce in un lamento in tutti i giorni”.   Il filo conduttore che sostiene la poesia nella descrizione delle città è il richiamo al loro passato arabo: come per Siviglia anche  Cordova “rammenta  Baghdad”.

Di tutt’altro tenore quando deve versificare del territorio inglese: “La mia tristezza appesa sul fiume Dart” ed ancora più cinicamente: ”A Sharpham vengono i londinesi alienati a parlare/ d’amore, a rinforzare la mente e l’ego”. In questo sguardo disincantato ed ostile anche la natura non viene risparmiata: “Il gelo bianci avvolge la brughiera./ all’orizzonte amaro un sole pallido – / chiodo di rame nel grigiore invernale”. La negatività si estende anche ad un giudizio sulla lingua che richiama la storia predatoria degli inglesi : “Scompare Devon e la sua lingua felina”. Lapidario in altre due brevissime poesie: “Edimburgo e crepuscolo. / riti, ordini e tenebre” e “Regno/ perduto/ senza idoli”.

La silloge presenta testi riguardanti momenti di vita dell’autore che vanno da ricordi della sua fanciullezza in Albania, la tragedia dell’avvento della dittatura di Hoxha, con “impiccagioni alla corda e suicidi; / corpi di “nemici del popolo”/ gettati in pasto agli animali nei boschi/ fatti sparire dai Sigurimi”, fino al rifiuto della sua voce come poeta anche nell’ attuale democrazia: “Proibita la mia opera in Albania, / pericolosa per la democrazia”. Il poeta Gezim non riesce  a tacere della difficoltà della sua vita in Inghilterra, con la moglie che “da anni fa tre lavori, senza un sabato e una domenica / liberi”. Come spesso è accaduto all’interno delle precedenti sillogi proposte dall’autore anche in questa vi è una sorta di poema “ SUI RESTI DEL VALLO DI ADRIANO”; è una riflessione sulla sua vita.

Non poteva mancare in questo testo un ricordo vivo e appassionato di Federico Garcia Lorca, nato in Andalusia. Di lui viene specialmente menzionata la tragica fine che gli fu riservata dai franchisti all’inizio della guerra civile spagnola. “Quella notte del 19 agosto, / presso la Fontana delle Lacrime, / Dio era latitante”.

Infine nei testi di poesia di Gëzim Hajdari  si possono notare veri squarci di pura poesia spesso legati alla sua condizione di esule. Ecco alcuni esempi: “Una vita in fuga/ esule in patria,/ esule in Occidente, / esule nell’amore, / esule nella poesia”; “ A noi, esuli al confino/ non resta che conservare la memoria/ vivere la follia.”; “Dove fuggire?/ Prima che le pietre/ lanciate controvento/ ci cadano addosso./ Camminiamo a piedi, / espropriati.”  Infine anche se non riferito a se stesso ma a una città: “ L’Andalusia cancella / tutte le notti, / i ricordi dell’orrore./ Nuda è la terra/ finte le stelle, / nell’oscurità./ Piove a Siviglia, un mare di sabbia, / Inno ed elegia”.

 

Raffaele Taddeo

 

settembre 2026