Per arrivare a sera

Milton Fernandez
Per arrivare a sera
Rayuela      2013

raffaele taddeo

L’ultima fatica di Milton Fernandez, che si sta segnalando a Milano perché ha iniziato a lanciare l’anno scorso nella metropoli lombarda un “festival della Letteratura”, con discreto successo  ( iniziativa che pur  priva di ogni sostegno economico si è affermata per la ricchezza e molteplicità degli eventi),   è questo testo edito nel gennaio 2013 dalla casa editrice da lui fondata.  Immediatamente è da dire che il romanzo è molto bello sia per la ricchezza delle riflessioni a tutto campo   su molte problematiche sia per la struttura organizzativa che è sapientemente modellata su più tempi narrativi, su flashback, su più spazi che si distendono, si aggrovigliano e intersecano ai tempi narrativi.  Più tempi, più spazi, più momenti narrativi che possono raggrupparsi in quattro nuclei fondamentali: l’amicizia del narratore, di cui non si conosce il nome, con Tiago (Santiago), nata fin da quando frequentavano la scuola media superiore; la loro esperienza di opposizione alla dittatura che in Uruguay si era instaurata in quegli anni, con le durissime esperienze di tortura, leggere le sue, devastanti dell’amico; la storia d’amore del narratore, emigrato in Italia,  con una collega sposata; la storia d’amore di  Tiago, anche lui emigrato in Italia con contraddizioni, contrasti, esperienze conflittuali che lo segnano ancor più duramente di quanto non l’avesse segnato   la tortura subita da parte del potere dittatoriale uruguaiano.
Le tematiche anch’esse molteplici si dispiegano nelle storie ma anche al di fuori di esse in commenti, in riflessioni, in considerazioni.  Alcune di esse sono chiare e immediatamente leggibili, come quella della migrazione, o dell’insofferenza verso qualsiasi dittatura politica, altre sono più nascoste e quasi intuibili più che percepite.
La migrazione: scelta per necessità, “se restare in questo paese vuol dire vivere in quest’angoscia, allora è meglio che te ne vai”, dirà la madre all’io narrante, ma poi diventata definitiva perché ad un certo, quando ritorna brevemente al suo paese,  egli comprende che non è più partecipe della comunità uruguaiana. “Alcune [ ragazze  del suo paese d’origine] mi sorridono e dimostrano disponibilità. Mi fa piacere ma mi riempie anche di malinconia. E’ la dimostrazione  tangibile della mia estraneità, del mio irreversibile addio a una terra alla quale non appartengo più”. La migrazione non è mai un fatto temporaneo, chi ha emigrato una volta, difficilmente riesce ad riinserirsi nella comunità d’origine.  Il mal d’Africa, il mal d’America, il mal di…, dirà in un suo racconto Kossi Komla Ebri, entrano nel sangue del migrante che così continuerà a espatriare, ad andar via. Anche l’altro personaggio importante del romanzo di Milton Fernandez , Tiago, quando potrà disporre di una somma grande quanto quella che guadagnerebbe in un anno, pur pensando alla possibilità   di rientrare in Uruguay per poterci vivere anche quattro anni senza alcuna preoccupazione,  ci rinuncia consapevole della lontananza della sua vita con quella del suo paese d’origine.
L’insofferenza verso qualsiasi dittatura: Tiago e il personaggio narrante lo hanno visceralmente sperimentato al primo accenno d’essa in Uruguay nei primi anni ’70. Poi la loro lotta al regime militare con i mezzi dell’informazione e infine l’esilio del personaggio narrante e successivamente di Tiago, portato in Italia per intervento internazionale. Questi torturato rimane segnato in maniera indelebile per la morte a causa delle violenze subite dalla sua ragazza Rita ad opera degli aguzzini del regime.
Un altro tema che emerge è quello relativo al dramma che un aborto porta dietro di sè  colpendo non solo la donna che l’ha deciso, ma anche il potenziale padre di quella creatura in gestazione. Tiago, questo padre, sembra non riuscire a sopportare  questo gesto ed entra in una crisi profonda da cui non si riprenderà e che sarà la concausa della estrema decisione finale.  Il narratore non si sofferma ad indagare gli effetti sulla potenziale madre ma quelli sul potenziale padre, che man mano perde le sue già fragili sicurezze.
Il romanzo, che in sé è la narrazione di due storie d’amore, si arricchisce enormemente per i riferimenti politici alle vicende politiche dell’Uruguay negli anni ’70, all’accenno della lotta dei Tupamaros; si arricchisce per le molte considerazioni su varie tematiche, come ad esempio quella sul silenzio, sulla morte, sulla vita, sull’innamorato, sulla contingenza degli avvenimenti che poi diventano parte indissolubile del nostro destino. Ma, come detto all’inizio è la struttura del romanzo con il variare del tempo, con lo strapazzarlo, disarticolarlo secondo l’esigenza dell’io.  E’ un io narrante che si sdoppia perché a volte è Tiago, altra è il suo amico che narra e racconta perché Tiago, come già all’inizio aveva detto, non ci sa “fare con le parole”, ed è perciò che affida all’amico un suo diario che diventa la base per poter costruire la sua storia.
L’altro aspetto significativo è dato dalla struttura linguistica, con articolazioni sintattiche ellittiche, inusitate, con neologismi e terminologia a insolita, sperimentale in qualche tratto nel tentativo di fondere spagnolo e italiano. E’ un romanzo che regge ad una seconda e ripetuta lettura per scoprirne i più reconditi gioielli letterari.

  30 luglio 2013