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Piccolo, rosso e altri tacconti / Il gioco degli specchi

Nei sei racconti di questo libro (di cui uno, «La coccinella di Omero» già apparso in «Mondopentola») Božidar Stanišić disegna l’esistenza con la profondità della poesia e il dettaglio del pittore, con una comprensione dovuta anche a quel suo vivere costantemente nell’«intertempo», strappato dal «per sempre» della sua casa della sua patria della sua lingua, con la sensazione di essere straniero che ti accompagna nella vita, «così come l’ombra segue tutti gli esseri viventi».
È la poesia che sembra curare la malattia della memoria, immagini del passato («i giorni felici?»): «scrivo senza perdere mai di vista un alberello cresciuto nel cortile della mia infanzia»; un eleagno dalle foglioline minute e sempre cangianti che ritrova sulla via della fuga: «si mise a vibrare con la massa del suo fogliame. Mi parve che ogni piccola foglia fosse un volto, e io li conoscevo tutti.»
L’autore scrive nel presente friulano e ritorna quest’albero anche nell’ultimo racconto «L’amore, l’amore soprattutto», gracile, scintillante, mobile, cangiante: «l’igda di un tempo ora la immagino come un albero carico di foglie in mezzo al mondo: ogni fogliolina sembra un volto, un destino tra la folla dei volti dispersi che avevo conosciuto, con i quali condividevo ciò che, così spesso semplificando, chiamiamo vita.» «Destini-molecole di una Bosnia dispersa» da riportare alla luce, da far emergere da sotto la superficie brunita di un’enorme campana di vetro, quella della Storia in Movimento che le nasconde: «Lui ritiene che ogni racconto a proposito delle strade e dei destini umani rappresenti un piccolo graffio fatto con l’unghia su quel vetro. In modo che qualcosa almeno si veda, si senta e, possibilmente, si capisca; quella storia, dei destini-molecole.”
Moscerini imprigionati in una ragnatela i cui fili sono le frontiere di sette nuovi stati nati da quello che era un unico paese.
Esemplari i piccoli destini fittamente intrecciati e sconvolti dalla grande storia,  la complessità monumentale delle loro piccole storie, nel racconto «L’ospite di Ivan Nikolajevic», uomo non – russo, non – italiano, non – jugoslavo che ha perso metà del suo nome originario, «cronaca familiare, che è una goccia nell’oceano delle cronache familiari non scritte».
«Listen to me, please, I am a robbed man, only that and nothing more», ripete ossessivamente il personaggio del racconto che dà il titolo alla raccolta. «Listen to me, please». È uno dei tanti volti della Bosnia dispersa, «the scattered Bosnia».
La diaspora di ex concittadini impegnati a restare sempre occupati. «Ah, altrimenti, altrimenti…» «Doveva coricarsi stanco morto, altrimenti…»
Stanišić racconta la patria lasciata, elenca puntigliosamente i suoi grandi scrittori, Zuko Džumhur, Ivo Andrić, Miroslav Krleža, Miloš Crnjanski, Mesa Selimović, Danilo Kiš, Ćamil Sijarić, così come ingloba nel suo discorso molti altri autori, anche dedicando loro, al solito, una citazione all’inizio di ogni racconto.
Getta uno sguardo sull’oggi di quello che era un unico paese, sull’abbandono in cui vive, riflesso nell’immagine di una coppia che si trascina tra lavori saltuari e giornate vuote (racconto «Al crepuscolo»), con l’unica speranza che il figlio cresca e vada via. Nel paese ormai non c’è più vita, solo interessi stranieri e tanti vecchi a ripetere sempre le stesse cose, soli, coi figli che se ne sono andati lontano.
Anche dell’Italia e degli italiani dice molto lo scrittore, dagli affaristi del racconto «Luli» al Centro Balducci, lasciandosi andare talvolta allo sdegno per certi tipi di uomini, certe idee, all’attenzione alla vicenda contemporanea con indignazione legittima che però stride con tanto tocco di poesia e di universalità.
In queste poche dense pagine Stanišić ci dice come e perchè scrive, cosa significa per lui Cultura. Ci si rivela nella sua biblioteca, nei giorni prima della decisione finale di fuggire dalla Bosnia e dalla guerra civile: «frugavo negli scaffali della mia biblioteca, interrogandomi sui libri in generale, sul senso che hanno o non hanno. E sulla cultura, soprattutto, che ha senso quando si trasforma in ispirazione per la non violenza, e in impulso al dialogo.» E quando non è disgiunta dalla vita: « Perchè bisogna sapere sempre tutto? Vedere tutti i film, tutte le rappresentazioni teatrali, leggere tutti i libri? Perchè? Perché bisogna continuare a leggere Omero, se sulla pagina del libro aperto è volata una coccinella?»
Stanišić ci lascia con l’ennesimo interrogativo, a cui la sua scrittura ci ha abituati. E ancora un’immagine: nei racconti ci sono anche cose non dette, vuoti. «E i vuoti, anche se invisibili, sembrano buchi, come quelli delle rocce in montagna, attraverso i quali suonano venti che profumano di nevi eterne e nubi inconstanti? non lo so. Mi chiedo solo che cosa suoni attraverso i buchi dei racconti. La storia? Il caso? Il destino? L’amore?»
Certo risuona, come dice nella «In vece della consueta prefazione» don Pierluigi Di Piazza, una «umanità che spera senza illudersi.»

Maria Rosa Mura

L'autore

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Božidar Stanišic

Božidar Stanišic: In Italia, accanto a numerosi contributi in riviste, quotidiani, blog e portali on line, ha pubblicato “I buchi neri di Sarajevo” (MGS Press, Trieste,1993, con una prefazione di Paolo Rumiz, tradotto da Alice Parmeggiani, traduttrice di tutte le sue opere scritte in serbo-croato); un racconto di questo libro è stato inserito anche nel “Dizionario di un Paese che scompare”, a cura di Nicole Janigro, Roma 1994. Ha pubblicato tre raccolte poetiche, “Primavera a Zugliano” (1994), “Non-poesie” (1996) e “Metamorfosi di finestre”(1998) ed un libro di prosa intitolato “Tre racconti” (2002), tutte opere edite dall’Associazione “Ernesto Balducci” di Zugliano. “Bon Voyage”, il libro di narrativa, è pubblicato nel 2003 dalla case editrice Nuova Dimensione di Portogruaro, con la prefazione di Paolo Rumiz. Nel 2006 ha pubblicato Il sogno di Orlando, testo teatrale scritto in italiano; nel 2007 Il cane alato e altri racconti, Perosini editore, Verona. È presente con una racconto nella panorama della narrativa bosniaco-erzegovese del Novecento “Racconti dalla Bosnia”, a cura di G. Scotti, Diabasis edizioni, Reggio Emilia 2006. Nel 2008 ha pubblicato un libro di vecchie e nuove non poesie, La chiave in mano/Kljuc na dlanu, edizione bilingue, Campanotto editore, Udine. Diverse prose e poesie sono sparse in numerose antologie italiane e straniere, tra cui in “Quaderno balcanico volume 1“ (a cura di Mia Lecomte e Francesco Stella, Loggia de’ Lanzi, Firenze 1998) e in “Conflitti – poesie delle molte guerre” (a cura di Idolina Landolfi, Avagliano editore, Cava de’ Tirenni 2001); in “Ai confini del verso” Le Lettere, Firenze (a cura di Mia Lecomte, pubblicata anche in inglese. “A New Mapp: The Poetry od Migrant Writes in Italy”, New York 2011) e in “L’italiano degli altri” (a cura di Dante Marianacci e Renato Minore, Newton Compton Editori, Roma 2010). Nel 2011 esce La cicala e la piccola formica, libro per bambini, illustrato da Dušan Kállay, bohem press, Trieste. Nel 2012 ha pubblicato il libro dei racconti scritto in italiano Piccolo, rosso (a cura di Rosa Di Violante, Cosmo Iannone editore, Isernia 2012).