Sto leggendo John Green
sono arrivato a questa frase che dice Il dolore esige di essere vissuto, tipica roba da bianchi.
Quelli come noi sono troppo impegnati a subirlo per avere anche il tempo di parlarne.
Chiudo il libro e lo getto sul letto.
«Che puttanata» borbotto.
Intanto Ammi Jaan ha aperto la porta senza bussare,
«Adib, è ora di leggere il namaz. È ora di pregare».
Tiene la mano sulla maniglia «e spegni questa roba» aggiunge.
Mi ero dimenticato della radio in sottofondo.
Sta andando Spirits degli Strumbellas.
I got guns in my head and they won’t go,
spirits in my head and they won’t go.
Azzero il volume senza staccare la spina.
***
Ho preso il diploma di maturità due settimane fa.
Voto finale: 98.
All’orale ho risposto a tutte le domande perfettamente.
Quando pensavo di aver concluso, la Parisi ha rotto il silenzio con la sua erre moscia
«Quel ragazzo, che ha investito con un camion i francesi. Che tragedia».
«Ha ragione, lo è».
Parlava della strage di Nizza.
Mentre passavo i pomeriggi a studiare, il tg faceva vedere spezzoni di quello che era successo sulla Promenade des Anglais il 14 luglio.
87 morti e più di 400 feriti.
A guidare il camion era un tunisino e l’ISIS rivendicò l’atto.
«Gli arabi sanno essere violenti, ma tu non lo sei. Giusto?»
«Che cosa? Arabo o violento?» mi tremava un po’ la voce.
Rise.
«Intendevo violento. Non sei musulmano?»
«I mie lo sono, sì» continuai.
«Ma vede, la violenza non è una caratteristica esclusiva dei musulmani. Che io sappia, poi, i miei non hanno kalashnikov nascosti sotto le assi del pavimento».
Feci una pausa per respirare
«e non abbiamo abbastanza soldi per comprarci un camion. Mia madre non ha neanche la patente».
Pensai di fermarmi, ma qualcosa nel suo sguardo mi spinse ad andare avanti
«Non posso negare di essere violento. Prima mi deve spiegare qual è la definizione di violenza per lei. Devo investire delle persone? O basta fare questo?» mi alzai e buttai giù tutto quello che c’era sul tavolo.
Mi hanno tolto un punto per questo.
L’altro perché ho dato della razzista alla mia insegnante di matematica e me ne sono andato senza il permesso della commissione d’esame.
Ho lasciato il mio zaino ai piedi della sedia, la LIM ancora accesa, le parole “Fine – Tesina di Malik Adib”, a illuminare la stanza semibuia.
La stessa sera il coordinatore di classe ha chiamato a casa.
«Malik, potevi essere bocciato per una cosa del genere. Lo sai?»
«Sì prof».
«Questa volta te la sei cavata con qualche graffio, ma nella vita non va sempre a finire bene».
«Sì, prof».
«Il solo motivo per cui sei fuori è perché la Parisi non ti vuole vedere l’anno prossimo».
«Sì prof».
«E smettila di rispondere come un lobotomizzato» pausa.
«Sono serio, hai capito ragazzo?»
«Ho capito. Mi scusi».
«Va bene, non fare casini» si schiarisce la voce «Buona serata signora Malik».
«Ciao, ciao» risponde Ammi Jaan.
Il telefono è sdraiato sul tavolo, messo in viva voce.
Aspetta di sentire il bip bip che segnala la fine della telefonata per chiedermi cosa volesse.
«Niente. Diceva che ho finito gli esami».
«Sono analfabeta Adib, non stupida».
Schiocca la lingua in segno di disapprovazione e se ne va.
***
Ho frequentato un liceo scientifico, il migliore della mia città e ora lavoro in una pizzeria.
Il posto è grande quanto un monolocale e oltre a me, c’è un solo altro impiegato.
Ciro fa le pizze
io tutto il resto.
È un perfezionista,
Dopo la mezzanotte mi manda a tirare giù le saracinesche e solo allora si rilassa.
Appoggiato contro il muro rolla una sigaretta a mano, la infila dietro l’orecchio e ne gira un’altra.
Poi le paragona e mi passa la migliore.
«Tieni»
«Grazie»
lascio che me l’accenda
«Anche oggi ce l’abbiamo fatta»
«Già»
So che non parla del turno.
«Tieni».
«Grazie»
«Anche oggi ce l’abbiamo fatta»
«Già».
Ho preso a respirare con la bocca, certi odori mi fanno venire il voltastomaco. Mi è passata persino la fame e sostituisco i pasti con tazze di caffè solubile.
Ho ridotto le sigarette ultimamente, in cucina il forno mi ammazza la voglia e d’estate il solo momento perfetto per fumare è quando il sole non ti tortura più.
Ho sempre preferito il freddo al caldo.
Sarà che di anni giù ne ho passati troppi, Napoli aveva iniziato a pungermi come i maglioni di lana portati senza canottiera.
Nessuno mi aveva detto che andarsene sarebbe bastato per ricominciare da capo,
neanche con dodici ore di viaggio e due autobus alle spalle,
neanche con una stanza sudicia nella periferia di Milano in cui fingevi di esserti realizzato. Al massimo ti eri idealizzato;
quel posto
quella vita
quella solitudine che tanto avevi desiderato
erano belle da lontano.
Le cose, una volta che ci stavi dentro, perdevano il loro fascino.
***
Adib mi piace,
ha grossi occhi scuri e tanti silenzi da dedicarmi. Non si stanca mai quando lo trattengo all’ingresso della pizzeria a parlare.
A volte dimentico che ha solo 18 anni.
Ha le occhiaie di uno che il mondo lo ha già digerito.
Poi arrivano i suoi amici a tiralo su con un furgone e allora perde tutta la sua profondità, torna ad essere un personaggio in 2d con meno rughe e capelli bianchi.
Vanno nei soliti posti a fare festa, forse a bere mentre io resto a guardare l’interno della mia mente e ci trovo le serate che ho già trascorso nello stesso modo. Ma non mi mancano.
Fa domande strane e nei momenti più improbabili.
Oggi gli interessa sapere com’è avere la mia età.
«Come ogni cosa una volta che ci arrivi: ordinaria»
«Oh», dice «parli come i libri di poesie»
«Preferirei parlare come Vasco Brondi»
«E chi è?»
«Un tizio che una volta conoscevo»
Vasco Brondi mi è entrato nelle ossa mentre crescevo e si è calcificato assieme a tutte le fratture che uno si procura.
Da quando mi sono abituato al freddo del nord ho smesso di ascoltarlo.
Mi ricorda troppe cose,
come i miei 17 anni, la prima volta che ho fatto l’amore,
le partite a briscola tra i banchi di scuola, i litigi in casa, le risse per strada.
Il mare. Dio, il mare. Quanto mi manca.
A volte provo a convincermi che i cieli bassi di Milano siano grossi ventri pieni di pesci e alghe.
È assurdo come fai il possibile per scappare da un posto ma poi trascorri il resto dei giorni a sentirne la mancanza.
***
Il lunedì la pizzeria è chiusa. A volte vado al cinema altre vedo qualche amico e ci prendiamo un caffè assieme. Ma a inizio settimana la gente è sempre impegnata e io mi ritrovo con lunghe ore che non so come colmare. Oggi sono rimasto in casa, il sole è una palla di fuoco che schiaccia tutto contro il suolo. Ho tirato le tende e sto passando il mocio sul pavimento quando il cellulare squilla.
«Ciao mamma» dico annoiato.
«Ciao Ciro, mamma sta di là a dormì».
«Sara» il mio tono acquista entusiasmo.
A Napoli ci ho lasciato i miei 19 anni di vita e mia sorella Sara.
«Come stai?» chiede.
«Pulivo casa, come vuoi che stia?» rido.
«Cavolo, avessi pulito qui quando ancora ci stavi. La nostra stanza era un porcile» lei continua la mia risata.
«Lo era» dico «Cumm staj?»
«Io bene» sospira «Fa caldo».
«Anche qui» aspetto che aggiunga qualcosa.
Quando chiama ha sempre qualcosa da raccontarmi, a volte mi chiede di interpretarle i sogni. Anche se ho lasciato l’università, per lei resto uno studente di psicologia.
«Fatto qualche incubo di recente?» la sprono, è appena entrata nella fase freudiana ed è in fissa con la psicoanalisi.
«In realtà no» sento la sua voce più lontana, come se si fosse staccata dal ricevitore
«Aspetta un secondo» mi intima,
«Ciro ascolta, c’è una cosa che ti devo dire».
«È successo qualcosa?» chiedo, mi preparo all’ennesima tragedia adolescenziale. Forse si è lasciata, penso.
«No. Ancora no» scandisce piano le parole «Ma sta succedendo e non so che fare» di colpo i suoi 15 anni si moltiplicano per due e ho l’impressione di star parlando con un’adulta delusa.
Corrugo la fronte anche se non mi può vedere «Sara, allora?»
«Mamma e papà si stanno lasciando».
«In che senso?»
«Nel senso che papà se n’è andato con la sua roba».
Ci rimango male.
«Cazzo» non so che dire
«Già» dice «stanno parlando di affido condiviso».
«Stanno divorziando?» anche se non è una domanda la mia e lei mi ignora.
«Ma io non voglio stare con nessuno dei due, posso venire da te?»
«Sai che non puoi»
«Ti prego, solo per qualche mese» dice
«Sara. Mi dispiace»
«Per favore».
Capisco che sta cercando di non piangere «Non puoi lasciarmi anche tu».
Mi si incrina il cuore «Che cosa dice la mamma?»
«Lì non ti senti solo?»
«Non c’è spazio da me, lo sai bene».
«Ciro non ti senti solo, a volte?» ripete.
«Sì», confesso «solo a volte» dico.
gennaio 2023