Il film di Marco Bechis è molto intenso sul piano dei contenuti, come lo sono tutti i suoi precedenti. Il lungometraggio Ritorno a Buenos Aires narra i risvolti emotivi di Mariano Guerra, arrivato in Italia alla fine degli anni ’70 del 1900 dall’Argentina, dopo essere stato imprigionato nelle carceri per oltre due anni. Il lungo periodo di detenzione era dovuto al fatto che, studente di medicina, gli era stato richiesto, dal medico dottor Kappa che era fra i torturatori, di aiutarlo. Lui lo faceva anche iniettando il Pentothal in coloro che andavano a morire. Nel 2008 è invitato a presentarsi nella capitale del paese sudamericano per testimoniare contro i suoi aguzzini durante la prigionia quando era dittatore il generale Videla. I dubbi del protagonista sono molti. Il primo e fondamentale è quello di essere ritenuto collaboratore per il fatto di essere stato liberato e lasciato andare, mentre moltissimi suoi amici e conoscenti sono stati, dopo infinite torture, gettati o da un aereo in mare o in fosse comuni.
Il film è giocato tutto sui risvolti psicologici che Mariano, ormai medico in Italia, accusa proprio a causa della scelta di testimoniare. La memoria diventa elemento significativo quando arriva nella capitale argentina, una memoria di sé giovane e delle azioni che allora ha compiuto o a cui ha assistito, È una memoria così intensa e viva che nel film si personifica. Spesso si rivede giovane quando è stato fatto prigioniero. Lui ormai adulto continua a confrontarsi con la sua personificazione di poco più che ragazzo adolescente, come è avvenuto nei momenti in cui ha dovuto prestare obbedienza a quello che gli veniva comandato. Obbedienza che è conseguenza delle torture a cui è stato sottoposto e dal terrore che ne è scaturito. Trova a Buenos Aires alcuni suoi amici di un tempo ma anche quello di cui aveva fatto il nome ai suoi carcerieri. Più persone lo contattano perché riveli se ha visto e assistito agli ultimi momenti dei loro cari. In particolare la figlia di quella che era stata la sua compagna di lotta Muňeca.
I primi piani sono molto carichi ed espressivi. Quando l’amica sta per salire sul camioncino che la porterà alla morte guarda Mariano come a chiedersi se stia collaborando con i torturatori dal momento che lui non viene portato via. Il suo viso e gli occhi, ripresi in primo piano, rivelano tutto il dubbio che le sorge.
Dopo molte esitazioni Mariano, durante l’udienza, rivelerà tutto, denunciando anche il dott. Kappa che fino a quel momento non era stato riconosciuto da nessuno dei testimoni anche nei processi precedenti. All’uscita dal tribunale si sentirà finalmente libero. La personificazione della sua memoria giovanile scappa e va a rinchiudersi nella cella dove era stato confinato prigioniero, quasi a significare che ormai quella memoria non sarà più così angosciante perché è stata reimprigionata.
Il film è condotto con un ritmo lento, una sorta di omologia alla lentezza delle decisioni che deve prendere, alle lacerazioni del suo spirito che richiedono tempo per essere decise. Un’attenzione significativa viene riservata ai particolari, le porte che si chiudono rumorosamente, la sigaretta che viene accesa, l’accendino sottratto ai ragazzi e usato quasi con noncuranza. Sono tutti elementi che tendono a significare l’inciampo del travaglio che l’animo del protagonista sta attraversando. Si potrebbe poi fare una più attenta analisi degli spazi chiusi e quelli aperti. Boris Tomaševskij, formalista russo dei primi anni del 900, riserva, nei suoi studi, una particolare attenzione a come nelle espressioni artistiche l’uso degli spazi chiusi o aperti siano significativi di una concezione della realtà. Gli spazi chiusi stanno ad indicare una visione negativa. Gli spazi aperti invece una liberazione dell’animo ed una visione ottimistica. Non è un caso che è all’aperto, fuori dal tribunale, che il viso di Mariano incomincia a mostrare serenità. L’ultima scena indica lo spazio di una libreria, forse perché il regista ha voluto dare una particolare importanza agli aspetti culturali che riescono a modificare l’uomo. La figlia della sua compagna di lotta ritrova la sua serenità proprio in mezzo ai libri.
Infine una delle cifre poetiche importanti della sceneggiatura del film e lo è anche di altri film di Marco Bechis è la ripresa di scene dall’alto. Durante il viaggio verso la capitale argentina il regista si sofferma a riprendere le nuvole dall’alto dell’aereo. Non sono nuvole dense, perché lasciano vedere il mare, sono cirrocumuli. Non è tutto sereno ma il cielo non è neppure tutto coperto, quasi a significare che margini di speranza esistono sempre. Il regista spesso osserva la realtà dall’alto, facendo vedere lo scorrere delle macchine, facendo vedere palazzi e case che riempiono la città. Avviene così anche in Garage Olimpo. È quasi una visione di qualcuno che vigila dall’alto sulle sofferenze umane e sui suoi intrighi.
raffaele taddeo
6 ottobre 2026