Rondini e ronde. Scritti migranti per volare alto sul razzismo

Silvia De Marchi (a cura)
Rondini e ronde. Scritti migranti per volare alto sul razzismo
mangrovie edizioni    2010

Sabatino Annecchiarico

Una ventina di autori con altrettante voci e pensieri hanno in comune una scrittura migrante che li porta a volare alto sul razzismo, proprio in un paese nel quale, dal 2 giugno scorso, vige una legge che stabilisce che la clandestinità è un reato penale. La maggior parte degli autori di Rondini e rondesono stranieri residenti in Italia provenienti da diversi paesi e culture.
Vi è nel pianeta un “sesto continente, senza longitudine né latitudine, che non esiste nelle carte geografiche”, in altre parole, “un continente invisibile. A sostenere questa tesi è lo scrittore Jean-Léonard Tuadi nella prefazione del libro. “Questo continente è abitato da milioni di esseri umani |…| che vagano da un punto all’altro del globo sconvolti dalla povertà, dalle guerre e dalle carestie alla ricerca di pane e dignità per assicurare a se stessi e alle loro famiglie il primo di tutti i diritti, il diritto alla vita” (p.5).
Per molti degli abitanti di questo “sesto continente”, l’Italia è oggi uno tra i porti d’approdo, di speranza, non più di partenza, come lo era una volta per i disperati di altri tempi. È’ anche il paese che ha visto arricchire negli ultimi decenni la propria letteratura grazie al contributo di scrittrici e scrittori migranti provenienti da questo invisibile continente. Migranti che hanno deciso di ormeggiare in Italia la loro vita e poi hanno scelto di scrivere in italiano. Alcuni di essi, spesso con ironia, hanno dato voce al loro pensiero in quest’antologia, assieme a scrittori italiani, sulle assurdità di una legge definita razzista.
Brevi racconti, dialoghi e poesie, fanno di questo tascabile una lettura veloce che induce il lettore ad una profonda riflessione sociopolitica, antropologica, culturale e soprattutto morale del momento storico che sta attraversando oggi la società italiana.
Già dal titolo dell’antologia, curata da Silvia De Marchi, il pensiero di chi legge è stimolato dal gioco di parole che mette in relazione le rondini che emigrano e le ronde che le attendono in Italia.  Un accostamento raffigurato nella vignetta di Vauro in copertina, che con grande sintesi e satira denuncia la necessità che ha l’immigrato di nascondersi in seguito alla legge di reato di clandestinità: insieme a lui si nasconde anche l’italiano il quale lo fa, non per paura, ma per vergogna.
Sebbene un’altalenante qualità di scrittura tra gli autori risalti in tutta l’opera, esiste in compenso una costante linearità tra di loro nel far emergere le contraddizioni della complessa e industrializzata società italiana, che lascia grandi spazi allo sfruttamento umano nel mondo del lavoro. In uno dei tanti racconti, nell’Odissea Padana di Mihai Mircea Butcovan (p.53) il lettore si imbatte proprio in questa realtà: “cercasi operaio edile, manovale qualificato, per importante struttura affiliata organizzazione di potere. Requisiti minimi: provenienza terzo mondo, laurea in ingegneria non riconosciuta in Italia o geometra con master in topografia. Competenze richieste: muratore rifinito…” e segue. Dove il candidato migliore è sempre un clandestino.
Božidar Stanišić in Anch’io ero clandestino (p.199), sostiene che l’immigrato si deve “presentare sempre agli altri, gentilmente; poi con un sorriso-maschera gentile ripete due tre volte il proprio nome e cognome, esotico perché non italiano”, per finire poi il suo pensiero in un “credo sia una delle situazioni più comuni della vita quotidiana di un immigrato mentre si trova di fronte vari sportelli”, forse come quelli per rispondere agli annunci di sopra, dove cercano muratori. Sempre con il sorriso “come unica arma per non soccombere” Zhanxing Xu si presentava ogni volta In Questura, (p.147) per rinnovare il permesso di soggiorno. Lei, figlia d’immigrati, cresciuta in Italia, ha vissuto “un’intera adolescenza col terrore dei documenti, di girare tra i comuni, questure, uffici immigrazione, prefetture, fatta di preoccupazioni, di preghiere…”.
Persino le parole, che sempre hanno un proprio peso, agiscono nella formazione del pensiero comune della popolazione, come Pina Piccolo analizza accuratamente in Respingimento (p.133), “parola che si è imposta con prepotenza nel lessico italiano. Molti si augurano che non prenda piede radicandosi nel vocabolario e nella Weltaschaaung italiana, come purtroppo è invece avvenuto per altri termini relativi al fenomeno migrazione, come l’apparentemente spiritoso ma denso di eurocentrismovucumprà, asettico-sociologico flussi migratori, o il grondante di ‘eau de questura’ permesso di soggiorno“.
Un’opera, in sintesi, che s’inserisce a pieno titolo nella letterata contemporanea italiana spostando ancora una volta quella frontiera letteraria fluttuante, come ci insegna l’antropologo Marco Aime citato da Tuadi nella prefazione, proprio là  dove le culture “si fanno fronte”.

11-04-2010