Recensioni

Scontro di civiltà per un ascensore

Amara Lakhous
Scontro di civiltà per un ascensore
e/o     2006

raffaele taddeo

La tematica giallistica, che tanto successo sta avendo in Italia negli ultimi tempi, specialmente ad opera di scrittori come Camilleri  o Lucarelli,  affascina e coopta nella vena creativa anche gli scrittori  di origine straniera. Una sorta di giallo era anche il romanzo di Jadelin Gangbo  Rometta e Giulieo, lo è il libro di Paraskeva  Nell’uovo cosmico; la seconda fatica di Amara Lakhous è anch’essa un romanzo di investigazione con sue particolarità e sue originalità.
Le caratteristiche strutturali   del testo mi sembrano sostanzialmente due.
Il primo ingrediente organizzativo del romanzo è dato dalla contrapposizione fra un personaggio e gli altri.  Non si tratta di contrasto ma di  separazione:  come se in una scena  teatrale ci fosse da una parte un unico personaggio e dall’altra un coro. Incerto è chi faccia da bordone se la voce unica o il coro, perché quast’ultimo assume la funzione della collettività, non collocata in posizione subalterna rispetto alla voce unica, ma determinante.
Nel risvolto di copertina si fa riferimento a Gadda, come ispiratore e come “nume tutelare” per la “scoppiettante polifonia dialettale”.  A me pare che più che del plurilinguismo   del  grande scrittore milanese, Lakhous  abbia raccolto l’ispirazione  polifonica  dei personaggi, cioè dalla coralità che fa da personaggio fondamentale rispetto al protagonista.
Il plurilinguismo invocato è presente, ma è secondario e periferico, perché è più terminologico che sintattico e linguistico.
L’altro aspetto caratteristico di questo testo è l’uso del monologo interiore.
Già nel precedente romanzo di Amara Lakhous Le cimici e il pirata, apparso qualche anno fa, lo scrittore di origine algerina organizzava tutto il testo narrativo come un unico monologo interiore, rivelando estrema padronanza dello strumento tecnico.
In questo testo i monologhi sono tanti quanti sono i personaggi. Non esiste quindi un narratore che tiene le fila della vicenda o che introduce o accompagna o  proietta nel mezzo della scena. In  questa narrazione tanti sono i narratori  quanti sono i personaggi.
La difficoltà nella composizione di testi di questo genere è data dalla variabilità della focalizzazione di cui deve essere sagace maestro lo scrittore, perché i vari monologhi devono riprodurre modalità di essere, di pensare, di ciascuno dei personaggi. L’autore diventa un attore multiforme perché deve dare voce autentica a una miriade di personaggi e saperli cogliere nella loro psicologia interiore.
Non è semplice assumere la voce di un uomo, di una donna, di un borghese, di un popolano, di un artista, di uno straniero.
L’uso del monologo viene impiegato con accortezza e con modalità diverse. Amedeo, il personaggio principale, usa una specie di forma diaristica. Forma meditata ove è evidente la manipolazione del tempo e la sua evidenziazione, perché attraverso le date del diario   si organizza  la dimensione temporale dell’intera vicenda. Gli altri personaggi non collocano nel tempo la loro comunicazione. Il loro dire  non è scandito da limiti temporali perché  è un comunicare legato solo alle dicerie su Amedeo come probabile assassino.
L’assenza di un narratore unico che accompagni  e diriga l’azione impedisce il coinvolgimento emotivo del lettore.

 L’atto poetico generativo del romanzo di Amara Lakhous è strettamente connesso con la situazione sociale italiana che vede nella presenza  degli stranieri  e nella crescita del loro numero uno degli aspetti più laceranti e conflittuali. Se negli ambienti intellettuali, colti, elevati della società le discussioni sull’insediamento degli stranieri riguarda la religione, il pericolo della perdita della identità culturale degli autoctoni, il pericolo dell’espansione del terrorismo,  o altre disquisizioni cerebrali che non spostano di   nulla la materialità della vita, il testo dello scrittore di origine algerina ci fa cogliere con semplicità e con realismo il fatto che la tolleranza, la convivenza (paroloni altisonanti) si gioca su piccole e piccolissime cose, che possono essere la carta lasciata in strada, l’uso di un ascensore, la padronanza della lingua. Amedeo, che non ha flessioni  linguistiche straniere,  è considerato italiano a tutti gli effetti, il suo modo di fare è così affabile, puntuale, preciso, cordiale perché è italiano, e, proprio perché tale, non può essere l’assassino.
Una importanza particolare assume il monologo di Benedetta, la portiera dello stabile, ove Amedeo convive con una inquilina. Il modo di pensare di Benedetta è la summa dei pregiudizi  che possono circolare intorno agli stranieri,  che tolgono il posto di lavoro agli italiani, tendono a nascondere la loro identità,   i cinesi mangiano cani e gatti e ne fanno razzia.
Benedetta è la vox populi, gli altri personaggi esprimono voci singole, proprie manie, singolarità;  su esse si insiste per presentare un universo di posizioni ove il bene e il male , il positivo e il negativo non hanno appartenenza  etnica, ma sono insiti nella dimensione individuale, nella storia particolare di ciascuno.
Tutti questi aspetti risultano prioritari nel romanzo; la prospettiva giallistica è solo sullo sfondo e non appare la determinante dell’organizzazione del romanzo.

09-05-2006

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi "Il carro di Pickipò", ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa "La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione".
In e-book è pubblicato "Anatomia di uno scrutinio", Nel 2018 è stato pubblicato il suo romanzo "La strega di Lezzeno", nello stesso anno ha curato con Matteo Andreone l'antologia di racconti "Pubblichiamoli a casa loro". Nel 2019 è stato pubblicato l'altro romanzo "Il terrorista".