Interventi

Scritture migranti: il caso degli autori lusofoni in Italia (seconda parte)

Capitolo 3. 46

3.1 Gli scrittori di prima ondata. 46
3.1.1 Fernanda Farias de Albuquerque ed il racconto autobiografico del viaggio   50
3.1.2 Julio Monteiro Martins o scrivere tra due lingue. 53
3.1.3 Christiana de Caldas Brito o scrivere tra lingua ed interlingua   63
3.1.3.1 La lingua come strumento di affermazione di diritti 68
3.1.3.2 Il nome come affermazione di identità. 73
3.1.3.2  500 temporali, un romanzo dalla doppia cittadinanza. 77
3.1.4 Claudiléia Lemes Dias. 79

Capitolo 3

3.1 Gli scrittori di prima ondata

Per scrittori di prima ondata[1] si intendono quegli scrittori che, nati in altri paesi, ad un certo punto della loro vita adulta sono emigrati approdando, in questo caso, in Italia.

Alcuni di essi già scrivevano nel paese d’origine ed hanno continuato a farlo in Italia,  per altri invece, l’esigenza di scrivere è posteriore all’esperienza migratoria e spesso ne è direttamente conseguente, non è dato sapere infatti, se queste stesse persone, avrebbero comunque scritto qualora avessero condotto un’esistenza stanziale.

Probabilmente in molti casi è stata proprio l’esperienza migratoria a far nascere l’esigenza di scrivere e di farlo in italiano sia perché è in italiano che viene vissuta, sia perché ci si rivolge ad un pubblico italiano.

La questione della lingua è comunque fondamentale sia per i già scrittori che passano dallo scrivere nella propria lingua materna allo scrivere in italiano sia per i non ancora scrittori che nascono come scrittori direttamente in italiano.

A tal proposito diventa fondamentale considerare che molti migranti presenti del nostro paese sono trilingui, essi infatti spesso conoscono oltre alla lingua d’origine, quella del paese europeo colonizzatore che serve da lingua veicolare internazionale, e quella italiana che hanno appreso successivamente all’arrivo[2].

Proprio questo apprendimento in loco e posteriore all’arrivo da un lato e, dall’altro, l’urgenza di scrivere, uniti all’utilizzo di questa lingua terza e quindi estranea al complicato rapporto che si è invece andato creando con le lingue dei colonizzatori, hanno fatto sì che in Italia si creasse una situazione molto particolare in cui è stato possibile osservare in diretta la nascita di questa letteratura.

La particolare situazione italiana ha tra gli aspetti negativi l’attuale ritrosia, dopo un primo approccio entusiastico a cui si è già accennato,  ad occuparsi di questi autori da parte delle grandi case editrici.

Mentre tra gli aspetti positivi notiamo una grande partecipazione degli autori stessi al dibattito che li riguarda, basti a tal proposito pensare alla composizione del comitato editoriale della rivista el-ghibli, non si tratta solo quindi di critici autoctoni che scrivono di autori allogeni, ma di una comunità meticcia che riflette su se stessa e quindi anche sulla propria produzione letteraria e quando necessario reclama l’attenzione che ritiene le si debba, come nel caso della lettera aperta di Pap Khouma all’allora assessore alla cultura del comune di Milano, Stefano Boeri, in occasione dell’organizzazione di Bookcity Milano.

…Noi della rivista www.el-ghibli.org, o www.el-ghibli.bologna.it, vogliamo segnalare alla Sua attenzione che nell’elenco degli scrittori e dei libri che saranno presentati al pubblico sono assenti i nomi e i testi degli scrittori di origine straniera che vivono a Milano o nei dintorni e stanno dando un significativo contributo allo sviluppo delle forme letterarie italiane. E’ ormai da venti anni che in Italia si è sviluppata la Letteratura italofona, considerata un fenomeno straordinario e che vede impegnati nella scrittura in lingua italiana centinaia di immigrati. Alcuni con straordinario e significativo riconoscimento di pubblico e specialmente di critica.
Questi scrittori sono quasi tutti nati all’estero, ma alcuni di loro sono divenuti cittadini italiani, tutti sono in grado di parlare e di scrivere in altre lingue (inglese, francese, arabo, spagnolo, portoghese, ecc) ma hanno scelto liberamente di scrivere nella lingua di Dante[3].

Anche per il portoghese, cosi come per tutte le lingue coloniali[4] si è posta la questione se fosse o meno opportuno il suo utilizzo ed il rapporto con la lingua del colonizzatore è stato spesso ambivalente e travagliato.

A tal proposito però Amilcar Cabral sosteneva  :

o português (língua) è uma das melhores coisas que os tugas nos deixaram…è um instrumento, um meio para falar, para exprimir as realidades da vida e do mundo…há pessoas que querem que ponhamos de lado a língua portuguesa porque nos somos africanos e não queremos a lígua de estrangeiros…a nossa língua tem que ser o português. E isso è uma honra. È a unica coisa que podemos agradecer ao tuga, ao facto de ele nos ter deixado a sua língua depois de ter roubado tanto na nossa terra[5].

Pensando alla figura dello scrittore migrante intesa come scrittore già scrittore prima della migrazione ed ancora scrittore dopo la migrazione l’esempio più calzante per quanto riguarda il nostro campo di  indagine è sicuramente quello di Julio Monteiro Martins.

Egli infatti era già uno scrittore affermato nel suo paese d’orgine e nella sua lingua d’origine ed ora lo è nel suo paese d’adozione e nella sua lingua d’adozione.

La mia lingua è quella con cui dirò parolacce quando mi pesteranno un piede. …Quella con cui penso il discorsetto che voglio fare a quella ragazza che mi piace… Ora è l’italiano. La mia prima lingua è quella del tempo presente, l’unica dimensione che veramente esiste. Nel ’72 la mia lingua era il francese, quando ho scritto i miei libri in Brasile era ovviamente il portoghese, quando ho scritto Racconti italiani era ovviamente l’italiano (dal I° seminario italiano di scrittori e scrittrici migranti, Lucca 2001)[6].

 

3.1.1 Fernanda Farias de Albuquerque ed il racconto autobiografico del viaggio

Il caso di Princesa di Fernanda Farias de Albuquerque e Maurizio Jannelli è quella che consideriamo la prima pietra della letteratura della migrazione scritta da autori lusofoni, prima pietra che, come la maggior parte delle prime pietre di questo edificio (quello della letteratura della migrazione italofona), è stata posata con l’aiuto del coautore madrelingua[7].

Il racconto nasce dall’incontro fra tre mondi (quello trans di Fernandinho/Fernanda, quello del pastore sardo Giovanni Tamponi e quello dell’ex brigatista Maurizio Jannelli) ed è il risultato dell’incontro fra questi tre mondi.

Fernanda racconta la sua storia a Giovanni ed in questo scambio le loro lingue ed i loro mondi si mischiano. Giovanni Tamponi spinge Fernanda a raccontare la propria storia e fa da tramite tra la sua cella e quella di Maurizio Jannelli che si occupa della trasposizione del racconto dalla dimensione dell’oralità e della contaminazione anche linguistica a quella scritta, preoccupandosi però di non normalizzare completamente né il racconto né la lingua ma di lasciar trasparire la contaminazione sia tra le lingue (portoghese/sardo/italiano) che tra i mondi (Brasile/Italia ma anche pastorizia/prostituzione/brigantismo).

Fernandinho/Fernanda racconta la sua storia oralmente e questa dimensione dell’oralità emerge anche nella trasposizione scritta operata da Jannelli.

Il romanzo racconta il viaggio, il transito di Fernandinho dal Brasile verso l’Europa e verso Fernanda; vi sono infatti, due dimensioni nel viaggio di Fernandinho/Fernanda, una spaziale ed una di genere ed entrambe sono fondamentali all’interno della storia.

Fondamentale è il processo migratorio di Fernandinho/Fernanda, così come lo è il suo transito da un genere verso l’altro, dunque il suo essere trans-sessuale. Si può quindi vedere un parallelismo tra il migrare da un paese ad un altro ed il migrare da un genere all’altro.

L’essere altrove porta ad essere altrimenti, l’emigrazione impone un processo di ricostruzione di un’identità altra, un autorappresentarsi ed accettarsi in modo diverso passando per un percorso doloroso di trasformazione ed adattamento esattamente allo stesso modo in cui i cambiamenti nel corpo di Fernandinho lo porteranno ad essere Fernanda anche attraverso il dolore:

Anaciclin, sempre quattro pasticche al giorno. Fernando si consuma lentamente. Il pene rimpicciolisce, i testicoli si ritirano, i fianchi si allargano. Fernanda cresce. Pezzo dopo pezzo, gesto su gesto, io dal cielo scendo in terra, un diavolo – uno specchio. Il mio viaggio… Novembre millenovecentottantacinque, Severina, nella sua casa, mi bomba i fianchi con iniezioni di silicone liquido. Senza anestesia…[8]

Possiamo quindi, a ragione, paragonare la ricerca del migrante Fernandinho/Fernanda di condizioni di vita migliori in un paese altro a quella di una vita migliore in un corpo altro, non più vissuto come prigione che costringe ma che rispecchia finalmente la percezione che ha di se.

A tal proposito è interessante il paragone tra la prigione vera e propria dove Fernanda sta scontando la pena per tentato omicidio e la prigione del corpo di Fernandinho dove Fernanda era imprigionata per esservi nata.

3.1.2 Julio Monteiro Martins o scrivere tra due lingue

Julio Monteiro Martins nasce nel 1955 a Niterói, cresce con la famiglia materna incontrando solo sporadicamente il padre.

Il nonno materno era funzionario del ministero delle finanze, la famiglia aveva una discreta posizione sociale ma non economica.

La madre riuscì con impegno e sacrifici a laurearsi e divenire professoressa ordinaria di Letteratura Nord Americana, successivamente ebbe un secondo figlio, fratellastro di Julio.

I rapporti col padre da sporadici si fecero, col passare del tempo, inesistenti.

Ancora giovanissimo, nei primissimi anni settanta, Julio Monteiro Martins inizia la sua migranza: a sedici anni infatti si trasferisce a Parigi per seguire un corso di Letteratura Comparata e di Letteratura Francese alla Sorbona.

A Parigi inizia a scrivere, tornato in Brasile si trova travolto dal boom letterario (1975/78)

Per tre anni, non so spiegare perché, i brasiliani sono impazziti per i libri dei giovani scrittori connazionali. In quegli anni ho lavorato tantissimo. Ero diventato come un cantante pop[9].

In portoghese ha pubblicato: Torpalium, Ática, São Paulo, 1977; Sabe quem dançou? Codecri, Rio, 1978; A oeste de nada Civilização Brasileira, Rio, 1981 e O espaço imaginário Anima, Rio 1987.

Nel 1979 si trasferisce negli U.S.A dove è Honorary Fellow in Writing all’università dell’Iowa, poi insegna scrittura creativa al Goddard College (Vermont, USA), nel 1981 torna in Brasile dove resterà fino al 1994.

In Brasile, oltre a continuare l’esperienza di insegnamento presso la Oficina Literária Afrânio Coutinho a Rio de Janeiro, svolge la professione di avvocato cercando di garantire soprattutto i diritti dei meninos de rua, è infatti avvocato dei diritti umani per il Centro Brasileiro de Defesa dos Direitos da Criança e do Adolescente (ONG).

Sarà inoltre tra i fondatori del partito verde Brasiliano (1983)e del movimento “Os Verdes”.

Prima di trasferirsi in Italia passa un periodo in Portogallo dove insegna scrittura creativa all’Instituto Camões, e conosce la sua futura moglie, italiana, di Lucca, in seguito a quest’incontro si trasferisce in Italia, è dunque, per sua stessa ammissione, un importato d’amore[10].

I primi due anni in Italia li passa ad apprendere la lingua ed a cercare di conoscere il nuovo contesto di vita.

Egli stesso divide in due fasi ben distinte la sua permanenza in Italia: una prima fase di ambientamento ed una seconda fase in cui si sente ormai a casa come un pulcino nella spazzatura.

Io sono qua da sei anni ed io divido così il mio soggiorno: i primi due anni e i quattro restanti.I primi due anni non ho fatto nulla: non parlavo la lingua, leggevo, scrivevo, andavo in giro…ho proprio vissuto la Toscana, ho conosciuto la Garfagnana ed altre zone…Dopo ho creato l’evento “Scrivere oltre le mura” e in quello stesso anno ho anche cominciato ad insegnare all’Università di Pisa. Adesso qui mi sento, come si dice in Brasile, un pulcino nella spazzatura, sono proprio contento matto…[11] 

A quanto dice lo stesso Monteiro Martins, egli non ha vissuto l’allontanamento dal paese d’origine in maniera traumatica, non ne sente nostalgia, probabilmente anche perché non vi ha più legami affettivi.

Non capire male: io amo il Brasile, ma non come una patria o come un padre. Io amo il Brasile come si ama un figlio adolescente, ribelle, drogato[12]

La scrittura è dunque una costante nella vita di Julio Monteiro Martins,  non nasce in conseguenza della migrazione né soccombe ad essa. Ha una battuta d’arresto necessaria per l’apprendimento della nuova lingua, ma poi riprende il ruolo centrale nella vita dello scrittore.

La notte dello stesso giorno Julio Cesar mi ha informato della sua nuova avventura: ha cominciato da poco a scrivere nella lingua di Italo Calvino e fra qualche mese sarà pubblicato un libro di racconti in italiano, gli ho chiesto con esitazione e perplessità cosa sia successo al suo Portoghese mi ha risposto: non lo so… Alla fine, prima di salutarci, gli ho detto: Adesso ho capito, il tuo esilio, caro Julio, è compiuto, la differenza fra me e te e che tu vivi un esilio concluso (la separazione dal Brasile e dal Portoghese) mentre io vivo in un esilio incompiuto, sto combattendo la tentazione della lingua italiana, scrivo in Arabo e traduco quello che scrivo per uscire dall’isolamento, scrivo nella mia lingua d’origine perché è il ponte che mi lega alla mia memoria, al mondo di ieri.[13]

Possiamo dunque considerare i primi due anni di permanenza in Italia un periodo di adattamento utilizzato sì per apprendere la lingua ad un livello sufficiente per poter scrivere in autonomia, ma anche per conoscere a fondo la realtà italiana ed ambientarsi tanto da potersi sentire realmente a proprio agio oltre che con la lingua anche nella realtà italiana.

Vediamo dunque in Julio Monteiro Martins uno scrittore migrante che era già scrittore prima ancora di essere migrante.

Naturalmente, poiché già insegnava scrittura creativa oltre ad essere egli stesso scrittore, la sua conoscenza dei processi della produzione letteraria è profonda ed anteriore alla produzione in lingua italiana.

Potremmo dunque affermare che Monteiro Martins è scrittore prescindendo dalla lingua in cui scrive, e dal paese in cui abita, è scrittore sia in Brasile che in Italia, sia che scriva in portoghese sia che lo faccia in italiano.

…non possono più leggere le mie storie, perché non capiscono l’italiano. Pensate a questo, pensate che io li ho tutti abbandonati …per cambiare lingua, per costruire un altro scrittore con una sensibilità diversa, nella lingua madre di altri …ci sono oggigiorno diverse figure, c’è la figura del migrante che scrive le sue esperienze di migrazione e ci sono le persone che emigrano al servizio della letteratura stessa. Allora di questo secondo caso il fenomeno che conta, quello che interessa, quello che definisce la vita non è l’immigrazione, anche se essa è molto forte, ma è la letteratura, la scrittura…[14]

Egli stesso rivendica la sua appartenenza di diritto alla letteratura italiana in quanto è proprio in italiano che scrive:

…perché io sono senz’altro uno scrittore italiano, anche se nato a Niterói, perché scrivo in italiano, e sull’Italia – spero che come scrittore italiano io possa dare a questa mia nuova lingua, la vostra lingua, qualcosa di nuovo, qualcosa di originale, un po’ più di conoscenza profonda sulla vera natura dei nuovi esseri umani [15]

In italiano pubblica: Il percorso dell’idea, Bandecchi e Vivaldi, Pontedera, 1998; Racconti italiani, Besa Editrice, Lecce, 2000; La passione del vuoto Besa Editrice, Lecce, 2003;  Madrelingua, Besa, Lecce, 2005; L’amore scritto Besa Editrice, Lecce, 2007; partecipa inoltre con Antonio Tabucchi, Bernardo Bertolucci, Dario Fo, Erri de Luca e Gianni Vattimo, all’opera collettiva Non siamo in vendita – voci contro il regime, a cura di Stefania Scateni e Beppe Sebaste, prefazione di Furio Colombo, Arcana Libri / L’Unità, Roma, 2002.

La forma scelta più frequentemente, pur non disdegnando la poesia ed il romanzo, è quella del racconto. In questa scelta possiamo forse vedere una traccia dell’origine altra di Monteiro Martins in quanto il racconto non ha in Italia la stessa tradizione e considerazione che invece ha in America latina.

I racconti sono dunque parte importante della narrativa di Monteiro Martins i 44 racconti di L’amore scritto parlano appunto di amore, sono divisi in tre sezioni: Oro, Incenso e Mirra, che nel nome hanno un chiaro riferimento ai doni dei Re Magi; che sia dunque, l’amore stesso, un dono?

Si indaga l’amore in tutte le sue forme da quello amicale de La gattara a quello animalescamente sensuale di Liberazione

…Io godevo con lo stomaco, il mio corpo non si fermava mai, non riusciva più a sradicarsi dal suo[16]

La lunghezza è molto variabile, si passa dai racconti brevissimi e fulminanti di una sola pagina ad un massimo di una decina di pagine. Ogni sezione inizia con un racconto brevisssimo quasi fosse l’introduzione. L’ambientazione è varia, per alcuni come La tigre dai denti a sciabola brasiliana, per altri decisamente italiana come La gattara o Guerra fredda a Genova, per altri ancora l’ambientazione non è chiara né determinante come in Un giorno arriverà e Tanti coltelli.

I riferimenti al Brasile delle proprie origini sono frequenti e caratterizzano tutta la narrativa di Monteiro Martins, così come lo sono quelli al contesto in cui vive attualmente; origini che, a volte, forniscono all’autore una differente capacità di lettura della realtà italiana e che fanno spesso da controcanto alla narrazione.

Tuttavia questa alterità pur informando tutta la produzione italiana di Julio Monteiro Martins non può essere considerata la sua ragion d’essere, ma parte del suo essere. Egli non scrive per raccontare la propria esperienza di migrazione ma la migrazione è una delle esperienze che ha vissuto e che lo hanno in qualche modo influenzato, è uno dei molti aspetti che caratterizzano questa poliedrica figura.

Paradigmatica in tal proposito è la contrapposizione tra le due anime dello scrittore in madrelingua, rappresentate dalla voce dell’autore che, tra parentesi quadre commenta, il racconto delle vicende del protagonista Mané.

Si tratta di un romanzo sul romanzo, di un testo metaletterario, di un romanzo incompiuto di cui lo stesso autore, che è a sua volta un personaggio, ci dice molto nei suoi commenti a margine.

Il romanzo è profondamente italiano, dalla lingua all’ambientazione al contesto sociale ma anche politico, basti pensare ai continui riferimenti all’onnipresente Lui:

…[ricordo che ho esitato molto – anche per le ragioni esposte qua sopra- prima di fare tutti questi  riferimenti al cavaliere del lavoro Silvio Berlusconi. Ma mi sono deciso perché è ormai chiaro che lui – o Lui, in questo libro – non è per l’Italia solo il capo del Governo, o il fondatore di un partito di destra che è arrivato al potere, ma una figura simbolica di grande penetrazione, una sorta di “esca” per l’inconscio collettivo degli italiani – e non solo – che finirà  per definire questo scorcio della Storia del paese, come è successo a Mussolini nel Ventennio, a Garibaldi o Lorenzo de’ Medici. Si tratta di un archetipo che si ripropone con volti e ideologie diverse lungo i secoli, e questo non c’entra niente con l’obiettiva grandezza o meschinità della loro figura umana. La narrativa deve anche fare i conti con i personaggi del suo tempo[17].

ed in quanto romanzo eminentemente italiano madrelingua deve fare i conti con i personaggi del suo tempo e del suo luogo natale, dunque anche con il presidente del consiglio dei ministri[18], oltre che con i fatti di Genova per i quali tiene, pur con tutti i dubbi del caso, ad assumersi il doveroso compito di perpetuare, a modo proprio, il ricordo:

Miranda ha conosciuto Carlo Giuliani a Genova [ho scritto questo brano e subito ho pensato di cancellarlo, perché mi sembrava una forzatura, l’inserzione di un elemento estraneo alla narrativa solo perché volevo parlare di lui. Ma poi ho deciso di lasciarlo comunque: non è del tutto inverosimile che lo avesse conosciuto, magari un po’ più giovane di lei, il giro potrebbe essere più o meno lo stesso, feste nei centri sociali, spettacoli alternativi di musica, cabaret, spiagge…dài ce lo lascio], circa un anno prima che fosse assassinato dalle “forze dell’ordine” …Forse si erano capiti subito quando si sono conosciuti, perché anche lui, a modo suo, aveva la “furia”. La proverbiale furia di Mosé di fronte al vitello d’oro, o di Gesù tra i venditori del tempio. L’ira sacra contro le forze diventate invisibili a causa della loro enormità.

Miranda era una donna del suo tempo. Il tempo però non era soltanto suo, ma anche mio, che venivo da più lontano. Forse avrei avuto bisogno di una preparazione maggiore, per entrare in scena insieme a lei, insieme a Giuliani, sullo stesso palcoscenico, al terzo squillo di campanello?[19]

Sono tuttavia costanti i richiami al Brasile:

…da dove uno meno se lo aspetta non viene proprio nulla, [traduzione di un motto dell’umorista brasiliano degli anni ’30 Barão de Itararé. Non mi sfugge niente!] …Mi ricordo una volta che la mia città natale era così infestata di spie e delatori volontari – leccaculo volontari che non mancano mai – che l’unico posto sicuro per noi era un ristorante italiano chiamato La Grotta di Capri [ italiano…insomma…]. Il nome era tutto un programma [in verità era Gruta de Capri, scritto così][20].

Un vecchio senatore diceva a ragione che la politica è l’arte di fidanzarsi con altri uomini senza essere necessariamente omosessuali [frase dell’ex presidente brasiliano Tancredo Neves, che si è fermato però alla parola “uomini”][21].

ed i riferimenti alla madrelingua dello scrittore:

L’irrimediabile nostalgia della patria che impediva ai calciatori brasiliani di adattarsi in Italia – la saudade –  ha regalato agli italiani questa bella parola nella mia madrelingua [già il titolo del libro, è vero…] …Ma c’è un’altra parola brasiliana intraducibile che ho dovuto usare per spiegare a me stesso cosa mi attirava di più in K43. Si tratta di sacanagem. È una parola con diversi significati…[22]

L’attività di Monteiro Martins continua su entrambi i versanti (brasiliano ed italiano) linguistici e culturali, infatti mentre da un lato insegna Lingua Portoghese e Traduzione Letteraria all’Università di Pisa, dall’altro anima e dirige la rivista online Sagarana ed il Laboratorio di Narrativa, che è parte del Master della Scuola Sagarana, a Pistoia.

3.1.3 Christiana de Caldas Brito o scrivere tra lingua ed interlingua

 

Christiana de Caldas Brito nasce a Rio de Janeiro nel 1939, vive in un ambiente che la stimola alla produzione letteraria.

Da bambina ascolta le storie raccontate dalla nonna, il nonno scrive poesie e la madre, scrittrice a sua volta, coinvolge lei ed i suoi fratelli in continui giochi di parole.

Più grande, durante le conferenze tenute dalla madre sull’opera del nonno, sarà Christiana a recitare le sue poesie.

Laureata in Filosofia in Brasile, nell’Università di São Paulo (USP) dove ottiene anche il diploma della Scuola d’Arte Drammatica, viene in Italia con una borsa di studi post universitari e si stabilisce a Roma dove si laurea in Psicologia all’ Università La Sapienza, successivamente inizia a lavorare come psicologa, si sposa ed ha due figli.

Quella di Christiana de Caldas Brito è dunque classificabile come una migrazione intellettuale, in quanto la sua venuta in Italia è volta al proseguimento degli studi.

Contrariamente a Julio Monteiro Martins, Christiana de Caldas Brito, pur avendo cominciato a scrivere giovanissima seguendo le orme materne (in Brasile scrive sul giornale della scuola e pubblica qualche racconto in riviste di Rio de Janeiro), nasce come scrittrice in Italia è dunque, in un certo senso, una scrittrice italiana per nascita.

Fino ad ora ha pubblicato due libri di racconti: Amanda Olinda Azzurra e le altre, Lilith 1998 (seconda edizione Oédipus 2004) e Qui e là,  Cosmo Iannone Isernia 2004; un libro per ragazzi: La storia di Adelaide e Marco Il Grappolo 2000; un romanzo: 500 temporali; Cosmo Iannone Isernia 2006; ed una sorta di manuale di scrittura creativa: Viviscrivi, Eks&Tra 2008. È inoltre molto presente nel dibattito sulla letteratura della migrazione, numerosi gli articoli.

Se, come crediamo, la scelta della forma nella scrittura non è casuale, non possiamo non ravvisare nella preferenza di Christiana de Caldas Brito per il racconto un primo indizio del legame con la cultura d’origine e dunque con la grande tradizione del racconto latinoamericano, sono infatti due i libri di racconti ( Amanda Olinda Azzurra e le altre e Qui e là ) oltre a diversi altri racconti che troviamo in volumi collettivi e riviste letterarie: Camuamu, Metamorfosi di un immigrata nel paese di Ailati, A Jangada, A Rede, Cronaca di una feijoada brasileira, Tre Silenzi, Se un giorno d’inverno una viaggiatrice (gioco da eseguire in treno), I due falò, Clandestini, Spettabili fratelli Grimm, L’acqua è mia, Un cuore ostinato, Frontiere, La vigilia di Ferragosto e La finestra .

La stessa autrice in una conversazione con Armando Gnisci[23] parla di questa sua preferenza per il racconto che le dà una soddisfazione più immediata e facilmente raggiungibile in quanto arriva prima ad essere compiuto  poiché si focalizza solo su alcuni aspetti dei personaggi o degli avvenimenti lasciando al lettore il compito di immaginare come colmare ciò che l’autrice ha lasciato in sospeso o non ha semplicemente preso in considerazione in quanto non ritenuto  importante ai fini del racconto stesso.

Nel romanzo invece la sensazione di non aver sufficientemente sviluppato un personaggio o contestualizzato un avvenimento la porta ad una rielaborazione continua che, a volte le fa perdere di vista l’aspetto divertente e gratificante della scrittura.

Non che il racconto sia da lei ritenuto più semplice, ma forse meno dispersivo nell’elaborazione.

La necessità di racchiudere in uno scritto assolutamente più breve del romanzo, ciò che si vuole comunicare, impone di focalizzarsi su alcuni aspetti e tralasciarne altri, di sintetizzare quando possibile pur  cercando di costruire una struttura, anche formalmente, equilibrata.

La scrittura di Christiana de Caldas Brito non è autobiografica ma sicuramente condizionata dalla sua biografia,

…Uno scrittore migrante lascia tre madri: la madre biologica (il mondo degli affetti), la madre patria (il mondo delle tradizioni e delle usanze) e la madre lingua (il mondo della struttura mentale). Una lingua non è solo uno strumento di comunicazione. È soprattutto uno strumento di identità. […] È una gamma di sensazioni che lascia tracce profonde sul corpo e sulla mente. È la parte sensibile della nostra struttura mentale. […] Chi vive l’infanzia in un paese, se lo porta con se per tutta la vita insieme alla sua lingua […] [24]

ed ancora:

Certo che l’influenza biografica ha influito e continua ad influire sulla mia scrittura.

[…]

Penso che l’esperienza della migrazione, al di là degli eventi personali, offra grandi temi pronti a diventare suggestivi argomenti letterari: la partenza, l’avventura, il distacco da persone care, la “saudade”, il coraggio necessario per adattarsi al nuovo, i conflitti che ne derivano, e anche il tornare a casa ma diversi da come si è partiti. Le polarità esistenziali, di solito elaborate in una terapia, sono presenti nell’esperienza migratoria: nuovo-vecchio, lasciare-prendere, aprirsi-chiudersi e tanti altri. [25]

è una scrittura molto legata ai temi della migrazione, attenta al discorso di genere, fortemente influenzata dalla sua formazione in psicologia ma anche da quella teatrale e, sia nell’immaginario che nella lingua, specchio della sua doppia appartenenza.

È stato decisivo il fatto che durante la mia infanzia non esistesse la televisione; il mio immaginario si è formato con la trasmissione orale di storie che mia madre e mia nonna raccontavano, oltre alle storie bibliche raccontate a scuola. È molto presente questa modalità orale nella mia scrittura, dove compare sempre una “contadora de histórias”. 

Si pensi a tal proposito alla figura di Vó Anja in  500 temporali

Tutto quello che so dei miei genitori, mi è stato raccontato da Vó Anja.

[…]

Qual’era il segreto di Vó Anja che raccontava così bene le favole?  Una volta da piccola, le domandai da dove venivano le sue storie.

“Sono nella mia testa” mi rispose.[26]

Ma anche ad Eda Zarehs che nell’omonimo racconto pubblicato in Qui e là cerca di risvegliare i suoi pazienti dal coma leggendo loro ad alta voce i libri che a suo parere più si adattano alla biografia di ognuno di essi.

3.1.3.1 La lingua come strumento di affermazione di diritti

Si potrebbe considerare Ana de Jesus[27] la madre di tutti i racconti di Christiana de Caldas Brito in quanto fissa da subito quelli che saranno i punti cardine della sua scrittura: l’attenzione per l’altro, il povero, l’umile, la donna, il continuo sperimentare con la lingua scelta, per renderla più propria ed allo stesso tempo rivendicare il diritto di piena cittadinanza in questa lingua, che porta con se quello di utilizzarla a proprio piacimento.

Non sempre questo diritto viene riconosciuto ed accettato, spesso infatti si pensa all’immigrato come non idoneo a scrivere in italiano in quanto si suppone non conosca a sufficienza la lingua, e non gli si riconosce lo stesso diritto di utilizzare questa come strumento per esprimersi appieno.

A tal proposito la stessa Christiana de Caldas Brito affrontando il delicato problema dell’editing, ancor più delicato quando si tratta di scrittori migranti, afferma il diritto degli scrittori translingui a plasmare l’italiano secondo le proprie necessità espressive.

Il pericolo di ogni editing non è solo quello di alterare cosa dice uno scrittore, ma di alterare il come lo dice. Per un scrittore, soprattutto se straniero, gli errori di italiano vanno eliminati, ma solo quando le correzioni non alterano la creatività dello scrittore. Le correzioni non devono interferire nella poetica dello scrittore o nella caratterizzazione di un suo personaggio.

Come può un autore difendere la propria scrittura da un appiattimento editoriale, da un’omologazione di un editing che travisa la sua creatività? Se io scrivo legata a ricordi di un’altra cultura e ad una lingua diversa che ha lasciato tracce indelebili nella mia mente, come faccio ad impedire che tutto questo sia presente nella mia scrittura? Umiltà e dignità debbono camminare di pari passo nella difesa della propria individualità letteraria. Umiltà perché noi, scrittori stranieri, abbiamo molto da imparare se scriviamo nella lingua italiana. Dignità per riconoscere che il nostro contributo letterario è prodotto da vissuti diversi che hanno come base musica, colori, suoni e ritmo diversi.
Linguisticamente non voglio essere una scrittrice “ben educata”. La grammatica non può essere una madre castrante che mi dà regole invalicabili di buon comportamento letterario. Vorrei scrivere bene in italiano senza tradire la mia mente lusofonica. Un buon editing sarà quello che rispetterà la mia forma mentis anche quando scrivo in italiano. La lingua sarà filtrata dalla mia sensibilità che si è formata altrove[28].

Il dialogo tra la colf  Ana e la sua signora è estremamente realistico sia per il contesto e per i ruoli dei due personaggi (Ana l’immigrata brasiliana che non padroneggia la lingua e la sua datrice di lavoro la signora italiana assolutamente disinteressata al malessere interiore della sua colf), che per il codice espressivo utilizzato il quale, richiamando anche il misto di portoghese ed italiano utilizzato dagli immigrati italiani in Brasile, rende perfettamente le difficoltà di espressione che incontrano gli immigrati di origine brasiliana.

Il divertente è che non ho faticato per nulla. Fatico di più per scrivere correttamente in italiano, ma per creare il linguaggio di Olinda e Ana de Jesus non c’è stata alcuna fatica. Solo divertimento, un gradino aperto davanti a me, solo gioco, senza compiti… Mi sono lasciata andare alla mia “brasilianità”. In termini linguistici questo vuol dire che pensavo in portoghese e traducevo male in italiano: ne è uscita questa lingua ibrida. Gli emigranti italiani in Brasile, parlavano un po’ così mescolando l’italiano e il portoghese ma in realtà parlavano in “portuliano”, come alcuni dei miei personaggi[29].

Chi meglio di una scrittrice che conosce a fondo le due lingue e le due culture può infatti rendere in maniera così puntuale il portuliano, l’interlingua con cui realmente si esprimerebbe Ana?

Dunque la lingua viene pienamente utilizzata come strumento espressivo, plasmandola affinchè renda la contaminazione a volte in modo più evidente come in Ana de Jesus o con piccole interferenze disseminate con apparente noncuranza ma che permettono di percepire comunque un suono ed un ritmo diversi.

Con quattordici anni lasciai Camuamu…[30]

Da sola, con il tempo, ho imparato a riflettere. È brutto quando uno inizia a pensare nella propria vita. Il bello è vivere. Se tu pensi alla tua vita, puoi essere sicura che qualcosa già ti manca[31].

Possiamo dunque considerare queste licenze sintattiche assolutamente volontarie (si noti a tal proposito l’alternanza delle preposizioni articolate nella/alla utilizzata nel passo precedente)  e consapevolmente utilizzate dall’autrice che, a proposito del compito di innovazione della lingua italiana della letteratura della migrazione, ha affermato:

Senz’altro uno dei compiti della letteratura della migrazione è quello di rinnovare il linguaggio. Nella lingua portoghese abbiamo due esempi di scrittori la cui creatività linguistica ha superato la grammatica e ha aperto le parole a nuovi significati e a nuove forme espressive. Mi riferisco al brasiliano João Guimarães Rosa e allo scrittore del Mozambico, Mia Couto. Mi augurerei che la letteratura della migrazione in Italia allargasse la lingua italiana a nuove modalità espressive. L’atto creativo, più forte della struttura linguistica, ha bisogno di trasformare e di creare nuove parole[32].

Influenza di Guimarães Rosa[33] e di Mia Couto[34] che, secondo Maria Cristina Mauceri[35], si concretizza in un interessante uso del condensamento, dell’agglutinazione evidente soprattutto nei racconti in cui l’autrice più sperimenta con la lingua, proprio come atto di appropriazione di questa lingua, come ad esempio in Maroggia:

Maroggia guardava l’immensacqua davanti a sé. Lei che parlava così poco, parlò all’acquimmensa e mare disse:

«Mare,mare, mare, rame, rame, mare, mera erma, erma mare, arme mare, mare arme, mare rema, rema mare.»

Le acque del cielo si poggiarono sul mare. Pioggia e mare si unirono in una grande e verde massacqua:

«Maroooggia, Maroooggia…» il vento chiamava[36].

L’ultima fase di questo percorso di rivendicazione del diritto di cittadinanza nella lingua italiana vede la sua partecipazione come docente a diversi laboratori di scrittura creativa nelle scuole oltre a quello tenuto nel 2012 assieme a wu ming2 su invito dell’associazione Eks&Tra, la pubblicazione nel 2008 del suo ultimo libro: Viviscrivi. Verso il tuo racconto. pubblicato da Eks&tra e la sua costante presenza nel dibattito sulla letteratura della migrazione.

3.1.3.2 Il nome come affermazione di identità

La storpiatura o sostituzione del nome di una persona è atto violento di disconoscimento dell’identità altrui e dell’alterità di cui il nome, quando non anche l’aspetto fisico, è portatore.

La negazione del diritto di avere un nome altro equivale alla negazione del diritto di essere altro.

É dunque comprensibile come il non riuscire a farsi chiamare col proprio nome scateni in Ana de Jesus una serie di amare considerazioni che la fanno oscillare da un senso di inadeguatezza:

Io qui non so parlare il nome mio.

che in realtà non fa che mettere in evidenza l’atto di prepotenza di chi arriva a correggerla quando pronuncia il proprio nome sostituendolo con un nome che lei non riconosce come proprio:

 Quando dico Ana de Jesus le persone mi corregge e dice un altro nome che non è il mio. Ana diventa “An-na”, Jesus diventa “Gesù” Jesus però, suona bagnado e dolce come quando il vento tocca l’acqua del mare del mio paese al rifiuto per questo nome non suo e ad un’affermazione di appartenenza altra: 

.. E poi mia madre mi ha sempre chiamado Ana[37].

Allo stesso modo il completo disconoscimento del diritto ad un nome in Chi riflette il disconoscimento del diritto ad essere visti come persona ma unicamente come funzione poiché la persona, soprattutto quando si tratta di immigrati, esiste solo in quanto assolve ad una determinata funzione.

Anche i polpastrelli di Io, polpastrello 5.423 pubblicato in Diaspore Europee e Lettere migranti, di Armando Gnisci e Nora Moll (Edizioni Interculturali, Roma, 2002) non hanno nome, ma per loro scelta:

Per salvaguardare l’identità delle persone che noi rappresentavamo.

In segno di protesta contro una legge ingiusta e discriminatoria, i polpastrelli degli immigrati si staccano dalle persone a cui appartengono e si presentano in questura per farsi prendere le impronte digitali mettendo così il sistema davanti alla propria inadeguatezza nell’attuare le norme che emana.

Perché solo le impronte digitali degli immigrati ai quali appartenevamo? Non avevano polpastrelli pure gli onorevoli? Perché non venivano in questura pure loro?

[…]

“Siamo polpastrelli venuti da paesi più o meno lontani. Viviamo e lavoriamo qui, in Italia. Non siamo dei criminali. Siamo venuti in questura per rispetto della legge.” “Legge del cazzo!” urlò il questore. “Ha ragione, signor questore, anch’io la penso come lei!” dissi io. 

La critica alla legge Bossi-Fini è aspra e forte è la rivendicazione dei diritti degli immigrati che non smettono di essere persone poichè immigrati.

Evidente è qui l’inadeguatezza del potere che nasconde con la violenza l’incapacità di giustificare la propria iniquità.

“Via, animale, via!” urlò il questore. “Guardi che non sono un animale” disse con calma il polpastrello 79, “rappresento l’identità di un essere umano. Esigo rispetto!” Il questore gli mandò una sberla così forte che il polpastrello 79 volò per aria. Seguirono delle manganellate a destra e a manca. I poliziotti si abbassavano per raggiungerci. Sembravano impazziti. 
Io, polpastrello 5423, balzai in avanti: “Caro questore e cari poliziotti, siamo un gruppo pacifico. Non potete trattarci così!” “Sta’ zitto!”

[…]

“Parla, imbecille!” Dal basso della mia piccolezza, io, polpastrello 5.423, dissi: “Caro signor questore, sono l’umile polpastrello di un immigrato, non un imbecille. Cosa vogliamo? Vogliamo rispettare la legge. Non avete ordinato che ci presentassimo in questura per lasciarvi le nostre impronte digitali? Eccoci!”

La questione del nome ritorna anche nel racconto La triste storia di Sylvinha con la Y pubblicato in Amanda, Olinda, Azzurra e le altre, in questo caso è la y che rende inusuale il nome ed esotica colei che lo porta ed è la stessa madre che, congratulandosi con la figlia che ha appena provvedutto ad impiccare il proprio cuore, poiché questo le permetterà di affrontare la vita senza inutili sofferenze, le consiglia come ulteriore passo verso una vita libera dalle sofferenze di eliminare quella nota di estraneità dal proprio nome.

Figlia mia quanto è stupido il tuo nome con questa lettera che non esiste nel nostro alfabeto. Buttala via!

Dunque Sylvinha uccidendo il proprio cuore, inibendosi quindi la possibilità di provare dolore, e modificando il proprio nome, tentando così di uniformarsi alla norma, effettua due dolorose automutilazioni nel tentativo di rendersi più accettabile la sofferenza del vivere in un contesto che le risulta estraneo.

L’azione della normalizzazione del nome, che potrebbe sembrare non così dolorosa specialmente se comparata con l’impiccagione del cuore è spesso esperita da coloro che vivono in un paese straniero. Potremmo ritenerlo, secondo Spivak, un aspetto di quella violenza epistemica effettuata dal colonialismo e dall’imperialismo che cercano di cancellare le differenze in nome di un modello (occidentale) ritenuto il più giusto.[38]

3.1.3.2  500 temporali, un romanzo dalla doppia cittadinanza

Interessante notare il percorso circolare anche dal punto di vista della lingua di 500 temporali che, ambientato in una favela do Rio de Janeiro, scritto nel 2006 da una carioca che vive in Italia, in italiano, è poi stato tradotto da Roberta Barni, un’italiana che vive in Brasile, in portoghese ed è stato pubblicato dall’editrice Mar de Ideias a Rio de Janeiro nel 2011.

È indubbiamente corretto, come sostiene Gnisci, considerare 500 temporali un romanzo brasiliano perché, come la sua autrice, lo è di origine ma, proprio come lei, vive in italiano.

Sono infatti brasiliani l’ispirazione, che secondo la stessa Christiana de Caldas Brito nasce da fatti che risalgono al 1960 quando, ragazza, faceva attività di volontariato nelle favelas e leggeva Quarto de despejo[39] di Carolina Maria de Jesus, l’ambientazione (la favela carioca del Silvestre di Rio de Janeiro) così come i personaggi, l’autrice li ha presi dalla sua vita di prima, dalle sue origini; mentre la lingua è quella della sua vita attuale.

Dunque possiamo considerare 500 temporali un romanzo dalla doppia cittadinanza, un romanzo che sta qui e là.

La tematica di 500 temporali così come quelle di molti dei racconti  è stata più volte definita verghiana, possiamo dunque augurarci un prosieguo di questo odierno ciclo dos vencidos?

L’attenzione per gli ultimi, per i vinti siano essi favelados o immigrati è atto volontario e dalla forte valenza politica. Per Christiana de Caldas Brito la cultura non può non essere una cultura dell’impegno sociale, come lei stessa afferma:

Semplicemente per mostrarvi quali sono le tematiche che interessano la mia scrittura. È come se l’alto muro costruito dal padre di Siddharta separasse oggi una cultura dell’intrattenimento da una cultura dell’impegno sociale. Da una parte una letteratura che non vede e non considera i problemi esistenziali; dall’altra parte una letteratura che guarda la vita reale con le sue sofferenze, con popoli che lottano per conquistare la propria dignità, con persone oppresse da ingiustizie oltre che dai dolori inerenti il vivere stesso[40].

Dunque la letteratura di Christiana de Caldas Brito riflette sulla sorte apparentemente ineluttabile di una classe sociale e di un intero mondo: il terzo.

A me interessava riflettere sulla sorte di una determinata classe sociale brasiliana il cui destino sembra essere segnato già dalla nascita. Che via di uscita hanno gli abitanti delle favelas di Rio? Volevo proporre, attraverso una storia, una riflessione sulla povertà del terzo mondo e sull’ineluttabilità di certi destini in condizioni sfavorevoli[41].

3.1.4 Claudiléia Lemes Dias

Nata il 13 febbraio 1979 a Rio Brilhante (Brasile), dopo la laurea in Legge presso la Pontificia Università Cattolica si specializza in Tutela Internazionale dei Diritti Umani all’Università la Sapienza e in Mediazione Familiare al Centro Europeo di Mediazione Familiare. Nel 2006/7 è stata ricercatrice presso il Dottorato di Ricerca in Sistema Giuridico e Romanistico dell’Università di Tor Vergata, anche per lei possiamo dunque parlare di migrazione intellettuale.

Ha scritto e continua a scrivere diversi articoli giuridici sia in portoghese che in italiano, mentre l’opera narrativa è esclusivamente italiana, ha infatti pubblicato la raccolta di racconti Storie di Extracomunitaria follia (Mangrovie, 2009), il romanzo Nessun requiem per mia madre (Fazi, 2012) e un racconto sulla rivista on line El Ghibli intitolato Se io mi chiamassi Demostene[42].

Il tema dell’immigrazione è sempre presente nell’opera narrativa di Claudiléia Lemes Dias che spesso gioca con lo stereotipo dello straniero visto dall’italiano come ad esempio in Nessun Requiem per mia madre dove Genuflessa de Benedictis si accanisce contro l’idea di immigrata brasiliana più che con la reale compagna del figlio:

Mamma ascoltami, non so più che fare. Franco si è portato dentro casa una straniera, un’extracomunitaria nera!

[…]

È premeditata questa invasione di donnine straniere a stordire e rimbambire il maschio italiano, imbastardendo i nostri geni migliori.[43]

con la quale assume un atteggiamento di rifiuto totale che è, solo apparentemente, dovuto alla provenienza della donna che le ha rubato il figlio prediletto la quale, come se non bastasse, è anche straniera.

In realtà il totale rifiuto di Marta da parte di Genuflessa de Benedictis è dovuto a ragioni diverse, il fatto che sia straniera però offre un facile appiglio alla donna che rifiuta di lasciare i propri figli liberi di affrontare la vita adulta.

Il sistema-famiglia De Benedictis-Cafra è evidentemente un sistema malato, l’arrivo della straniera Marta rompe un equilibrio sul quale la madre-aquila credeva di avere il totale controllo e per questo si scaglia su questo fattore imprevisto con tutta la sua rabbia, tanto da rifiutare addirittura di vivere l’esperienza di diventare nonna di quella che definisce negroidebastardina.

Perfino la religiosità di Genuflessa, che pur pervade tutta la sua vita, ha un sapore utilitaristico e violento:

Mica possiamo adorarti all’interno di una capanna come fanno i miserabili del Terzo Mondo! Sai, ipocriti o no, siamo qui per ringraziare o chiedere qualcosa in cambio di questa nostra devozione: una guarigione, più soldi, più prestigio, meno problemi nelle nostre vite. Non dimenticare che comunque sono i nostri quattrini che tengono viva la tua parola in quei posti sperduti […]

Noi occidentali abbiamo sempre fatto la nostra parte per salvare quei poveracci dalla fame in cambio di un cantuccio di Paradiso. Purtroppo la nostra bontà non è bastata a impedire che venissero a bussare alle nostre porte ammucchiati su quei barconi tremendi[44].

Toni che nel libro risultano sicuramente utilizzati in maniera ironica ma ben esprimono quelli, esasperati ed inverosimili, che spesso capita di ascoltare nella realtà.

È dunque possibile azzardare un paragone tra le strategie adottate all’interno del sistema-famiglia malato Cafra-De Benedictis  da  Genuflessa, terrorizzata dall’idea della perdita del controllo sui figli, alle strategie borgheziane adottate da una certa destra all’interno dell’altrettanto malato sistema-paese Italia? Che non siano altro anche questi che affannosi tentativi di mantenere il controllo, di interrompere il naturale processo evolutivo della società italiana?

Solo gli extracomunitari circolano liberamente, mentre gli europei  restano ingabbiati nelle case, accerchiati.

[…]

Lui non sa nulla del passato di questa ragazza, precipitata nella sua vita come fosse caduta da un albero, senza famiglia né religione. Il mio cucciolo è bello, benestante, perché allora non scegliersi una donna alla sua altezza, un’avvocatessa, una dottoressa…Queste straniere non aspettano altro che di lasciarsi ingravidare per legarsi a doppio filo con gli uomini italiani, specie se facoltosi. Sono solo delle opportuniste.

[…]

Proviene da un mondo dove le donne vanno in giro mezze nude, un mondo che è la patria dei travestiti, dei delinquenti e della droga. Laggiù non credono nella nostra cultura del lavoro, ma nel denaro facile guadagnato senza fatica[45].

Nel romanzo l’atteggiamento più sano è indubbiamente quello del primogenito che sceglie un doloroso percorso di emancipazione, che lo porta ad incontrare il mondo esterno anche attraverso il meticciamento, mentre gli altri membri della famiglia seguono un ben più triste destino.

Potremmo quindi continuare il nostro paragone ipotizzando come unica via per la costruzione di un futuro per il paese quella del meticciamento portata avanti da Franco, poiché l’alternativa è la morte.

Nel recentissimo racconto Se io mi chiamassi Demostene, invece,  l’ironia ed il dileggio verso lo stereotipo dello straniero sono agiti dalle seconde generazioni.

Già. Sono proprio un filippino cattivo. L’unico filippino cattivo di tutta Italia. […]

…È vero che voi cinesi mangiate i cani?» […]

«Scialla, frate’! Io so’ italiano come te! Romano de Roma quanto Romolo, Remo e er Piotta messi assieme! Ma che to’ mai invitato a casa mia e to’ dato da magna ‘na bestia del genere?»[46]

 

[1] Gnisci Armando, Creolizzare l’Europa. Letteratura e migrazione. Meltemi, Roma, 2003, pp. 7-14
[2] Armando Gnisci, Creolizzare l’Europa: letteratura e migrazione, Meltemi, Roma, 2003, pag. 76
[3] Editoriale di Pap Khouma su el-ghibli, anno 9, numero 38, dicembre 2012, http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_09_38-section_0-index_pos_1.html
[4] Si pensi al francese nel Maghreb. …j’ai compris tout de suite que les éléments de français que je recevais de mon père étaient insuffisants et que mon salut serait de parler comme les autres filles et immédiatement le français. Pour moi le visage le plus probant de la colonisation a été la langue. Rita El Khayat in Rita El Khayat e Alain Goussot, Metissages culturels, Éditions Aïni Bennaï, Casablanca, 2003.
[5] …il portoghese (lingua) è una delle cose migliori che ci hanno lasciato i tuga… è uno strumento, un mezzo per esprimere le realtà della vita e del mondo… ci sono persone che vogliono che mettiamo da parte la lingua portoghese perché noi siamo africani e non vogliamo la lingua degli stranieri…la nostra lingua deve essere il portoghese… è l’unica cosa per cui possiamo ringraziare i tuga, il fatto di averci lasciato la loro lingua dopo aver rubato tanto nella nostra terra. Amilcar Cabral, Sobre a língua portuguesa, in Pires Laranjeira, Literaturas africanas de expressão portuguesa, Lisboa, Universidade Aberta
[6] Da un intervista rilasciata a Francesca Macchioni da Julio Monteiro Martins consultabile su “Sagarana” on line all’indirizzo http://www.sagarana.net/scuola/seminario/martins_intervista.htm*
[7] Princesa di Fernanda Farias de Albuquerque e Maurizio Jannelli pubblicato nel 1994 da Sensibili alle foglie, così come le altre opere considerate fondanti la letteratura della migrazione: Io, venditore di elefanti. Una vita per forza fra Dakar, Parigi e Milano  di Pap Khouma ed Oreste Pivetta uscito nel 1990 per it tipi di Baldini & Castoldi, Chiamatemi Alì di Mohamed Bouchane, Carla De Girolamo e Daniele Miccione uscito nel 1991 per Leonardo editore.
[8] Fernanda Farias de Albuquerque e Maurizio Jannelli, Princesa, Sensibili alle foglie, Roma, 1994
[9] Da un’intervista rilasciata a Francesca Macchioni da Julio Monteiro Martins consultabile su “Sagarana” on line all’indirizzo: http://www.sagarana.net/scuola/seminario/martins_intervista.htm
[10] Ibid.
[11] Ibid
[12] Ibid
[13] Amara Lakhous, Elegia dell’esilio incompiuto, “Sagarana”, numero 2, gennaio 2001, consultabile on line:  http://www.sagarana.it/rivista/numero2/elegia.html
[14] Julio Monteiro Martins, Una conchiglia nella valigia, Ferrara, Cies Ferrara, 2002, saggio, in “Primo Convegno Nazionale Culture della migrazione e scrittori migranti” consultabile online:  http://ww3.comune.fe.it/vocidalsilenzio/attimonteiro.htm
[15] Ibid
[16] Julio Monteiro Martins, L’amore scritto. Frammenti di narrativa e brevi racconti sulle più svariate forme in cui si presenta l’amore, Besa Editrice, Nardò (LE), 2007, pag.52
[17] Julio Monteiro Martins, Madrelingua, Besa Editrice, Nardò (LE), 2005. pag. 27
[18] Il romanzo è del 2005 ossia all’epoca del secondo mandato  di Silvio Berlusconi come Presidente del Consiglio.
[19] Julio Monteiro Martins, Madrelingua, Besa Editrice, Nardò (LE), 2005. pag. 39
[20] Ibid pag.20
[21] Ibid pag. 43
[22] Ibid pag.31
[23] Pubblicata sul canale youtube di alias network http://www.youtube.com/watch?v=maaQUYYUXWg
[24] Christiana de Caldas Brito, Che cosa vuol dire essere uno scrittore migrante? In Diaspore europeee e lettere migranti, a cura di Armando Gnisci e Nora Moll, Edizioni interculturali, Roma, 2002
[25] Camilotti Silvia e Zangrado Stefano, Letteratura e migrazione in Italia. Studi e dialoghi, UNI Service, Trento, 2010, pag.109
[26] Brito Christiana de Caldas, 500 temporali, Cosmo Iannone editore, Isernia , 2006 pp.30,31
[27] Premiato nel 1995 al primo concorso letterario per scrittori migranti Eks&tra è stato anche più volte messo in scena e ripubblicato nella raccolta Amanda, Olinda, Azzurra e le altre, Lilith Edizioni, Roma, 1998
[28] Chritstiana de Caldas Brito, Editing:un aiuto, non un’intrusione nella creatività dell’ autore, consultabile on line: http://digilander.iol.it/vocidalsilenzio/editingchris.htm
[29] Da un’intervista di Carla Collina a Christiana de Caldas Brito pubblicata su “Leggere Donna” rivista bimestrale di informazione culturale, numero 98, maggio-giugno 2002, consultabile on line all’indirizzo: http://digilander.iol.it/vocidalsilenzio/intervistabrito.htm
[30] Christiana de Caldas Brito, Camuamu in Qui e là, Cosmo Iannone, Isernia, 2004, pag. 120
[31] Christiana de Caldas Brito, Cara Jandira ,ibid, pag.106
[32] Christiana de Caldas Brito, Conferenza Stampa On Line, Convegno “Culture della migrazione e scrittori migranti” consultabile on line su: http://digilander.iol.it/vocidalsilenzio/conferenzaonline.htm
[33] “Meu lema é: a linguagem e a vida são uma coisa só. Quem não fizer do idioma o espelho de sua personalidade não vive; e como a vida é uma corrente contínua, a linguagem também deve evoluir constantemente. Isto significa que, como escritor, devo me prestar contas de cada palavra e considerar cada palavra o tempo necessário até ela ser novamente vida”. Da un’intervista di Günter Lorenz a João Giumarães Rosa al Congresso de Escritos Latino-Americanos, tenutosi a Genova nel gennaio 1965 in Obras completas de João Guimarães Rosa Vol. I. Rio de Janeiro: Nova Aguilar, 1994
[34] Sul falinventar dello scrittore mozambicano egli stesso pubblica nel 1997 un testo in cui afferma: “ No enquanto, defendemos o direito de não saber, o gosto de saborear ignorâncias. Entretanto, vamos criando uma língua apta para o futuro[…] Língua artesanal, plástica, fugidia a gramáticas. Esta obra de reinvenção não é operação exclusiva dos escritores e linguistas. Recriamos a língua na medida em que somos capazes de produzir um pensamento novo, um pensamento nosso.” Mia Couto, Perguntas à língua portuguesa, Ciberduvidas, 1997, consultabile on line: http://www.ciberduvidas.com/antologia.php?rid=118
[35] Maria Cristina Mauceri La scrittura come ponte tra due culture e realtà diverse. in Christiana de Caldas Brito, Qui e là, Cosmo Iannone, Isernia, 2004 pag. 154
[36] Christiana de Caldas Brito, Maroggia in Qui e là, Cosmo Iannone, Isernia, 2004, pag.151
[37] Christiana de Caldas Brito, Ana de Jesus, in Amanda Olinda Azzurra e le altre, Lilith Edizioni, Roma, 1998
[38] Camilotti Silvia e Zangrado Stefano, Letteratura e migrazione in Italia. Studi e dialoghi, UNI Service, Trento, 2010, pag.95
[39] Il diario di Carolina Maria de Jesus una donna, nera, madre nubile, scarsamente scolarizzata, che abita in una favela e che vede proprio la favela come la stanza dei rifiuti del mondo ricco, dove vengono gettate cose e persone indesiderate.
[40] Christiana de Caldas Brito Il mio percorso dai racconti al romanzo, El Ghibli, anno 4, numero 16, giugno 2007 , consultabile on line: http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=2&issue=04_16&sezione=4&testo=4
[41] Ibid.
[42] El Ghibli, anno 10, numero 42, dicembre 2013 http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_10_42-section_1-index_pos_1.html
[43] Claudiléia Lemes Dias, Nessun Requiem per mia madre, Fazi Editore, 2012
[44] Ibid.
[45] Ibid
[46] El Ghibli, anno 10, numero 42, dicembre 2013 http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_10_42-section_1-index_pos_1.html

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Giusi Sciortino

Classe ’72, siciliana di nascita, milanese d’adozione.

Lavorativamente ha avuto esperienze in diversi campi da quello educativo alla traduzione al commercio.

L’interesse per le lingue e per i processi migratori la accompagna da tutta la vita ed ha determinato anche la scelta dell’argomento per la tesi di laurea magistrale in lingue e letterature straniere (indirizzo linguistico glottodidattico, lingua portoghese).”