se fosse vera la notte

 

heleno oliveira
se fosse vera la notte

giovanni avogadri

La poesia di Heleno è un mondo nello stesso tempo uno e molteplice. È contemporaneamente un cammino e il diario di quel cammino.

(Sophia de Mello Breyner Andresen)

Uno sconosciuto poeta brasiliano che viene scoperto e pubblicato post mortem da colei che era stata il suo “mito” poetico, Sophia de Mello Breyner Andresen, altissima voce poetica del mondo lusitano. Un poeta che ha vissuto e narrato con la sua poesia almeno tre mondi culturali, il Brasile, il Portogallo (il “porto della fine del mondo”, Lisbona), e l’Italia (Firenze e Venezia). Adesso la collana “Cittadini della poesia”, diretta da Mia Lecomte e Francesco Stella (Zone ed. Roma) presenta Se fosse vera la notte, raccolta di poesie in italiano. Ma chi era Heleno Oliveira?

Era nato nel 1943 a Santa Clara, un paese nell’entroterra di Olinda-Recife (Brasile), da padre di origine spagnola e madre proveniente da una colta e raffinata famiglia afrobrasiliana. Ha aderito in giovane età al Movimento dei Focolari, impegnandosi nella fondazione delle comunità del Movimento in tutto il Brasile. A Belem è diventato professore di letteratura portoghese, incarnando l’immagine originale di un intellettuale cristiano che ha coniugato la ricerca accademica e letteraria con un impegno umano ed esistenziale a favore dei più deboli e di una inculturazione del messaggio evangelico. Teneva lezioni sui grandi poeti lusitani – da Camoes a Sophia De Mello – e commentava i testi della canzoni di Chico Buarque e Caetano Veloso, allora proibiti dalla censura. Avremmo potuto ascoltarlo nelle conferenze per la pastorale dei neri per conto della CNBB (conferenza episcopale brasiliana) oppure nei teatri a dirigere gli spettacoli che i giovani del Movimento dei Focolari mettevano in scena e per i quali scriveva i testi delle canzoni, finendo immancabilmente a ballare frevo o samba sul palcoscenico.

Poi la partenza dal Brasile: la “mitica” Europa diviene dal 1983 la sua nuova patria, e come spesso avviene, i grandi distacchi fecondano l’immaginazione e la poesia. Da quel momento in poi nella voce di Heleno non troveremo tanto la nostalgia per la patria, quella saudade che – al di là dei luoghi comuni – molti ritengono essere una cifra caratteristica della brasilianità, ma – come dice di lui Sophia de Mello – la sua poesia diviene cammino, ricerca e contemporaneamente diario di quel cammino e ricerca.

Ciò che Heleno cercava era una nuova origine – e lo esprime in almeno due poesie di questa raccolta (Per Firenze, pag. 86 e Firenze 1994 , pag 96).

Heleno è stato un poeta del dialogo tra mondi diversi e perciò non si è fermato alla semplice constatazione critica dell’Occidente opulento – elemento pur presente nella sua poesia – ma è stato in grado di cercare più a fondo:

(…)
Per questo non badai al mio dolore
né al ricordo di lotte e del fiorino
cercai il bianco nel verde marmoreo
cercai in santi pittori e poeti.
(…)
(Firenze 1987 – da Se fosse vera la notte)

Anche grazie a tale atteggiamento esistenziale questo poeta brasilianissimo, anzi nordestino, ha riattualizzato in certo modo il “mito” di Firenze ed è giunto contemporaneamente al cuore della sua poetica, al centro della sua ricerca esistenziale e religiosa trovando le parole per dire l'”Anima”:

E di Firenze rimane solo anima.
Tutte le sue forme – anima.
Le personalità – anima.
Giambologna e Michelangelo – anima.
La leggerezza di Palazzo Vecchio – anima.
Lo stupore, la cupola, il battistero – anima.
(…)
Firenze
luna e giglio
luce e norma
fiore e forma
spazio degli dei
porto dei Tre
Beatrice
cauterio.
(Da As sombras de Olinda, 1997, Ed. Caminho, Lisbona)

“Anima” non è, lo si capisce subito, soltanto una dimensione intima, privata, ma è anche realtà collettiva, ecclesiale e sociale dove può avvenire l’incontro tra le diversità:

(…)
Firenze bianco centro di un mondo
dove si può cantare senza il pianto
perché gli dèi e il Verbo ci procurano
la strada felice di un incontro
che si è rotto e canta come Orfeo
perché gli uomini non sono trinitari
e ancora si scordano l’uno e il molteplice
che si stagliano nelle loro strade.
(..)
(Firenze 1987- da Se fosse vera la notte)

Tra il 1983 e l’anno della sua morte, il 1995, Heleno divide la sua vita in un andirivieni tra Firenze e Lisbona, la città nella quale lavorava alla sua tesi di dottorato. E scrive. Scrive in portoghese e in italiano, traduce e si autotraduce. La mole dei suoi manoscritti riporta fedelmente un lavoro ininterrotto di varianti e rifacimenti in italiano e portoghese, una fatica di traduzione che non è soltanto linguistica ma diremmo esistenziale, culturale. Mia Lecomte, filologa, critico e poetessa, ha colto in questo poeta – che potremmo definire intrinsecamente “interculturale – una capacità di creazione del proprio codice, di dislocazione del proprio mondo poetico in una lingua altra, che lo rende per questo testimone di: – “Un nuovo Umanesimo, non fondato, come si è ipotizzato, sul sincretismo religioso o la fusione di capitalismo e comunismo, ma sulla cognizione e il riconoscimento di identità multiple (…) Si tratta di elaborare una cultura planetaria che contempli necessariamente il diritto alla differenza.” (dalla postfazione del volume Se fosse vera la notte.)

La scoperta poetica ed esistenziale della “realtà dell’anima” come “sfondo” archetipico della sua africanità e brasilianità – “Grande poeta della negritudine che non vide mai i villaggi azzurri di cui parla Senghòr” Così Sophia de Mello nella sua introduzione alla raccolta portoghese As sombras de Olinda del 1997 – divenne per Heleno un principio orientatore dello sguardo, della visione, una poetica e un atteggiamento conoscitivo che cerca di rendere ragione del fatto che ogni sguardo sull’altro, su ogni altrove è necessariamente sostanziato di reciprocità e necessariamente trasforma la prospettiva dell’osservatore. Ne è evidente testimonianza la prima sezione della silloge, intitolata Galabya. Nate dall’esperienza di un viaggio “non turistico” in Egitto, le brevi ed essenziali composizioni si distinguono nettamente dallo stile spesso ridondante e immaginifico del resto della raccolta: prevale il senso che Simone Weil – presentissima nel mondo culturale di Heleno – attribuisce al termineattenzione; in Heleno lo sguardo è crocifisso

In questo lembo di terra
Più antico di Cristo
E della scoperta della mia America

Vorrei passare come una tela
Su cui lo sguardo crocifisso

Spegne gli idoli
(p.33)

L’Egitto e Kafr-el-Dawar – piccolo sobborgo di Alessandria nel quale soggiornò ospite di una famiglia di amici emigrati in Italia – sono il luogo nel quale Heleno poeta migrante compie un altro fondamentale decentramento, simile a quello avvenuto a Firenze:

Dopo aver visto
Kafr-El-Dawar

La moltitudine
Il volto del Servo

Ho cancellato
Gli amori.

Firenze
Chi ti conosce?
(…)
(p.28)

L’impatto è così forte da relativizzare in certo senso l’intera esperienza poetica ed esistenziale del Nostro:

Prendi con te l’oro
I volti
L’immanenza

Perfino i semi del Verbo
La bellezza
La via.
Gente che passa.
Raccogli la poesia
E deponila ai suoi piedi.

Nella voce di Heleno si intrecciano in modo indissolubile la poesia, la riflessione storica e sociale, la mistica; per questo certi suoi esiti possono avvicinarlo a poeti religiosi – viene in mente David Maria Turoldo – con un particolare accento profetico: la testimonianza dell’idea di “uomo mondo” e “uomo planetario” lanciata fin dagli anni ’70 in ambito cattolico da personaggi come Chiara Lubich e Ernesto Balducci e che in questi tempi ha la forza di una provocazione. Ma occorrono persone che incarnino in vita e parole le profezie. I poeti, appunto, come Heleno. La morte, che ha posto fine alla parabola del Nostro, ci consegna quindi un semplice ma solenne compimento che negli ultimi anni egli esprimeva con le parole di Ugo di San Vittore:

– “L’uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante, colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero.”

Settembre 2003

giovanni avogadri

La poesia di Heleno è un mondo nello stesso tempo uno e molteplice. È contemporaneamente un cammino e il diario di quel cammino.

(Sophia de Mello Breyner Andresen)

Uno sconosciuto poeta brasiliano che viene scoperto e pubblicato post mortem da colei che era stata il suo “mito” poetico, Sophia de Mello Breyner Andresen, altissima voce poetica del mondo lusitano. Un poeta che ha vissuto e narrato con la sua poesia almeno tre mondi culturali, il Brasile, il Portogallo (il “porto della fine del mondo”, Lisbona), e l’Italia (Firenze e Venezia). Adesso la collana “Cittadini della poesia”, diretta da Mia Lecomte e Francesco Stella (Zone ed. Roma) presenta Se fosse vera la notte, raccolta di poesie in italiano. Ma chi era Heleno Oliveira?

Era nato nel 1943 a Santa Clara, un paese nell’entroterra di Olinda-Recife (Brasile), da padre di origine spagnola e madre proveniente da una colta e raffinata famiglia afrobrasiliana. Ha aderito in giovane età al Movimento dei Focolari, impegnandosi nella fondazione delle comunità del Movimento in tutto il Brasile. A Belem è diventato professore di letteratura portoghese, incarnando l’immagine originale di un intellettuale cristiano che ha coniugato la ricerca accademica e letteraria con un impegno umano ed esistenziale a favore dei più deboli e di una inculturazione del messaggio evangelico. Teneva lezioni sui grandi poeti lusitani – da Camoes a Sophia De Mello – e commentava i testi della canzoni di Chico Buarque e Caetano Veloso, allora proibiti dalla censura. Avremmo potuto ascoltarlo nelle conferenze per la pastorale dei neri per conto della CNBB (conferenza episcopale brasiliana) oppure nei teatri a dirigere gli spettacoli che i giovani del Movimento dei Focolari mettevano in scena e per i quali scriveva i testi delle canzoni, finendo immancabilmente a ballare frevo o samba sul palcoscenico.

Poi la partenza dal Brasile: la “mitica” Europa diviene dal 1983 la sua nuova patria, e come spesso avviene, i grandi distacchi fecondano l’immaginazione e la poesia. Da quel momento in poi nella voce di Heleno non troveremo tanto la nostalgia per la patria, quella saudade che – al di là dei luoghi comuni – molti ritengono essere una cifra caratteristica della brasilianità, ma – come dice di lui Sophia de Mello – la sua poesia diviene cammino, ricerca e contemporaneamente diario di quel cammino e ricerca.

Ciò che Heleno cercava era una nuova origine – e lo esprime in almeno due poesie di questa raccolta (Per Firenze, pag. 86 e Firenze 1994 , pag 96).

Heleno è stato un poeta del dialogo tra mondi diversi e perciò non si è fermato alla semplice constatazione critica dell’Occidente opulento – elemento pur presente nella sua poesia – ma è stato in grado di cercare più a fondo:

(…)
Per questo non badai al mio dolore
né al ricordo di lotte e del fiorino
cercai il bianco nel verde marmoreo
cercai in santi pittori e poeti.
(…)
(Firenze 1987 – da Se fosse vera la notte)

Anche grazie a tale atteggiamento esistenziale questo poeta brasilianissimo, anzi nordestino, ha riattualizzato in certo modo il “mito” di Firenze ed è giunto contemporaneamente al cuore della sua poetica, al centro della sua ricerca esistenziale e religiosa trovando le parole per dire l'”Anima”:

E di Firenze rimane solo anima.
Tutte le sue forme – anima.
Le personalità – anima.
Giambologna e Michelangelo – anima.
La leggerezza di Palazzo Vecchio – anima.
Lo stupore, la cupola, il battistero – anima.
(…)
Firenze
luna e giglio
luce e norma
fiore e forma
spazio degli dei
porto dei Tre
Beatrice
cauterio.
(Da As sombras de Olinda, 1997, Ed. Caminho, Lisbona)

“Anima” non è, lo si capisce subito, soltanto una dimensione intima, privata, ma è anche realtà collettiva, ecclesiale e sociale dove può avvenire l’incontro tra le diversità:

(…)
Firenze bianco centro di un mondo
dove si può cantare senza il pianto
perché gli dèi e il Verbo ci procurano
la strada felice di un incontro
che si è rotto e canta come Orfeo
perché gli uomini non sono trinitari
e ancora si scordano l’uno e il molteplice
che si stagliano nelle loro strade.
(..)
(Firenze 1987- da Se fosse vera la notte)

Tra il 1983 e l’anno della sua morte, il 1995, Heleno divide la sua vita in un andirivieni tra Firenze e Lisbona, la città nella quale lavorava alla sua tesi di dottorato. E scrive. Scrive in portoghese e in italiano, traduce e si autotraduce. La mole dei suoi manoscritti riporta fedelmente un lavoro ininterrotto di varianti e rifacimenti in italiano e portoghese, una fatica di traduzione che non è soltanto linguistica ma diremmo esistenziale, culturale. Mia Lecomte, filologa, critico e poetessa, ha colto in questo poeta – che potremmo definire intrinsecamente “interculturale – una capacità di creazione del proprio codice, di dislocazione del proprio mondo poetico in una lingua altra, che lo rende per questo testimone di: – “Un nuovo Umanesimo, non fondato, come si è ipotizzato, sul sincretismo religioso o la fusione di capitalismo e comunismo, ma sulla cognizione e il riconoscimento di identità multiple (…) Si tratta di elaborare una cultura planetaria che contempli necessariamente il diritto alla differenza.” (dalla postfazione del volume Se fosse vera la notte.)

La scoperta poetica ed esistenziale della “realtà dell’anima” come “sfondo” archetipico della sua africanità e brasilianità – “Grande poeta della negritudine che non vide mai i villaggi azzurri di cui parla Senghòr” Così Sophia de Mello nella sua introduzione alla raccolta portoghese As sombras de Olinda del 1997 – divenne per Heleno un principio orientatore dello sguardo, della visione, una poetica e un atteggiamento conoscitivo che cerca di rendere ragione del fatto che ogni sguardo sull’altro, su ogni altrove è necessariamente sostanziato di reciprocità e necessariamente trasforma la prospettiva dell’osservatore. Ne è evidente testimonianza la prima sezione della silloge, intitolata Galabya. Nate dall’esperienza di un viaggio “non turistico” in Egitto, le brevi ed essenziali composizioni si distinguono nettamente dallo stile spesso ridondante e immaginifico del resto della raccolta: prevale il senso che Simone Weil – presentissima nel mondo culturale di Heleno – attribuisce al termineattenzione; in Heleno lo sguardo è crocifisso

In questo lembo di terra
Più antico di Cristo
E della scoperta della mia America

Vorrei passare come una tela
Su cui lo sguardo crocifisso

Spegne gli idoli
(p.33)

L’Egitto e Kafr-el-Dawar – piccolo sobborgo di Alessandria nel quale soggiornò ospite di una famiglia di amici emigrati in Italia – sono il luogo nel quale Heleno poeta migrante compie un altro fondamentale decentramento, simile a quello avvenuto a Firenze:

Dopo aver visto
Kafr-El-Dawar

La moltitudine
Il volto del Servo

Ho cancellato
Gli amori.

Firenze
Chi ti conosce?
(…)
(p.28)

L’impatto è così forte da relativizzare in certo senso l’intera esperienza poetica ed esistenziale del Nostro:

Prendi con te l’oro
I volti
L’immanenza

Perfino i semi del Verbo
La bellezza
La via.
Gente che passa.
Raccogli la poesia
E deponila ai suoi piedi.

Nella voce di Heleno si intrecciano in modo indissolubile la poesia, la riflessione storica e sociale, la mistica; per questo certi suoi esiti possono avvicinarlo a poeti religiosi – viene in mente David Maria Turoldo – con un particolare accento profetico: la testimonianza dell’idea di “uomo mondo” e “uomo planetario” lanciata fin dagli anni ’70 in ambito cattolico da personaggi come Chiara Lubich e Ernesto Balducci e che in questi tempi ha la forza di una provocazione. Ma occorrono persone che incarnino in vita e parole le profezie. I poeti, appunto, come Heleno. La morte, che ha posto fine alla parabola del Nostro, ci consegna quindi un semplice ma solenne compimento che negli ultimi anni egli esprimeva con le parole di Ugo di San Vittore:

– “L’uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante, colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero.”

Settembre 2003