Racconti e poesie

Silloge (parte III)

20)

È per l’ubriachezza dell’assenza
che ci ricordiamo di vivere sempre.
Per quel momento dove il fiato s’arresta
e le mani si fanno pianura di ghiacciaio.

Poi, si risanano le memorie come lunghe
orazioni da fissare sul piano del marmo.
E sappiamo – finalmente – d’essere soli
nell’eterno esistere della nuda presenza.

La bellezza ci richiama, di lacrimazione
contaminata, a riordinare immagini remote.

Il muretto della casa – sopra il quale la mia mano
posava – sentiva il calor fatuo del sole di giugno,
e racchiuse in sospensione l’estate a mezzogiorno.

Un procedere d’intermittenze l’upupa ci donava.
Tuttavia, risiede quell’istante di dolcissima apatia
nei sempre celesti angoli del profondo ricordare.
21)

Mi piaceva cadere sulle tue ali
quando le lingue della mia mente
si aggrappavano al cuore,
e sprofondavo come lava
su me stessa e mi stringevo
negli angusti angoli di pietra.

Sei sempre la mia ala,
e la sua impronta
è altare di preghiera
nel silenzio siderale.
22)

Amore che nelle notti tremi
per incessanti paure di senso.
Ti ritrovi a pensare a concetti
d’altissime vedute e spaventi.

La vita la morte e dopo cosa?

Enigmi d’eterna pazienza
che le notti han resi veri.
Per tutti da sempre le stesse
domande in fila in tante vite.

Amore che dormi nell’inquieto vivere
sempre t’ascolto e con te impaurisco.
23)

Penetrata la luce dentro i rami
ho per caso scoperto la malinconia
nel luogo esatto dove ho conosciuto
la gioia.
Capita anche a me di leggere Wislawa
e di pensare al suo piccolo sorriso,
superbo come un generoso tramonto
dopo un pesante pensiero di vita.

Settembre ama il fruscio dei pensieri
e il calare del sole dentro una nostalgia.
Settembre, la lontananza è giunonica
come il letargo nel cuore in inverno.
24)

Sono nuova, qui,
ad aspettare questi occhi
passare, lungo traiettorie
di futuro immaginato.

Se uno straniero calpesta la terra
è per la bramosia dei suoi sogni.

Tue mani, unica familiarità
concessa come dell’acqua
a un prigioniero. Queste tue
mani ancora mi seguono.
Come ombre cinesi sui muri
le prendo anche nel sonno:
una pausa dallo
smarrimento.

Albeggiare delle ore
ancora,le tue mani
cancellano angustie
intersezioni del sogno.

E riconquisto l’aria fresca
di una semplice speranza d’amore.

Nel silenzio dei monologhi
il verbo degenerare ritrae
due che non siamo Noi.
Quando ti tocco è grandine,
dalle terre della mia pelle
alle dune del tuo corpo,
silenziose .

Questa è la figura del terrore,
la gelida mente, blasfema
implora gli anfratti di luce.

Dietro lo sterno
l’origine del movimento.
Concedimelo, qui voglio stare.

 

25)

Provo a riprendere tra le mani tue parole,
viali bianchi incisi di polvere e stanchezza
che ti vedono riposare con la schiena morbida
poggiata come piuma sulla tua quercia già cantata,
con le ginocchia all’aria fresca e le mani pensili
a cogliere le piccole cose da te raccolte nel novero.

Ci guardiamo da due mondi: il linguaggio del silenzio
tesse discorsi nella presenza di noi.

Mi appari lieta e luminosa, margherite sul tuo seno
e la mia guancia ti saluta lacrimosa, gioia luminosa.

Ci siamo incontrate a metà strada, nel sogno della casa
della mia infanzia sempre presente: era l’alba il giorno
il tramonto la notte, ciclico tempo mutevole, stagioni.

Pietra,
tu, parlavi col silenzio di me, a me, nell’attesa
che io sentissi finalmente la tua assenza, per sempre,
Presenza.
Non mi sei lontana se non per spazi, luoghi,
ma ogni parola riletta è una Pasqua di te rinnovata.

 

 

 

 

 

26)

Amore, scusami pure
se sempre ti canto, ti parlo
e ti nomino come una preghiera
dalla sera alla mattina.
M’incoraggi nel giorno
e mi sollevi la notte
perché a me, sai, non piace
quel buio, come tutti
forse sono diretta alla luce.

 

 

 

 

27)

«Dio,perfino i bambini!
Sempre e dovunque i bambini
sacrileghe vittime
dei nostri orgogli di adulti.
Ma forse tutti i soldati
sono bambini»

David Maria Turoldo

 

Non disturbate la mia morte
poiché il suo avvento
sarà più dolce di questo
antico orrore.
È stato l’uomo a definirlo
per non invocarlo col suo stesso nome,
nascosto dietro quella miseria
di parole raggruppate in storie.

Espiare una colpa che non ho potuto
capire, discutere o meglio, rifiutare.

Non ho ancora l’età esatta
per concepire il maligno e capirlo.
Mai l’avrò. Poiché il mio corpo
si è unito a questo vuoto, ora,
chiamato a sospendere respiri.

Ma in questa attuale pienezza,
riconosco le origini della mia casa ,
ora, lasciatemi spazio per giocare.

 

28)
Ti aspetto nella mia fragilità
come notturna presenza che t’ama.
Il sospiro del tuo corpo in lontananza
è apnea del cuore al tuo arrivo.
Gli angeli fingono di dormire.
29)

Ci siamo capite
quando il cielo ha esploso i suoi colori
dentro questi sguardi sul domani.
Si è rivelato il mondo: in una sera celeste
(cerimoniosa presenza di “noi”) mi sei apparsa
come goccia sul ramo dell’alba, opaca, fresca,
mattutina inclinazione d’amore, percezione.
Forse il mondo vuol sapere: come si ama
una donna, come ama una donna devota.
La devozione non è sola questione di fede.
Si pensi a me, che devotamente tingo le notti
con i colori dei nostri umori prepotenti, feroci,
per ricordarmi che qui, nella nostra casa,
non si celebra nulla se non la giustizia del cuore.
E dunque è l’amore: quell’abisso che dicono
duole, quando l’assenza incalza al capezzale
senza chiedere permessi al padrone.
Forse il mondo vuol sapere: come si ama
una donna, come ama una donna devota.
La devozione è pura questione d’amore.

 

 

30)

E di ogni cuore turbato, amato, odiato,
tutte le gioie sentii.

Non so se oggi ha valore la pena
d’essere liquidi come inchiostro
o duri come la nera pietra
del fuoco.

Poi amore mi chiami forte
ché nell’amara parola non sento
più niente
né il cuore né il cielo, né il sospiro,
né il tuo suono che pare
così aperto.

Cosa diveniamo dentro il ponente?
Ad ogni calare di sera l’orizzonte mi chiama,

Perpetua ad ogni alba rinata, ti lavi coll’acqua
del mare di seta, Perpetua che ama la prima
ora nuda della sera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'autore

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Valentina Callista

Nata a Roma il 22 giugno 1983. Attualmente è PhD Scholar in Italian Studies alla University of Reading (UK) che la vede impegnata in un progetto di ricerca sul discorso biblico e mistico nella poesia italiana contemporanea con focus sulla poesia di David Maria Turoldo e Alda Merini. Gestisce il suo blog personale dove pubblica i suoi testi (valentinacalista.wordpress.com).
Premio Palmaria giovane, poesia inedita 3°posto (2006), Premio Claudia Fioroni, poesia inedita 1°posto (2003), Premio Gianfranco Rossi per la giovane letteratura, segnalazione di merito (2011).

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