Interventi

Su tre scrittori transculturali

I testi segnati con asterisco sono inediti

*Su tre scrittori transculturali

La lingua della narrazione

Il 23 e 24 settembre 2016  il Centro Culturale Multietnico “La Tenda” ha festeggiato a Milano il suo venticinquesimo anno di attività, organizzando il convegno ” Dalla lingua per la sopravvivenza alla lingua della creatività letteraria”. Chiudeva il fitto programma della giornata del 24 il dibattito “La lingua della narrazione”, a cui partecipavano la prof. Gabriella Cartago Scattaglia e gli scrittori Abdemalek Smari, Kossi Komla-Ebri e Christiana de Caldas Brito.   Per focalizzare alcuni punti dell’incontro, riportiamo le brevi note introduttive agli interventi dei relatori del coordinatore, Remo Cacciatori.

La precaria proprietà della lingua-casa

Graziella Favaro, nel suo bell’intervento di stamattina, utilizzando la metafora della lingua come casa, ci ha descritto la faticosa strada che il migrante deve percorrere dalla precarietà alla cittadinanza linguistica.  Vorrei utilizzare la stessa immagine, seppure in modo irriverente, per fissare quattro ipotetiche tappe nel possesso della lingua letteraria. 1) Prima della appartenenza culturale e giuridica c’è la sopravvivenza e prima della creatività linguistica c’è la ripetizione, che ne è il contrario. Al suo grado zero, la lingua usata è quasi esclusivamente orale (se si escludono le ardue compilazioni di domande e moduli) e il suo apprendimento non ne prevede la conoscenza: compito dello straniero è ripetere pedissequamente le parole dell’altro, del nativo. Il quale, a sua volta, non mostra alcun interesse nei suoi confronti. Insomma, per il migrante appena arrivato la pratica della nuova lingua è come l’affitto di una casa ammobiliata, dove nulla va toccato. 2) Nella sua seconda fase linguistica, che è poi il suo primo avamposto letterario, il migrante passa dalla necessità del “farsi capire” a quella del “farsi conoscere”. Verso la fine degli anni ’90 i migranti iniziavano a raccontare le loro storie attraverso testi autobiografici, la cui correttezza linguistica, tuttavia, era ancora garantita da tutori italiani, che spesso “traducevano” in buon italiano le loro testimonianze. L’interesse per le loro narrazioni era affidato alla veridicità: in altre parole, chi scriveva incuriosiva più come informatore, qualcuno direbbe “informante nativo” (G.C.Spivak, Critica della ragione postcoloniale, Roma, Meltemi, 2004) che come letterato. Tornando alla metafora della casa, questi scrittori abitavano appartamenti in affitto: se qualcosa andava cambiato, era il proprietario (della casa-lingua) ad approvarlo. 3) Ẻ solo con la terza fase, la seconda della legittimazione letteraria, che lo straniero in lingua italiana si guadagna il suo riconoscimento da scrittore: dal “farsi conoscere” (per quello che scrivi) all’ “essere riconosciuto” (per quello che vali e sei) il salto è importante. Ora chi scrive è uno “scrittore”, che interagisce alla pari col suo lettore. La sua autorevolezza non dipende più dalla attendibilità delle sue storie, ma dalla bravura con cui (vere o false che siano) le confeziona. Potrà finalmente essere padrone della sua casa-lingua? Non del tutto: per abitarla potrà accendere un mutuo, di cinque, dieci, vent’anni, quanti saranno necessari per impossesarsene definitivamente, o per lasciarla. 4) La proprietà completa delle stanze della parola, infatti, richiede un processo lungo, governato soprattutto da fattori esterni ai testi.  Se vuole superare il vaglio delle istituzioni letterarie e passare dal mercato al canone, dallo scaffale dei libri da vendere a quello dei libri da salvare, lo scrittore straniero in lingua italiana dovrà dimostrare di poter fare a meno di certe etichette (migrante, italofono, nascente, diasporico…) che fino a quel momento erano servite a valorizzarlo e che d’ora in avanti diventano un’ingombrante zavorra: quelle stampelle letterarie un tempo servivano a tenerlo in piedi, ma ora, se non eliminate, rischiano solo di segnalarne la precedente invalidità. Poi, per far parte della “letteratura italiana”, dovrà vincere la resistenza del pregiudizio sociale, l’idea, profondamente radicata, che la lingua-casa valga di più se viene ereditata piuttosto che acquisita o guadagnata. “Per il fatto che la mia casa ti piace, forse t’appartiene? ” domanda il nativo al suo interlocutore straniero nel dialogo poetico di Jabés, Il libro dell’ospitalità (Milano, Cortina, 1991, p.57). La risposta dell’altro è pronta e icastica: “La lingua è ospitale. Non tiene conto delle nostre origini: poiché può essere soltanto quello che riusciamo a cavarne, essa diventa quello che noi ci aspettiamo da noi stessi“. Tuttavia certi cognomi che suonano strano al patrio suono della nostra lingua, continuano a evocare terre e cittadinanze lontane e a suscitare diffidenza (cfr. V.Fracassa, Patria e lettere. per una critica della letteratura postcoloniale e migrante in Italia, Roma, Perrone, 2012, p. 103). Infine, il neoscrittore dovrà vedersela da nuove, allettanti fascette editoriali (letteratura postcoloniale, minore, di seconda generazione…), che da una decina d’anni  tendono, ancora una volta,  a pilotare l’interesse verso i suoi libri. Ma questo fa parte di un discorso, che, per fortuna, qui non ci interessa.

Gabriella Cartago e l’energia della lingua

Il denso curriculum della professoressa Cartago, ordinario di Linguistica italiana presso il Dipartimento di Scienze della Mediazione Linguistica e di Studi Interculturali dell’Università degli Studi di Milano, è stato da lei saggiamente diviso in tre ambiti di ricerca: la Lingua Letteraria, la Lingua delle arti e degli artisti e, infine, i Rapporti tra l’italiano e le altre lingue. Questi approcci evidenziano tre aspetti della multiforme vitalità della lingua. 1) Nel settore letterario gli studi della professoressa spaziano da Tommaseo a Manzoni, dagli illuministi italiani alla Ortese. Sotto questa angolazione la lingua appare come un patrimonio identitario, come luogo che conserva le tracce di un passato, in cui una collettività ha definito nel tempo valori e comportamenti da tramandare alle nuove generazione e da confrontare con quelli di altre culture. Tale capitale, in buona parte custodito dalla letteratura, va difeso da chi voglia dimenticarlo o anche solo banalizzarlo o semplificarlo. 2) Ma la lingua non è un oggetto o una sostanza. Con la Lingua delle arti e degli artisti, ad esempio, Gabriella Cartago, che in questa direzione si è occupata, tra gli altri, di Palladio e Bernini commediografo, di cantautori e della scrittura delle guide turistiche, ci insegna che la lingua è uno strumento duttile, sempre “in situazione”, pronta ad adattarsi ai suoi diversi usi, a moltiplicarsi in tante lingue specialistiche, finalizzate a risolvere problemi comunicativi, tecnologici, a esprimere astratte teorie piuttosto che coinvolgenti emozioni. 3) Se la lingua, come forma del mondo, ne plasma i confini, ne detta le differenze, le gerarchie e i valori, essa, a sua volta, è foggiata da chi la usa. La sua forma dialogica la rende inscindibile dai suoi fruitori, di cui assume intenzioni e inflessioni di voce. Così nello studio dei rapporti tra le altre lingue (nel nostro caso soprattutto l’inglese) e l’italiano è possibile cogliere l’interazione di quest’ultimo con i contesti linguistici con cui viene a contatto, individuarne, ad esempio, le tracce in letterati, viaggiatori, traduttori, giornalisti anglosassoni e, viceversa, scoprire la presenza di stranierismi e anglicismi in autori italiani oppure le loro impacciate sostituzioni  nei romanzi italiani pubblicati in epoca fascista.  Ẻ in quest’area di studi che si collocano i saggi della nostra studiosa  che affrontano il tema attuale dell’italiano come lingua utilizzata da scrittori immigrati o di seconda generazione. A proposito di questa continua, camaleontica disponibilità della lingua a lasciarsi contaminare, permettetemi di citare alcuni versi presi dal primo dei quattro quartetti di T.S.Eliot: “Le parole si stirano/ si crepano e a volte si rompono, sotto il peso,/ sotto la tensione, scivolano, scorrono, muoiono,/ deperiscono per l’imprecisione, non stanno al loro posto,/ non stanno ferme” (T.S.Eliot, “Quattro quartetti”, Milano, Garzanti, 1982)

Abdelmalek Smari e la costanza della polemica

Presentando i nostri tre scrittori, come nell’introdurre la prof. Cartago, non ne farò l’elenco delle opere; invece, nel loro caso, cercherò di sintetizzarli in un termine e in un genere letterario, che, a mio avviso, li caratterizza maggiormente. Non è detto che queste parole rappresentino quello che veramente c’è nei loro testi, ma senz’altro esprimono quello per cui mi piacciono. Naturalmente si tratta di un’operazione provocatoria, discutibile e riduttiva, ma compatibile con i pochi minuti che mi spettano e, penso, con il clima colloquiale e affabile di questo incontro. A proposito del quale voglio anche far presente un mio personale imbarazzo a presentare come “ospiti”, quelli che in realtà sono autorevoli padroni di casa, avendo tutti collaborato da sempre alle iniziative de “La tenda” e ai numeri de “el Ghibli”.

Essendomi imposto di sintetizzare in una parola la vasta attività di Abdelmalek Smari, scrittore di origine  algerina, poeta, drammaturgo, traduttore, sceneggiatore, proporrò il vocabolo “polemica”, che associo alla vis polemica di certi scrittori “scomodi” come Pasolini o Sciascia. Per questi autori la letteratura non si fa coi buoni sentimenti e l’intellettuale non è mai organico a una bandiera, non fa sconti a nessuno e ce n’ha per tutti. Ciò comporta, in Smari, un sofferto  ma compiaciuto senso di non appartenenza, di chi si sente “cadere tra due sedie”, per usare un’espressione di Salman Rusdhie (Patrie immaginarie, Milano, Mondadori, 1994), perennemente straniero: alle due sponde dei mondi di cui fa comunque parte, ma anche alla folla (“l’imperialismo della moltitudine”, il dominio delle “anime morte” per usare alcuni suoi termini) che attraversa quotidianamente. La sua intransigenza intellettuale ne fa un “occidentalista” (titolo scelto per un  suo romanzo), un distaccato, puntiglioso osservatore dei costumi occidentali, mentre la sua intransigenza politica lo porta a scontrarsi con ogni forma di potere, istituzionale, religioso, accademico, massmediatico e a diffidare delle coercizioni  imposte dall’ordine del discorso, che tende a ridurre a entità coese e facilmente comprensibili realtà articolate e complesse (l’immigrazione, il mondo islamico, l’occidente…). La pratica della scepsi, la sistematica, scettica, messa in dubbio di ogni verità e il pessimismo che l’accompagna (“Come non essere pessimisti se la realtà è pessima?” diceva Sciascia) in Smari si sposano perfettamente con la natura teatrale, conversazionale della sua scrittura. Il dibattito, l’arringa, la caparbia confutazione delle tesi dell’altro sono caratteristiche tipiche del pamphlet, il testo satirico di denuncia, che, nel suo caso, assume le coloriture della “sotie” (ancora una volta un genere caro a Sciascia), una forma particolare di libello polemico, in cui la denuncia è acre e amara, ma  chi critica non se ne chiama fuori, non si prende sul serio, mostrandosi spietato e inattendibile nello stesso tempo.  Come un doloroso buffone, infatti, il narratore dice e nega, portando la sua disarmante sfiducia alle estreme conseguenze di un razionale paradosso. Dopo tutto questo, inutile dire che l’approccio alla lingua del nostro autore è quantomeno guidato dal sospetto. Per lui la lingua è come una fortezza inespugnabile, in cui ogni parola, ogni regola hanno “una profondità millenaria” (http://www.el-ghibli.org/letteratura-e-potere/). Per lo straniero che la deve apprendere e per lo scrittore che se ne vuole servire, essa presenta il fondo indecifrabile dei reperti archeologici, una oscura potenzialità, che resta comunque inaccessibile e ingovernabile.

Per ulteriori informazioni sull’autore, cfr. www.malikamin.net

Kossi Komla-Ebri e le strategie dell’intercultura

Anche nel caso dello scrittore togolese Kossi Komla-Ebri, da più di quarant’anni in Italia, focalizziamoci sulla parola e sul genere, con cui, ironicamente, compattiamo i suoi innumerevoli lavori letterari e le sue svariate iniziative sul fronte dell’impegno civile e politico. Certamente è costante nei suoi testi e interventi la consapevolezza della sua identità “traversa” (per usare il termine di un suo racconto) di “eterno esiliato”, “incastrato nella morsa di due culture”, “inquilino di due patrie” ecc., ma tutto ciò, a differenza di Smari che lo vive come problematica assenza di legami, produce in  Komla-Ebri un benefico senso di pluriappartenenza a più culture, tra le quali esprime l’ottimistico desiderio di farsi ponte. La parola, quindi, che gli affibbiamo è “mediazione”, nella accezione, in particolare, di legame interculturale. In questa direzione, infatti, il nostro autore ci tiene a prendere le distanze non solo dall’ “intraculturalismo” (con cui, nella logica del melting pot, la cultura dominante tende ad assimilare le espressioni delle culture ospitate), ma anche dal “multiculturalismo”, in cui, come in un mosaico, c’è coesistenza senza interazione (cfr. P.Pedroni, Kossi Komla–Ebri and Migrant Writing in Italy   in “Matatu. Journal for African Culture and Siciety”, v.36, n. 1, 2009, pp. 19-33). Mentre nella società multiculturale i valori della convivenza sono definiti da “politiche dell’identità”, ciascuna delle quali resta legata al suo gruppo di appartenenza (come in un condominio, dove “qualcuno vive al primo piano, qualcuno al secondo, qualcuno al terzo e non c’è alcun contatto”) nelle dinamiche interculturali i rapporti si rifanno a una piattaforma di valori e di diritti comuni, che, secondo Komla-Ebri, attingono a bisogni, finalità, sentimenti universali. La ricerca di fondamenta comuni non elimina le differenze tra i popoli, ma invita alla reciproca tolleranza (come avviene nella “tana del porcospino”, dove per tutti gli ospiti è importante trovare l’equilibrio che permette di scaldarsi senza pungersi). Questo spirito di fratellanza è alla base anche dei brevi racconti di Imbarazzismi, nei quali Kossi Komla-Ebri mette alla berlina i pregiudizi, di cui sono tuttora vittime gli immigrati. Nel resoconto di questi episodi di razzismo, infatti, il malinteso involontario prevale sulla cattiveria, l’ignoranza sulla consapevole discriminazione e, ancora una volta, è una bonaria ironia a permeare la denuncia, consapevole com’è lo scrittore che “ridere è uno strumento straordinario: fa luce nelle tenebre”. A questo punto si potrebbe dire che lo humor è il registro che caratterizza il genere dominante nella produzione letteraria del nostro autore, ma preferisco mettere in luce un altro suo aspetto, partendo dal suo intento di scrivere per “aprire la finestra sugli usi e costumi della propria terra”, nel quale il bisogno personale di tenere viva la memoria delle sue tradizioni si fonde con quello interculturale di farle conoscere agli altri. E questa finalità ispira molti romanzi e racconti di Komla-Ebri, dove storie di saggi guaritori, di miracolosi cerimoniali vudu si intrecciano con quelle di amori, gelosie, rancori universali. Nel trattare questa materia il rischio dell’esotismo, la tentazione di raccontare agli occidentali l’Africa che essi vogliono vedere, misteriosa e irrazionale, sensuale e selvaggia erano a portata di mano. Ecco allora che Komla-Ebri ha fatto ricorso al genere che, secondo me, gli si addice particolarmente e che lo mette in salvo da possibili cadute nell’estetismo dell’altrove: la favola (attenzione, non la fiaba, che al contrario incoraggia fughe in sopramondi). Il  repertorio tematico di miti e leggende, il tono di voce necessario al loro narratore e la riflessiva postura richiesta al loro lettore creano i presupposti di una distanza che, da una parte esorcizza il pericolo di orientalismi e dall’altra permette la comunicazione di un messaggio morale, in sintonia con l’universalismo valoriale caro al nostro autore. Il quale attraverso quella che lui chiama “oralitura” (http.//www.giuntiscuola.it/sesamo/cultura-e-società/dell’oralitura/) dà a queste storie il ritmo cerimonioso e arcaico di una lingua sapienziale, che traduce per iscritto l’oralità di clausole rituali, proverbi, formule della conversazione quotidiana.

Per ulteriori informazioni sull’autore, cfr.

  http://www.kossi-Komlaebri.net/images/Documenti/tesi-beluschi.pdf

Christiana de Caldas Brito e la scrittura emotiva

Christiana De Caldas Brito, scrittrice brasiliana, che ha vissuto negli Stati Uniti, in Argentina, in Austria, ma che da moltissimi anni abita a Roma, è un’altra autrice polimorfa, la cui produzione sottoporremo al drastico ridimensionamento di un nome e di un genere. Nei suoi testi, come in quelli degli scrittori che l’hanno preceduta questo pomeriggio, è forte la presenza di personaggi emarginati, vittime di forme di discriminazione e di sfruttamento, la cui subalternità, tuttavia, non dipende tanto da connotazioni etniche: i suoi stranieri sono individui spesso senza identità, senza voce e senza patria, oggetto di solitudini esistenziali, di disuguaglianze sociali prima che razziali. Non a caso tali forme di marginalità sono declinate al femminile: nei suoi testi sono le donne, che  da una parte portano il peso delle ingiustizie e, dall’altra, ne alleviano il carico e hanno cura delle ferite inferte. Ed è proprio la parola “compassione” che propongo di assumere come chiave interpretativa delle sue opere. Con questo termine, che potremmo chiamare anche pathos o empatia, intendo la capacità di saper cogliere la fragilità umana, il cui riconoscimento per qualcuno è la caratteristica costitutiva del nostro statuto ontologico di uomini e donne  (A.Cavarero, Orrorismo ovvero della violenza sull’inerme” Milano, Feltrinelli, 2007, p.30).  Nei testi della de Caldas Brito, tale sensibilità verso ogni individuo vulnerabile  passa attraverso una scrittura emotiva, che a monte parte dalle insicurezze affettive dei personaggi (come dice la protagonista di un racconto della raccolta Qui e là, alter ego della scrittrice: “Il mio lavoro consiste soprattutto nell’avvicinare le persone alle proprie emozioni. Non è facile. Spesso le emozioni sono coperte da convenzioni sociali, da abitudini, da convivenze sbagliate o semplicemente da un’inerzia stagnante. Ricevo persone di varie età, uomini e donne in situazioni difficili, in preda alla depressione o con attacchi di panico, adolescenti ribelli, ragazze anoressiche. Accompagno queste persone in un incerto e lungo viaggio pieno di sorprese” “) e a valle tocca l’affettività del lettore, coinvolgendolo in una stanca e piacevole tristezza, che in Portogallo ha il nome di saudade, la “nostalgia del futuro”, come la chiama Tabucchi (che in portoghese ha scritto un romanzo). Ẻ uno stato d’animo complesso, ricco di umanità, che mescola malinconia e speranza, legato, ancora una volta, all’esperienza della migrazione e della lontananza, quella ad esempio dei marinai e delle loro donne, che, di fronte al mare, provano la tristezza del ricordo e il sogno dell’attesa. Tale nota malinconica non deborda mai nel sentimentalismo melò, ma, soprattutto nei racconti, è tenuta in sordina, spesso grazie a un’abile amalgama con i toni del fantastico. Questo genere narrativo, nella tradizione del realismo magico sudamericano, può assumere valenze anche politiche, perchéa volte è, in certe nazioni, l’unica forma di parlare dei diritti di ogni essere umano” (www.societadelleletterate.it/2013/03/intervista-a-christiana-de-caldas-brito/), come a dire che, quando è impossibile competere con l’avversario sul piano della forza, si può quantomeno disarmarlo delle sue certezze, sparigliando le regole del gioco della realtà. Infine, le  potenzialità sovversive dei testi della nostra autrice non sono solo affidate al genere fantastico, ma anche  al particolare uso della lingua di adozione. Infatti l’italiano della de Caldas Brito, proprio perché le si offre libero dalla sua storia e dalle sue stratificazioni a lei sconosciute, a volte si presta a gioiose e dissacranti forme di sperimentalismo (che in alcuni casi si materializza nell’impiego del “portugliano”). Ẻ il contrario di quanto avviene nell’approccio deferente e diffidente di Smari. Il romanziere keniota Ngữgἶ  Thiong’o, che è tornato a scrivere solo nella proprio dialetto nativo, il  gĩkũyũ, sostiene che praticare due lingue è come avere due genitori divorziati (Decolonizzare la mente, Milano,  Jaca Book, 2015). Christiana de Caldas Brito, invece, vede nella seconda lingua una benevola matrigna, che affianca la madre-lingua nella cura dei figli, anche se non sono biologicamente suoi (M.C.Mauceri, Le parole liberano l’anima. A colloquio con Christiana de Caldas Brito, in “Kúmá. Creolizzare l’Europa”, n. 8, 2004. http://www.disp.let.uniromal.it/kuma/SEZIONI/ POETICA/kuma8 2004). Insomma, potremmo dire che nei suoi testi  anche l’italiano si mostra compassionevole a chi gli chiede una mano.

 

L'autore

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Remo Cacciatori

Remo Cacciatori, attualmente insegnante in pensione, è stato docente di scuola media superiore e animatore di numerosi progetti nell’ambito della formazione e dell’editoria scolastica, per la quale ha pubblicato antologie e curatele. Professore a contratto dal 2007 al 2016 presso Università degli Studi di Milano, si occupa di problemi di teoria del romanzo e di narrativa del Novecento.