Stanza degli ospiti

Tavole sul mar bianco

 

La liberté guidant le peuple di Géricault assomiglia molto a queste zattere sul Mediterraneo. Il quadro è stato oggetto di tante analisi per quella donna a seno scoperto, la libertà, la comunità, poi la Francia. Miraggi di ideologie sbattuti dalle onde. Tirate a riva da pescherecci. Affogate dentro il mare dell’indifferenza.
Eppure, niente di tutto questo mi viene in mente quando penso ai profughi. A me viene in mente il profumo di riso e di un aroma speziato a cui non so dare un nome. “Che le tue mani siano benedette”.

1 – Ellerine Sağlik
I profughi siriani mi hanno offerto da mangiare, io ho potuto solo ascoltare le loro storie. Rientrata da tre mesi a Milano, gli amici di sempre non fanno molte cene. C’è la crisi, una crisi del cuore.
Rientravo dal lavoro sulle scale del residence deserte e mi entrava nel naso un odore pungente che mi apriva lo stomaco. “Besh, dos,…” i dadi del backgamon non sembravano mai fermarsi in quella estate di lunghe telefonate e istruzioni per strade dove muoversi fuori da Aleppo.
Al di qua della frontiera, quelle lunghe tuniche nere sembravano fantasmi. Fantasmi che nella notte calda e profumata del mio gelsomino arabo sul balcone, entravano nel cortile della nostra casa.
Il residence animato dalle voci dagli studenti durante l’anno scolastico appena trascorso, giaceva nel suo silenzio bianco e si tingeva di profumi che uscivano dalle mani di fantasmi. “Che le tue mani siano benedette”.

2 – Dum, tek
Silvia è appena tornata da un centro della Caritas in Gibuti per bambini di strada migranti che vivono tra violenze e sogni drogati. Vengono attraverso lo Yemen. “Per esempio lo Yemen era uno dei ‘failed states’, insegnavo ai miei studenti. E tutti sgranavano gli occhi al potere delle definizioni in inglese. Lasciavo che quella parola lievitasse nell’aria e che negli occhi dei più intelligenti si accendesse la curiosità e il disappunto di aver qualcosa da imparare da una donna occidentale.
Cos’è? Esiste uno stato fallito? Ieri sera il telegiornale ha parlato brevemente della guerra in Yemen, per poi dedicare un lungo servizio a una notizia di cronaca che veniva dalla Svizzera, dove qualcuno ha ucciso la famiglia.
Le guerre, una roba tra sciiti e sunniti, che si ammazzino tra di loro. Dov’è lo Yemen sulla cartina? La cartina non c’è. It’s blowing in the wind.
I giornalisti del tg non illustrano i contenuti della riforma della scuola, solo le opinioni di politici vari di cui non riconosco le facce. Le politiche sono sparite, è rimasto un tifo da stadio, di una parta o dell’altra su quelle facce da vip, per me anonime.
Sono ritornata in un’Italia priva di contenuti. La forma delle nostre bellezze risplende tra cuori incapaci di battere insieme.
Uno degli esercizi spirituali che mi avevan consigliati gli amici Bektashi era di suonare questa specie di tamburello. Ho imparato a cantare, riprodurre ghiribiri di melodie come le piastrelle dell’arte che ricopre palazzi e moschee; intrecciando la mia voce alla voce di strumenti e a quella tranquilla come il mare senza vento di Memduh. Sentivo il suo cuore attraverso la sua voce. Ho imparato a sentire, ma non a suonare. “Dum, tek, pausa, dum, dum, tek”, 5/8; continuerà a risuonarmi nel cuore.

3 – Clusters di periferie
Sto leggendo un giallo di una tedesca che parla della mia Istanbul. O meglio della Istanbul che frequentano i turisti, solo i quartieri buoni, i ristoranti e turgidi cazzi scuri. Un romanzo che mi ha divertito per la sua ricerca di correttezza politica nell’Istanbul dei quartieri secolari, dove non si legge mai del suono di un richiamo alla preghiera e si ha quasi timore a definire Eminönu un quartiere povero. Le povertà sono altre e si estendono lontano dai sette colli di Bisanzio, nei tentacoli al di là di quello stretto di mare che la nostra protagonista non attraversa.
Le povertà attraversano ora il cuore della città con bimbi siriani che ti si aggrappano addosso. Non sono solo ai margini. Son nel cuore di Istiklal. A Istanbul, prima dell’arrivo dei profughi, avevo visto solo gatti frugare tra i rifiuti.
In Anatolia c’era una bambina curda. L’ho portata in farmacia per curarsi una ferita all’occhio e la commessa non voleva curarla. Ho dovuto chieder imperiosamente in inglese del proprietario, litigare alla turca.
Ma poi, il giorno dopo le creme erano sparite, l’occhio era di nuovo pesto. La moglie etiope di Tom le ha fatto un bagno e comprato vestiti nuovi, ma coi vestiti nuovi non si può chiedere la carità. Fuori da quell’autobus di noi gente ingiacchettata a forza con la sua mano e il suo corpo tesi.
Due fratelli a cui portava tutto. Chissà se la fanno già prostituire? Ho scordato il suo nome, ma non la mia vergogna. La mia incapacità di aiutarla a venire via.
La mandavano via anche dalla tavola offerta per rompere il digiuno dal Ramadam. Eppure non dovrebbe essere dove trovano rifugio tutti? Dove i pariah are coming from the cold? I condizionali delle carità son verbi della grammatica comune without borders. Anche della mia, che porto un buco nel cuore.
Silvia aveva la voce fiebile e tremava d’emozione ieri parlando del suo tempo trascorso in Gibuti: “noi non portiamo niente là, non possiamo fare niente. Solo portiamo via qualcosa, queste esperienze trasformano le nostre vite”.
Poi l’intervistatore gli ha chiesto di tradurre questo in esempi e si è scaduti nella logica cristiana che lui voleva sentire. I condizionali delle carità son verbi della grammatica comune. Anche della mia. Carità pelosa, carità colpevole, carità da pancia piena. La panza chena, mi piace la panza chena, cantavano i Cani Pomisi salentini.
– Rights & wrongs
Cerco di scrivere una lista delle cose di cui dovrei parlare.
• Fortezza Europa
• i nomi dei morti come uno Zkr nel video che ho appena visto al festival milanese di Docucity, tra docenti bianchi che invitavano le testimonianze di stranieri scuri a politicizzare il colore della gerarchia intellettuale italiana
• i corpi stipati sulle navi nelle foto viste dall’alto
• la vergogna dei campi di concentramento per chi non ha documenti fatti da un altro stato
• quest’epoca passerà alla storia per il massacro dei corpi affogati e i vostri nipoti vi chiederanno, increduli: “come avete fatto a stare senza fare niente?” come noi ce lo chiediamo dei lager nazisti
• le foto di Jalil dei migranti ganesi in un centro di detenzione in Libia dove non c’è abbastanza spazio per stendersi a terra per dormire.
• Un ministro donna che va alle Nazioni Unite che dovrebbe tutelare il diritto dei rifugiati a chiedere di affondare i barconi, brutti Caronti, è tutta colpa vostra l’ingiustizia sociale globale, brutti caronte… eravamo il paese di Gramsci.
Eppure, niente di tutto questo mi viene in mente quando penso ai profughi. A me viene in mente il profumo di riso e di un aroma speziato a cui non so dare un nome. “Che le tue mani siano benedette”.
To eat or not to eat? This is the question. Oleyme?

– Ma’am qui gli altri studenti pensano che dobbiamo essere contenti di stare qui perché in Africa non abbiamo da mangiare. Io credo che gli abitanti dell’Africa che si spostano non partono perché non hanno da mangiare. Vanno via perché vogliono studiare o trovare un lavoro e non possono fare quelle cose dal paese dove vengono, anche per la corruzione. E’ la mancanza di diritti e la discriminazione che li spinge spesso a partire.
Prima che iniziasse l’esodo di massa dalla guerra in Siria guardavo negli occhi Jalil e cercavamo di mettere insieme la sua tesi di master sulle strade dell’Africa subsahariana fino al mar bianco.
– E questa è la tua ipotesi Jalil. Devi scriverla nell’introduzione. Ci saranno dei testi che parlano di migrazione e di diritti, fai una literature review di questi testi e vedi cosa dicono loro, sono d’accordo con questa tua interpretazione? Oppure hanno altre idee? Sono i diritti negati a fare da pushing factor?

Fuori la temperatura è salita, ho sete ma non oso bere di fronte a Jalil. Stiamo parlando da ore e la lingua mi si secca. Qui tutti stanno facendo il digiuno, ci saranno quaranta gradi. La mattina esco di casa con un cappello di paglia, come quelli che le dame inglesi usano per andare al mare nei film sulla Toscana. Mentre aspetto l’autobus di servizio che mi porta all’università si potrebbe cuocermi un uovo in testa e non sono ancora le nove di mattina. Il cappello è per non diventare scema. Anche se comincio a dubitare delle mie capacità intellettuali tra gli intrighi bizantini del palazzo universitario dove lavoro in mezzo a un deserto di rocce di una nuova speculazione edilizia. Boum! Si costruisce con la dinamite e le crepe si formano sui muri del mio bell’ufficio. Crepe attraverso cui passano i pensieri e il sudore di questi giorni anatolici.
Come potevo io, europea, aver approvato termini come quelli: “Fortress Europe”, mi chiesero scandalizzati i colleghi turchi alla discussione della tesi del mio pupillo. “Because they are part of the literature”, mi dovetti giustificare. Ero già lontana da lì, dalle nostre lunghe discussioni e da quelle maniche lunghe che ero costretta a portare.
Anche Jalil soffre, vorrebbero insegnargli la maniera giusta di prostarsi per la preghiera, poveracci che non han neanche finito le scuole, mentre lui ha studiato anche filosofia in Egitto. Il suo compagno di stanza Pakistano mi si siede vicino sull’autobus guardando Jalil e dicendo: “noi bianchi” e, cerca di sfiorarmi le gambe. Suvvia, dico: “C’e’ sempre qualcuno più bianco di noi”.

Penso alla pelle bianca degli inglesi e a come ero diventata pallida vivendo lassù. Penso che non potrei fare sesso con un mio studente. Penso che gli uomini che mi ricordo di più della Turchia non sono quelli con cui ho fatto il sesso migliore. Sono quelli con cui ho cantanto, ho girato, son guarita, ho danzato, ho parlato, insegnato, ascoltato, capito. Diversa da quel romanzo tedesco. Chissà perché. Forse non mi son integrata.
Oggi Jalil mi ha scritto. Una volta parlavamo di strade nel deserto e di vie, di una minoranza etnica che costituiva la percentuale maggiore della popolazione emigrata dal Ghana. Mi raccontava di testimonianze che aveva raccolto durante le vacanze estive, gente che beveva il proprio piscio per sopravvivere, gli stupri maschili, le parole, le fragilità e le foto raccolte dai returnées.
Eppure, niente di tutto questo mi viene in mente quando penso ai profughi. A me viene in mente il profumo di riso e di un aroma speziato a cui non so dare un nome. “Che le tue mani siano benedette”.
Il suo supervisore dell’International Red Cross sta leggendo la sua tesi di master per imparare: “about the recent Mediterranean crossing incidents”. Lo sguardo altrui gli ha fatto capire che ha fatto un bel lavoro.
Come tutto il lavoro che abbiamo fatto lì. Senza libri e con tanti computer, come i ricchi ignoranti. Computer che avevano accesso solo a quel che non si doveva pagare. Un bibliotecario in giacca e cravatta che avrebbe dovuto vendere aspirapolveri.
Jalil mi ha detto un ieri qualsiasi: “In Ghana la sera mangiamo poco alla volta, prima una minestra per aprire lo stomaco e poi piano piano un po’ di datteri, di riso. Non si può stare tutto il giorno senza mangiare e bere e poi abbuffarsi come fanno i turchi”.
Fuori avevano tolto i boccioni d’acqua. Era Ramadam. L’acqua nei bagni non si poteva mai bere e la mensa dell’università era chiusa. Solo nel palazzo di fronte, parecchi metri sotto il sole, dove c’erano gli americani a insegnare inglese avrei trovato un caffè aperto con poche cose e certo una bottiglia d’acqua. Mi girava la testa. Avevo sete. Lì non mi venne mai in mente di digiunare. Volevo che se ne andassero tutti al diavolo con le loro maniche lunghe e sguardi untuosi. Solo ad Istanbul capii.
La prima volta che feci il digiuno era per una manifestazione politica per unire religiosi e secolari. Le mie amiche turche secolari non avevano digiunato, mi guardarono stupite.

Nel pomeriggio in università aveva cominciato a girarmi la testa e ho dovuto stendermi. “E’ normale?” ho chiesto a Fulya. Lei mi ha sorriso: “Ti si stanno abbassando gli zuccheri nel sangue”. Ah, OK, è normale. Ho barato, la mattina ho bevuto il mio caffé che l’alba era già spuntata, ma senza biscotti.

A Istanbul il sole d’estate è mattiniero, prima delle cinque si apron gli occhi dei miei gatti che ascoltano il canto degli uccellini, a cui si unirà il richiamo a purificarsi e prostrarsi. Il tramonto tarda ad arrivare. E c’è gente che usa il martello pneumatico per strada in quest’arsura. I poveri fanno il digiuno. I ricchi spesso sono secolari, tranne questi nuovi ricchi neo-liberal-islamici.

L’ultima ora di digiuno verso le 20 vorrei proprio bere. Nella calca dei taxi collettivi, il caldo mi fa sudare e puzzare. Sempre niente acqua. Questa sera qualcosa di nuovo, una nuova accoglienza si compie. Voglio esserci partecipando davvero. Gli anti-capitalisti musulmani, tra cui si mormora militino figlie dei ministri scappate alla sorveglianza dei padri, nel parco della zona più secolare della città. Il comune offre il cibo, qui si porta da casa e si condivide.

Ragazzi occidentalizzati dei quartieri bene di Nişantaşi, donne con lunghi capelli neri e la spada di Alì al collo, famiglie e bambini ovunque in questa tavola per terra. Lunghe strisce di tessuto verdi, bianche, rosse. Sembrano la bandiera d’Italia. Un sermone politico-religioso per Gezi Park e finalmente si mangia. Non riesco a mandar giu’ niente, ho solo una gran sete. Bevo la minestra, mangio i datteri. Aveva ragione Jalil.

Tea time

Il mio tamburo è chiuso nella sua custodia. Mi mancano i miei studenti, mi mancano quei battiti del cuore al ritmo del Kanun di Memduh. Mi manca girare e sentirmi ferma lungo un asse.

Mi sono messa al sicuro dai virus intestinali, dalla vita che pulsa. Io ho i documenti, ho tutto. Sono tornata alla mia sheltered life. Il mio tamburo è chiuso nella sua custodia.

Qui provo a parlare delle tende piene di persone che ho visto nelle terre curde di Turchia, vicino al confine siriano. Ma l’unica cosa che mi viene in mente è il te’ che ho bevuto con dei profughi che uscivano dal campo per fare i muratori. In un palazzo in costruzione ad Urfa, città di Abramo. Luogo di pellegrinaggio per le religioni del libro.

“Abla non si può entrare, occorre l’autorizzazione del ministro”. Loro uscivano. Dove andavano? A cercare di rimediare qualcosa. Nessuno ha accettato che pagassi per dell’agnello o per un caffé.

Ma volevano raccontarle le loro storie. Sono andata io da loro, in quella casa che stavano costruendo, al settimo piano. Non si vedeva nulla e non c’era che l’armatura del palazzo, ma in alto c’erano dei mattoni per sedersi e parlare di villaggi e di morti.

Io me ne sono andata, io ho tutto. Nostalgia per quel te’ forte, per quella dignità. Paura di finire come la donna che vidi quella notte, per prima, anziana, vestita di nero, con un sacchetto di plastica in mano che conteneva tutto quel che le restava.

Sono tornata, ma il mio tamburo e’ muto e gli occhi di quella donna profumano di riso e di te’. Ogni tanto il profumo mi sale alle narici. E’ il profumo della mia fortuna bianca.

L'autore

Raffaella Bianchi

Raffaella Bianchi

Raffaella Bianchi è nata in Italia e si è poi trasferita in Inghilterra e in Turchia dove ha svolto la professione di docente universitaria in storia europea e relazioni internazionali.
Si occupa di studi culturali e ha pubblicato in riviste accademiche internazionali articoli sul ruolo della musica nella sfera pubblica e politica nel contesto risorgimentale italiano e in quello turco, in particolare riguardo il movimento rivoluzionario contemporaneo delle primavere arabe. Ha scritto qualche racconto per El-Ghibli e alcune analisi della letteratura della migrazione italiana.
Attualmente è ricercatrice presso il centro di ricerca REDESM (Religioni, economie e culture dell'area mediterranea) dell'Università dell'Insubria di Como e insegna alla primaria in una scuola multietnica milanese.