Abstract
This essay examines the current state of poetry in Italy, questioning the size and nature of its readership, the difficulty of defining what constitutes poetry, and the role and crisis of contemporary poetic criticism. Through a historical overview—from early twentieth‑century movements to postmodern and neo‑modern approaches—the essay highlights the fragmentation of poetic discourse and the absence of shared canons. A central focus is the different consideration between Italian‑born poets and migrant or transnational poets who write in Italian. These authors produce thematically rich and technically accomplished works, but they are often excluded from mainstream critical attention. The essay argues that integrating their contributions into the broader framework of Italian poetry would not only enrich thematic horizons but might also help overcome the current postmodern impasse, fostering a more inclusive and socially meaningful poetic landscape.
Parole chiave (keywords)
definizione di poesia postmodernismo neomodernismo poeti transnazionali identità ibridazione linguistica canone letterario
Prendere in esame la situazione della poesia al giorno d’oggi comporta che ci si ponga alcune domande: Qual è lo stato della poesia oggi e qual è il suo pubblico? Che cosa si intende per poesia e se ne produce ancora? Esistono correnti poetiche che possono far da guida? Infine esiste una critica, esistono dei critici e qual è la loro metodologia?
Nell’antica Grecia e nell’antica Roma la poesia aveva un’alta funzione e il pubblico che la seguiva era numeroso, ma la caduta dell’impero romano può essere considerata una vera catastrofe sul piano culturale. È come se nella cultura fosse arrivato un terremoto di grado 9, che avesse distrutto ogni cosa lasciando solo macerie. Fortunatamente i resti della cultura romana furono in gran parte ricomposti e conservati dai monasteri. Nel medioevo l’attività culturale, attraverso i comuni e le corti, ricominciò a prendere forma. Purtroppo si deve constatare che il numero di lettori di poesia era già allora molto esiguo, per lo più limitato alle corti. Questo fatto si è protratto fino all’inizio del 1800 con l’irrompere della rivoluzione culturale del romanticismo. Rivolgendosi alla nascente borghesia che stava facendosi strada nelle varie nazioni questa corrente culturale e letteraria ha cercato di ampliare il pubblico dei lettori, proponendosi di avvicinarlo in particolar modo alla poesia. L’esito non fu dei più confortanti. Lo stesso Leopardi, nonostante avesse introdotto il verso libero, quindi di maggior fruibilità, vendeva pochissimo, fatto che è riconducibile allo scarsoi sviluppo della borghesia in Italia.
Un secolo più avanti, nella prima metà del ‘900, ci fu un fermento poetico di tutto rispetto. In mezzo secolo si contarono diversi movimenti significativi, dal decadentismo al futurismo all’ermetismo. Pascoli provoca una svolta con un linguaggio adatto alla borghesia, che rappresenta la nuova classe di lettori; la terminologia usata assume una valenza molto più vicina al vivere normale e al parlare quotidiano. Tuttavia Myricae di Pascoli arriva appena alle 500 copie vendute. D’Annunzio, che nei romanzi raggiunse tirature sulle centomila copie, in poesia arriva appena a 2000. Neppure la “rivoluzione” linguistica dei primi del ‘900 incrementa quindi il numero dei lettori.
Le proposizioni poetiche del gruppo ’63 in cui la poesia, secondo la linea di Sanguineti, diventa un controcanto avverso alla ideologia borghese, segnano una frattura ancor più drammatica fra poesia e pubblico. L’allontanamento del lettore dalla poesia diventa irreversibile e d’altra parte non poteva essere diversamente, basti prendere in mano una silloge come Laborintus di Sanguineti per rendersi conto della difficoltà che poteva rappresentare la poesia per un pubblico che ancora all’inizio degli anni ’60 per tre quarti aveva come titolo di studio la scuola elementare.[1]
Giuliano Landolfi nel n. 94 di “Atelier” scrive: “La poesia gode ottima salute. Non penso che in nessuna epoca questa forma di espressione artistica abbia trovato un maggior numero di addetti. Certo i ‘luoghi’ sono diversi dalle corti, dalle piazze, dai caffè, dalle accademie, dai salotti del passato. Ora i suoi riti si celebrano sui blog, durante i reading, nelle pubblicazioni di nicchia, nelle riviste specializzate, negli spazi che siamo e che saremo in grado di costruire.” [2] Sempre nello stesso numero della rivista si legge: “la scrittura in versi, assoggettata alla spettacolarizzazione dei festival e degli slam poetry, viene coltivata nel privato – più di due milioni di autori e neppure una decina di migliaia di lettori” e “Le pubblicazioni di poesia non circolano perché i lettori di poesia si riducono a qualche decina di migliaia in confronto al paio di milioni che invece la scrivono. Anche quando le recensioni delle raccolte in versi raggiungono i grandi quotidiani, le vendite vengono incrementate di una decina di unità”[3]. La circolazione della poesia ha cambiato spazi e strumenti, senza però successo di vendita.
Che cosa si intende per poesia.
Partiamo da alcune definizioni direi storiche, ma di cui dobbiamo sempre tenere conto. Benedetto Croce nel suo testo La poesia afferma: “la poesia riannoda il particolare all’universale”[4] . In questa definizione c’è sinteticamente il senso di tutta la sua filosofia che vede nell’intuizione il processo principe del fare poesia. In contrasto, per Sanguineti “La poesia in quanto pratica di alienazione linguistica, è precisamente quel luogo testuale dove la lingua si denuncia come merce, come feticcio, come falsa coscienza”[5]. Due definizioni in antitesi anche perché nella prima la poesia è vista come una forma d’arte quasi del tutto sganciata da fattori sociali o politici. Nella seconda, tesi accettata e fatta propria dal gruppo ’63, la poesia è uno degli strumenti di dominio della borghesia, la classe al potere in Italia da oltre mezzo secolo. La dicotomia è continuata per tutta la seconda metà del secolo scorso, anche se uno dei principali intellettuali di quel dirompente gruppo di artisti letterati, Nanni Balestrini, dopo il ’68 cambia completamente registro.[6]
I poeti, dopo aver composto una certa quantità di testi, si pongono la domanda su come loro stesso intendano la poesia. Paradigmatiche sono le enunciazioni di celebri poeti. Ungaretti ne dà una sua definizione in “Il porto sepolto”[7], Palazzeschi in “Chi sono”[8], Saba in “Il poeta”[9], Montale nella celebre poesia “I limoni”[10]; ciascun grande poeta ha la sua definizione di poesia.
Nelle sillogi partecipanti al concorso internazionale di poesia “Senghor” ho quasi sempre trovato in almeno un testo il pronunciamento di che cosa sia la poesia. Gli autori sembrano orientarsi verso tre modi di considerare il valore poesia: essa è qualcosa che è nel loro io o nelle cose, è compito di chi scrive farla emergere. Possiamo riportare questa visione alla posizione ungarettiana. In altri autori ci si rifa’ alla concezione della poesia di Montale: per il poeta premio Nobel la poesia è una sorta di epifania della realtà, quando il poeta la scopre non può far altro che comunicarla. La terza opinione lega l’essere della poesia alla parola. Vi propongo alcuni esempi fra le sillogi del concorso di questo anno: Duilio Papi nella silloge Impulsi emotivi[11] scrive nella poesia “Senza pretese”: “Cerco parole nella notte, / con urgenza, / tempestoso delirio/ di un’informe pulsione”. In “Il poetare” dice ancor più chiaramente: “Accarezzo parole/ sopra l’onda / di un suono lontano/ che rimbalza / nel mio cuore rugoso”. Stefania Lucchetti in La poesia è cyberpunk[12] in “Pezzi di me” scrive: “Ritrovare le mie parole, /poesie nascoste, / è come scoprire una persona nuova, / un’amica che non conoscevo”. In Il libero fluire della poesia[13] Paola Scarsella si chiede in” Ched’è un poeta?”: “Un prestigiatore / che mette le parole/ in un cappello/ ce soffia drento/ un alito d’amore/co l’occhi chiusi/ ciaggiunge/ un po’ de core/ e fantasia / e co du rime/ fa ‘na poesia”.
Faccio mio invece questo pensiero di Ben Lerner posto in Odiare la poesia[14]: “la parola poesia viene usata per dare un nome a un tipo di richiesta impossibile da esaudire – il desiderio di fare qualcosa con le parole che le parole non possono fare”. La poesia si potrebbe dire che esprime con le parole qualcosa ritenuto nel profondo come ideale irraggiungibile, essa è l’oggetto materiale fatto di termini, non di parole[15], al dire di Leopardi, in quanto finiti e definiti.
Scrive Uberto Motta nell’introduzione a La parola e le cose[16]: “la diversità della vera poesia è sì verbale, stilistica, ma prima ancora psicologica e civile. È una questione di “anima”: all’origine dell’espressione in versi non può non esserci un cuore che desidera e che dunque vive lo scontro tra la forza delle proprie aspirazioni e i confini della quotidianità”.
Certamente un lettore comune incomincia a supporre di essere alle prese con la poesia quando un testo è espresso in versi, cioè si va a capo, quando viene spezzettato. Ma è sufficiente questo per denotare una poesia? Da qualche decennio si sperimenta anche la forma della poesia in prosa, la cosiddetta proesia. E allora c’è da domandarsi come un lettore possa riconoscere di essere alle prese con la poesia, specialmente in un testo vergato in prosa o con frasi spezzettate e versificate, che però di struttura rimata non hanno alcunché. Potremmo dire che un testo è poetico quando manifesta un certo grado di oscurità come sostiene Glissant: “Il testo letterario è per funzione, e contraddittoriamente, produttore di opacità”,[17] ma specialmente quando il testo è polisemico, cioè quando di quel testo è possibile darne più significati.
Poesia e critica
Nel blog “L’Altrove” Daniela Leone scrive: “ Il panorama della poesia italiana contemporanea è segnato da una contraddizione che sarebbe disonesto non nominare da un lato, una proliferazione quantitativa di versi, voci, pubblicazioni e piattaforme senza precedenti; dall’altro, un’eclissi altrettanto inedita della critica come funzione orientativa, capace di produrre gerarchie di valore condivise e canonicamente rilevanti”.[18] Di certo questa questione rimanda a una domanda più generale e cioè se è possibile fare una critica della poesia oggi. Tralascio la questione se nella fase odierna vi sia una critica della poesia o se non vi sia e per quale ragione. Preferisco affrontare il problema della possibilità di avere strumenti per decodificare una poesia. Le scuole più vicine a noi nel tempo e più seguite sono quelle del formalismo, dello strutturalismo e successivamente del decostruzionismo, del postmoderno ed infine del neomoderno.
La prima scuola fu accettata in maniera controversa perché fino a tutta la prima metà del 1900 imperava la scuola crociana, per la quale la poesia, come già citato in precedenza, era intuizione e non poteva esserci un testo da scomporre per l’analisi. Il formalismo è la scuola filosofica e tecnica che tende a valutare l’opera letteraria, quindi anche la poesia, a partire dal testo: sarà boicottato per lungo tempo. Come è noto bisognerà aspettare fino agli anni ’60 prima che tale scuola di metodo di analisi letteraria susciti l’attenzione degli studiosi italiani. (Un testo fondamentale come La morfologia della fiaba fu pubblicato in Italia solo nel 1966, mentre in Russia apparve nel 1928). [19]
Lo strutturalismo ha presupposti metodologici molto simili a quelli del formalismo. L’applicazione di tecniche strutturali, anzi combinatorie venne fatta da Nanni Balestrini nel 1961, facendo comporre dal programmatore elettronico un testo che sembra lirico. [20]
Già a metà degli anni ‘70 il filosofo Deridda dà vita al decostruzionismo per cui ogni senso reale non esiste e il vero ha bisogno del suo contrario.
Il postmoderno accentua l’impossibilità di una visione del reale perché la verità è del singolo e non di tutti. Ogni elemento della realtà viene variamente concepito, assimilato, conosciuto da ciascuno e non raggiunge mai l’oggettività uguale per tutti.
Negli anni seguenti, all’inizio del nostro secolo (per la precisione al 2008 alla University di Montreal) il gruppo WuMing lancia l’idea di una nuova stagione realista italiana, la New Italian Epic. A questa concezione di letteratura aderiranno anche autori come Saviano e Janacek. La rivista “Atelier”, propone un realismo anche in poesia. “Da questa posizione deriva un concetto di poesia “realista”, il cui significato va attentamente chiarito per non suscitare equivoci o fraintendimenti”.[21]
Personalmente ritengo che il postmodernismo non sia ancora terminato, nonostante gli sforzi che si fanno per rendere egemone il neomodernismo.[22]
Gli strumenti, quindi, per valutare una poesia sono molteplici e in contrasto tra di loro. L’incertezza odierna dipende anche dalla scarsa presenza di una critica, cioè di critici. La rivista Atelier propone, sempre nel numero 97, riprendendo la posizione espressa nel n. 3, una tecnica di analisi critica tripartita. Chi fosse interessato può consultare il fascicolo in questione.
Per quanto riguarda la poesia forse la critica ha fatto il suo tempo? La rivista L’Altrove scrive: “dopo il Sessantotto diventa impossibile individuare una visione di sistema; negli anni Settanta e Ottanta si hanno poetiche parallele, senza centro. Negli anni Novanta la poesia diventa un atto individuale, la poetica viene legata al singolo autore, i generi e il canone si fanno elastici, variabili, oggetto di ibridazione continua”.[23] Temo che sia difficile oggi dire qualcosa di sicuro e certo su un testo poetico. Dall’inizio di questo secolo si parla di “non poesia”, di “poesia sperimentale”. Queste terminologie stanno ad indicare uno spaesamento della critica. Non si può intervenire sulla forma, perché ormai è libera, non ci sono scuole poetiche, né canoni, che possano fare da riferimento o da casellari; siamo di fronte alla spettacolarizzazione e performatività della poesia sia con reading vari che riscuotono inspiegabilmente successo di pubblico, sia con la messa in rete di testi su cui è sempre arduo dare un giudizio. La lettura della poesia dei nostri giorni, per contrasto, trova poco spazio nella scuola. Ci si ferma spesso a Montale e qualche insegnante forse propone la lettura di qualche testo della Merini. E poi…?
Paolo Giovannetti nel suo testo La poesia italiana degli anni 2000[24], individua tre generi di poesia: la lirica, la poesia di ricerca, la poesia in prosa. Nel testo non viene citata nessuna scuola poetica, nessun canone, ma solo linee di tendenza. È la conferma della persistenza di una cultura postmodernista come esprimevo in precedenza.
Scrittori della migrazione e poesia
Dando uno sguardo a riviste, libri, sulla situazione della poesia oggi, mi è sembrato di essere di fronte a mondi che non si corrispondono, che si ignorano. È come se la cultura italiana, la riflessione italiana sulla letteratura sia configurata in isole, pianeti non comunicanti fra di loro e che agiscono indipendentemente senza arrivare a sintesi significative.
La mia esperienza riguarda da trent’anni lo studio e l’analisi delle opere di scrittori migranti appartenenti cioè alla letteratura della migrazione, ora denominata letteratura della transnazionalità. Ma solo perché migranti la loro produzione di poesie in lingua italiana non sembrerebbe degna di far parte della letteratura italiana? Perché non se ne parla e le riviste di poesia la ignorano quasi completamente come se non fosse produzione di poesia nel nostro vernacolo? In tutti gli anni ’90 ci siamo battuti, il prof. Armando Gnisci, il prof. Fulvio Pezzarossa, io personalmente e qualche altro studioso per far in modo che il mondo accademico incominciasse a prendere in considerazione questo tipo di produzione e ne valutasse la sua artisticità e letterarietà. Ciò è avvenuto. Ormai sono decine gli studiosi appartenenti al mondo universitario che affrontano questo tipo di produzione. Invece questo non è avvenuto nel mondo degli appassionati di letteratura, dei critici, dei lettori, in special modo dei lettori di poesia che spesso esprimono il loro interesse anche mediante riviste a scadenza (Atelier) o a blog (L’Altrove). Penso che inserire nel corpus poetico della nostra nazione la produzione in poesia di testi scritti da immigrati, che hanno imparato la lingua italiana dopo essere arrivati in Italia, porti a sconvolgimenti di ordine teorico sul piano della critica e sul piano letterario. Mentre ci si interroga e ci si interrogava sulla “non poesia”, sulla “poesia sperimentale”, sul fatto che mancava o è rara una poesia di ordine civile, essendo la produzione ripiegata sull’intimismo, non si prestava attenzione ai poeti di origine straniera che vergavano poesie a forte contenuto e tecnicamente strutturate in maniera eccellente. I critici si sono interessati in genere solo a poeti di origine italiana così come molti docenti universitari, che hanno preso in considerazione la produzione di poeti della migrazione, non si sono interessati dei poeti di origine italiana: si sono creati due mondi separati. Da una parte è venuta meno una funzione critica, creando debolezza e mancanza di stimolo, dall’altra si è creata una ricchezza di analisi e studio di tutto rispetto molto significativa.
Per quanto riguarda la produzione, mentre ai poeti italiani è mancato un orizzonte tematico di riferimento, i poeti di origine straniera hanno dimostrato ricchezza di temi e contenuti. Indico quale esempio il tema dell’identità, molto trattato dai poeti della migrazione. Non è forse un tema universale che poteva e può essere affrontato anche da un poeta italiano? Altri temi importanti sono la parola, l’esilio, la deterritorializzazione, il plurilinguismo.
Per il tema della parola è significativo il senegalese Cheikh Tidiane Gaye. È un poeta che progressivamente ha mutato il canone poetico di riferimento. Man mano ha fatto proprio una modalità poetica che possiamo dire europea e occidentale. Egli ritiene che la parola, sia la “sola capace di inverarsi nei versi e attraverso metafore di avvicinarsi con maggiore autenticità alla verità”.[25]
Vi riporto questa sua poesia a testimonianza di quello che affermo; “Volano nelle viuzze delle rime/ annaffiano le parole appese/ negli scheletri/ degli alberi lontani/ ma sono chiodi/ che chiamano l’orizzonte/ per imprimere ogni volta/ ogni dove e ogni quando/ ogni parallela e ogni parete/ la fronte del verbo”.[26]
Ancora sul tema della parola ecco quest’altra poesia: “Parola/ sono eterna/ il mio verbo il silenzio/ limpido come il sorriso del bambino/ il sogno mi illude/ il saggio mi loda/ poiché cerco il tuo rifugio/ per sfuggire/ all’oscuro destino/ della fatalità.”[27] Cheikh sa comporre con padronanza anche sonetti[28]; questo a dimostrazione del cambiamento che c’è stato nel canone di riferimento del suo fare poesia.
Sul tema dell’esilio non posso non citare Gëzim Hajdari, di origine albanese. Ecco questa lapidaria poesia: “Piove sempre in questo paese/ forse perché sono straniero”[29].
Sul tema della deterritorializzazione vi riporto qualche verso della sua poesia “Cerco il mio corpo presente”; “Cerco il mio corpo presente/ nato da questo freddo spazio/ che nulla promette/ di notte/ visioni di bianchi templi/ mi richiamano nel vuoto/…/dove si nasconde ciò che non trovo?/ sulle tremule alghe/ o sui licheni bianchi? / Procedo nel verde consumato/ e non porto niente altro che il mio corpo. /”[30] Al poeta, rimane solo il proprio corpo, nessun altro spazio può essere la sua patria.
Non ci sono solo Cheikh Tidiane e Gëzim Hajdari, ma molti altri, da Candelaria Romero, di origine argentina, a Mihai Mirca Butcovan, di origine romena, da Vera Lucia De Oliveira, di origine brasiliana ad Anna Belozorovitch, di origine russa e molte/i altre/i.
L’elemento ancor più strano è che testi di poesia prodotta da immigrati hanno avuto vendite non indifferenti, hanno avuto e forse hanno ancora un pubblico insolitamente numeroso. La maggior parte dei testi di Gezim Hajdari sono stati stampati in pluriedizioni, con qualche migliaio di copie vendute, mentre i poeti italiani, quando vendono qualche centinaio di copie delle loro sillogi possono dirsi più che appagati.
Avvicinare in un’unica letteratura, in un’unica Poesia del ventunesimo secolo, autori di origine italiana e autori di origine straniera che hanno scritto in italiano, considerare quest’ultimi facenti parte della letteratura italiana, sic et simpliciter, potrebbe imporre ai critici di riscrivere le tendenze della poesia italiana in questa prima parte del nostro secolo. Forse la consapevolezza del processo di meticciamento tematico e culturale in corso, farebbe superare il postmodernismo verso approdi poetici più socialmente fruibili.
Bibliografia e sitografia
Raffaella Bianchi, Raffaele Taddeo, in ricordo di Nanni Balestrini, www.el-ghibli.org, 2019
Benedetto Croce, La poesia, Laterza, 1966.
Cheikh Tidiane Gaye, Il sangue delle parole, Kanaga edizioni. Milano, 2018.
Cheikh Tidiane Gaye, Curve alfabetiche, Montedit, Melegnano, 2011.
Paolo Giovannetti, Poesia italiana degli anni 2000, Carocci Editore, Roma, 2024
Edouard Glissant, Poetica della relazione, Quodlibet, Macerata, 2007.
Gezim Hajdari, Stigmate, Besa, Nardò, 2002.
Gezim Hajdari, Corpo presente, Botimet Dritëro, Tirana, 1999
Giuliano Landolfi chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj
Daniela Leone, https://www.laltroveappuntidipoesia.com/2026/03/21/cosa-significa-fare-critica-poetica-oggi-laltrove/ .
Giacomo Leopardi, Lo Zibaldone, ed. Mondadori, 1973
Ben Lerner, Odiare la poesia, Sellerio, Palermo, 2017
Stefania Lucchetti, La poesia è cyberpunk, Albatros, Roma, 2025
Eugenio Montale, Ossi di seppia, Gobetti, Torino, 1925
Uberto Motta, in A.A.V.V., La parola e le cosa, introduzione, Vita e Pensiero, Milano, 2020
Duilio Papi, Impulsi emotivi, Inchiostro vivo edizioni, Bari, 2024
Umberto Saba, Canzoniere, Einaudi, Torino, 1993
Paola Scarsella, Il libero fluire della poesia, Albatros, Roma, 2025
Edoardo Sanguineti, Ideologia e linguaggio
note
[1] https://www.istat.it/produzione-editoriale/il-lungo-cammino-dellistruzione/
[2] Atelierpoesia.it, n. 94
[3] Atelierpoesia.it, n. 94
[4] Benedetto Croce, La poesia, Laterza, 1966, pag. 12
[5] Edoardo Sanguineti, Ideologia e linguaggio, Einaudi, 1965, pag. 18
6 Raffaella Bianchi, Raffaele Taddeo, in https://www.el-ghibli.org/in-ricordo-di-nanni-balestrini/2019
[7] Giuseppe Ungaretti, Allegria di naufragi, Vallecchi Firenze, 2019
[8] Aldo Palazzeschi, L’incendiario, Mondadori, Milano , 1957
[9] Umberto Saba, Canzoniere, Einaudi, Torino, 1993
[10] Eugenio Montale, Ossi di seppia, Gobetti, Torino, 1925
[11] Duilio Papi, Impulsi emotivi, Inchiostro vivo edizioni, Bari, 2024
[12] Stefania Lucchetti, La poesia è cyberpunk, Albatros, Roma, 2025
[13] Paola Scarsella, Il libero fluire della poesia, Albatros, Roma, m2025
[14] Ben Lerner, Odiare la poesia, Sellerio, Palermo, 2017
[15] Giacomo Leopardi, Lo Zibaldone, ed. Mondadori 1973, vol I, pag, 1100
[16] Uberto Motta, in A.A.V.V., La parola e le cosa, introduzione, Vita e Pensiero, Milano, 2020
[17] Edouard Glissant, Poetica della relazione, Quodlibet, Macerata, 2007 pag. 112
[18] Daniela Leone, Cisa significa fare critica oggi a dieci anni dalla fondazione di l’Altrove, https://www.laltroveappuntidipoesia.com/2026/03/21/cosa-significa-fare-critica-poetica-oggi-laltrove/
[19] Una interpretazione “realista” del “Cantico delle creature” di San Francesco vede la composizione come una preghiera teologica inneggiante alla natura, Al centro sta la bontà della natura, in contrapposizione alle tesi dei catari . La mia lettura personale che parte dalla strutturai sonora porta a una diversa interpretazione delle intenzioni poetiche di San Francesco. Il cantico infatti è contrassegnato dall’interruzione dell’anafore “laudate” , una volta da “guai a quelli che morranno ne li peccati mortali” seguita da “beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati” Ciò non può essere privo di significato; è come quando un percussionista che ripete intensità e ritmo costante con un tamburo, improvvisamente batte con suono più intenso. i Nel pensiero di San Francesco la morte e la mancanza di peccati assumono quindi una rilevanza particolare.
[20] Nanni Balestrini, Tape Mark I; calcolatore IBM, programmatore Giuliano Gori. La poesia è pubblicata ne I novissimi. Poesie per gli anni ’60. Balestrini non scrive, imposta regole e la macchina esegue. Testi posti nel calcolatore: Diario di Hiroshina di Michihito Hachiya, Il mistero dell’ascensore di Paul Goldwin, Tao Te Ching di Lao Tzu. Le regole sintattiche erano le seguenti: Soggetto + predicato + complemento. 10 schemi metrici possibili. Esempio di strofa di Tape Mark I, “La testa premuta sulla spalla, mentre le nuvole si spostano, io contemplo la mente che si apre, le labbra strette e un frammento di cielo mi morde la testa, e i ciechi pensieri di sangue, mentre scorrono nuvole e alberi lontano nei campi”. Sembra proprio una poesia lirica. (notizie ricavate da AI di WhatsApp). È possibile trovare le stesse notizie sull’articolo “In ricordo di Nanni Balestrini”, di Raffaella Bianchi e Raffaele Taddeo, pubblicato su www.el-ghibli nel 2019. In detto articolo si mette in evidenza la sperimentazione di modalità musicali conferita alle sue opere dopo il ’68, anno che sembra fare da spartiacque nella produzione letteraria di Nanni Balestrini.
[21] Giuliano Landolfi in chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/file:///C:/Users/raffa/Downloads/Atelier%2097%20(6).pdf
[22] Grandi ideologie non sono ancora presenti. L’appartenenza, elemento sistemico per valutare la consistenza di grandi pensieri cui ancorarsi, è molto labile. Un esempio per tutti. Si va a votare sempre in meno persone, con spostamenti di consensi decisamente rimarchevoli. Renzi col Pd aveva avuto un consenso di circa il 40% dei votanti, ora è al 2,5%, La Meloni che pochi anni fa vantava col suo partito un consenso del 35%, ora arriva al 28% circa e per tre anni è stata stabilmente sul 30%. Non sono i partiti ad avere consenso, ma i leaders, quanto di più evanescente possa esserci. Il leaderismo è ancora un indice di assenza di pensieri forti a cui riferirsi. Il fenomeno trumpismo è tutto ascrivibile ad una diffusa cultura postmoderna.
[23] Daniela Leone, in https://www.laltroveappuntidipoesia.com/2026/03/21/cosa-significa-fare-critica-poetica-oggi-laltrove/
[24] Paolo Giovannetti, Poesia italiana degli anni 2000, Carocci Editore, Roma, 2024
[25] Raffaele Taddeo, supplemento a Cheikh Tidiane Gaye in www.el-ghibli.org, 2014
[26] Cheikh Tidiane Gaye, Il sangue delle parole, Kanaga edizioni. Milano, 2018
[27] Cheikh Tidiane Gaye, “Poesia” in Curve alfabetiche, Montedit, Melegnano, 2011, pag.9
[28] Cheikh Tidiane Gaye, “finchè sogna” in Il sangue delle parole, Kanaga edizioni, Milano, 2018, pag. 43
[29] Gezim Hajdari, Stigmate, Besa, Nardò, 2002. Con questa poesia aveva partecipato al concorso Ecs&Tra del 1994, pubblicata nell’antologia Voci dell’arcobaleno.
[30] Gezim Hajdari, Corpo presente, Botimet Dritëro,
Raffaele Taddeo
primo ittibre 2026