Vita migliore

Nikola P. Savic
Vita Migliore
Bompiani 2014

raffaele taddeo

Nikola P. Savic, come è ormai noto, ha vinto il masterpiece, show televisivo che aveva l’obiettivo di scoprire scrittori di talento. La casa editrice Bompiani si era poi impegnata a pubblicare il romanzo del vincitore. Il suo titolo è Vita migliore. Intanto alcune considerazioni su Nikola Savic, serbo arrivato in Italia all’età di 12 anni, alle soglie dell’adolescenza e perciò capace di impossessarsi della lingua italiana con completezza, lingua che però non possiamo dire sia la materna. Nella postfazione Andrea De Carlo afferma che lo scrittore di origine serba ha adottato “l’italiano in età quasi adulta”. Questo dato farebbe associare Nikola Savic a quell’insieme di scrittori che noi de La Tenda abbiamo chiamato della Letteratura Nascente.
Ritengo che la produzione letteraria dei nostri tempi, in special modo quella narrativa, non viva solo e solamente per la capacità manipolativa delle parole, non è più la capacità linguistica e il suo accurato uso che ne determinano l’importanza, ma è l’organizzazione formale, strutturale ciò che stabilisce la sua autentica letterarietà. Ed è allora su questo che bisogna incominciare a ragionare di fronte al romanzo dello scrittore di origine serba.
Innanzi tutto mi pare che la funzione del narratore assuma importanza e significatività. Emergono tre narratori: il narratore interno, che narra le vicende e le storie di Deki, vede la realtà con gli occhi di quest’ultimo, dapprima come preadolescente, poi come giovanotto non ancora maggiorenne; un narratore esterno che racconta fatti storici o del tutto estranei o diversi sul piano temporale o sul piano spaziale rispetto al tempo-spazio del narratore interno. Ora è la morte di Tito e come essa viene accolta dai serbi, o almeno da alcuni, ora è un racconto esemplare, ora è un ricordo del narratore di un avvenimento accadutogli quand’era piccolo, ora momenti ed effetti della guerra scoppiata nella ex Jugoslavia ancora con gli occhi di un appena più che adolescente. Infine vi è un terzo narratore ed è quello dell’epilogo, anch’esso esterno. Sul piano grafico il secondo narratore viene distinto con l’uso del carattere “italico”.
C’è una logica in questa tripartizione del narratore? Narratore interno nel primo e terzo caso, narratore esterno nel secondo.
Il narratore interno ha un’età precisa e una psicologia ben caratterizzata, ma anche il suo gergo è tipico di quello adolescenziale non ancora del tutto limato per narrazioni di respiro storico. Difficilmente avrebbe potuto assumere la responsabilità della narrazione di fatti del passato e specialmente di fatti storici, che richiedono una linguaggio e un distanziamento emotivo. L’aver quindi tripartito il narratore è stata una scelta felice che ha consegnato maggiore coerenza e compattezza al personaggio narratore interno. L’unico dubbio problematico riguarda proprio la organizzazione grafica dell’epilogo che in coerenza con quanto era avvenuto in precedenza avrebbe dovuto essere in corsivo, perché il narratore è anche qui esterno. Forse ha giocato il fatto che la situazione spaziale è quella del narratore interno? Oppure ha influito la affinità di età fra il narratore interno del personaggio Deki e il personaggio principale dell’epilogo?
Certamente la differenziazione dei narratori permette all’autore di mantenere separati il duplice piano del romanzo, da una parte una storia vista con gli occhi di un adolescente e poco più che adolescente, dall’altra la dimensione di un approccio alla storia e alle sue tragedie vista con gli occhi senza età, ma certamente di un adulto.
In una delle puntate della trasmissione televisiva Il pane quotidiano, la conduttrice oltre a definire Vita migliore romanzo di formazione, ha anche alluso alla presenza della tematica del ritorno.
Qualche dubbio avrei nell’assegnare sia l’una che l’altra definizione al romanzo vita migliore.
Vita migliore è la descrizione di un passaggio, di un’evoluzione, di una presa di coscienza? Non è esplicitato. Gli aspetti esperienziali più significativi riguardano sia il rapporto di Deki con il mondo femminile, con la sua tensione sessuale, che quello della relazione amicale con coetanei. Non esiste nel romanzo una descrizione di passaggio, di transizione, descritta anche psicologicamente da una situazione all’altra. Esiste un prima e un dopo segnata da un vuoto che è stato l’allontanamento dal luogo dell’azione preadolescenziale prima e del post-adolescenza dopo. C’è un mondo prima con rapporti amicali; ce n’è un altro dopo totalmente diverso i cui elementi di cambiamento sono del tutto esterni: l’allontanamento di Deki in Italia, lo scoppio della guerra civile in Iugoslavia e la disgregazione sociale di quella società. Momento più significativo della esperienza del protagonista con la sua pulsione sessuale e il rapporto con l’altro sesso è dato dagli incontri con Ivana e specialmente dall’ultimo in cui seppur velatamente quest’ultima mette in relazione la dimensione sessuale, che negli adolescenti viene vista come fatto a sé in una scoperta della propria fisicità, in una scoperta dell’emozione per la vista e il tatto del corpo dell’altra, con il progetto di vita, l’esigenza di un compagno stabile, di una famiglia insomma.
La morte tragica di Scabbia, così come raccontata nell’epilogo, mette a nudo la distruzione di una generazione, cresciuta senza più regole precise, senza più freni normativi che solo uno Stato organizzato può assicurare. Distruzione di una generazione determinata dagli effetti della guerra, che porta con sé drammi, insicurezze, trasmigrazioni di migliaia e migliaia di persone, aumento della sopraffazione, della corruzione.
Anche l’altro tema a cui si alludeva, quello del ritorno sembra ancor più estraneo al romanzo Vita migliore. Il ritorno, perché assuma una certezza tematica, ha bisogno del confronto diretto o indiretto fra esperienze che si compiono in due spazi diversi. Deki non ci dice nulla della sua vita in Italia, se non in maniera molto, ma molto limitata. Ciò che viene descritto è l’alone di misteriosità, di alterità che circonda questo ragazzo ritornato dopo qualche anno, da un paese straniero occidentale che sa di fascinoso. Ciò che emerge è la disgregazione sociale che la guerra, il cambiamento politico-sociale ha portato con se a causa della morte di Tito e il disfacimento della Jugoslavia.

Qualche riflessione va fatta sulla lingua usata da Nikola Savic.
Andrea De Carlo dice che Savic “usa le parole senza compiacimenti, senza vezzi. La sua prosa è scarna eppure tutt’altro che povera. Le sue costruzioni sono lineari, ma non prevedibili”. Già questo sta a significare un meticciamento linguistico ed un uso della lingua che da parte di un nativo in Italia difficilmente si sarebbe potuto avere. Io mi vorrei soffermare sul microlinguaggio giovanile che traspare spesso, che è un gergo vero e proprio a volte incomprensibile agli adulti. Penso che i giovani di tutte le parti del mondo costruiscano espressioni gergali differentissime fra loro in rapporto agli spazi differenti e alle lingue in cui sorgono. Questo poi solitamente avviene in strati sociali al limite dell’emarginazione. Il giovane della classe media difficilmente si esprimerà con una inventiva di linguaggio perché non saprà contro chi costruire un linguaggio diverso. Un gergo di giovani del sottoproletariato napoletano sarà molto differente da quello di giovani borderline milanesi del quartiere di Baggio.
Un gergo dei ragazzi della periferia di Belgrado sarà ben diverso da quello dei giovani veneti. Il linguaggio gergale usato da Nikola Savic è una traduzione di quello usato dai ragazzi di Belgrado? Può, invece, essere già un gergo giovanile di spazi più ampi che vanno oltre i confini nazionali e quindi europei?
Certo è che il plurilinguismo usato dal giovane scrittore di origine serba travalica il rapporto lingua-nazione collocandosi in una dimensione più generale ove la letterarietà va al di là dei canoni prestabiliti o proprie di aree culturali ma si dipana in superfici che tendono alla sfericità, alla mondialità.

 Maggio  2014