Recensioni

Vivere la poesia – vivre la poésie

Franco Aste
Vivere la poesia – vivre la poésie
Les Editions du Lys  2013  € 15

raffaele taddeo

Franco Aste, nato nel 1930 a Isera nel trentino è emigrato in Svizzera in età giovanile.  Pur essendosi interessato sempre di cultura nella sua vita di emigrato è  approdato alla poesia  relativamente tardi.
Centrale nella sua espressione poetica è l’aspetto religioso, segno di una profonda e sincera fede.  La sua produzione poetica, ma anche in prosa, è diventata sempre più intensa e oggi vanta una decina di pubblicazioni. Ormai vive in Italia.

Ho analizzato alcuni anni fa qualche aspetto della poesia di Franco Aste leggendo il libro di Lucio Di Nuccio Tempo della rottura-tempo della dialettica-tempo della progettualità nella letteratura dell’immigrazione italiana in Svizzera. Poi non mi sono più interessato dei suoi scritti anche perchè distanti da mio sentire  non “alieno” da un richiamo ateo. Ho avuto per mano altri libri del poeta trentino senza averne avvertito la necessità di prestarvi attenzione. Avevo allora visto nella poesia di Aste la volontà di mantenere e conservare la propria identità proprio attraverso il fatto religioso.
Quando ho ricevuto il testo Vivere la poesia l’ho lasciato sulla mia scrivania per parecchio tempo prima di decidermi alla sua lettura. Intanto alla versione italiana corrisponde a fronte anche la versione francese, con traduzione di Louis Donatien Perin (forse una revisione più che traduzione), segno di una volontà di rivolgersi oltre che a pubblico italiano anche a quello svizzero. Vi è poi la prefazione, breve saggio sulla produzione poetica di Aste , scritta da Jean-Jacques Marchand.  Scorrendolo qua e la ho notato una certa attenzione al problema della migrazione. Sono poesie raccolte in una sezione importante e significativa.  Ho dato un’occhiata alle altre sezioni del testo e alcune parti mi risuonavano all’interno per una certa consonanza di sentimenti sperimentati molti anni fa, direi in età giovanile. Mi è sembrato importante  cercare di capire quale potesse essere il nucleo generativo dell’ispirazione poetica di Franco Aste, cioè di un poeta dichiaratamente religioso.  E’ la fede? E’ l’amore in Cristo? Oppure ci sono altri aspetti che possono essere evidenziati?
La poesia che mi è sembrata dichiarativa della sua intenzione poetica, ma specialmente esplicitante del momento sorgente della necessità espressiva del poeta trentino è la poesia intitolata “Il silenzio di Dio”.
Nei mistici cristiani da S. Gioivanni della Croce a Santa Teresa d’Avila, ma più recentemente a Thomas Merton, il silenzio di Dio corrisponde ad una incapacità del mistico di avvertire Dio, di sentire la Sua presenza. Il mistico arriva perfino a porre in dubbio la stessa esistenza di Dio quasi che questi giochi a nascondino con lui. E’ forse il momento più drammatico della vita di un mistico perché vede crollare le sue certezze, vede scomparire le sicurezze con cui ha costruito la sua vita, vede quasi un fallimento di tutto il percorso della sua esistenza. L’esito di questa fase desertica e drammatica porta al rafforzamento della propria fede e ad una unione più intima con Dio. Le esperienze di estasi avvengono solitamente dopo questa dura, durissima fase.
In Franco Aste il silenzio di Dio non comporta nulla di tutto questo. Il silenzio di Dio si risolve in una epifania della parola che trova la sua via d’uscita e realizzazione nella poesia: “so invece/ del Suo [silenzio] nel mio:/ uno squillo/ nell’effervescenza del pensiero/ uno straripare del Verbo/ onda d’urto/ di un inizio senza fine”. Sembra quasi che nel momento in cui la prova di fede si avvicina al suo punto più difficile avvenga una sorta di ribaltamento e la parola erompe con tutta la sua forza.
Aste riconosce la necessità del silenzio di Dio ma mentre per il mistico il silenzio è la fase più intensa e travagliata della sua ricerca interiore ed è un vero e autentico deserto, in Aste il silenzio si trasforma in parola, la parola della poesia. Sotto questo aspetto i versi composti da Aste più che atto poetico è un atto mistico che si esprime in poesia.
C’è un’altra poesia ove il poeta, anche se con minore chiarezza esprime ancora  lo stesso concetto e cioè l’avvento di una epifania di parole nate dall’esperienza mistica. In  Cercatore di Dio  egli così si esprime: “nell’esperienza mistica/ cerco della fede/ la folgorante profezia/ e l’impronta di quella grazia/ che   apra le porte del paradiso”.  L’esperienza mistica di Franco Aste non comporta l’annullamento di sé, di tutte le cose che verrebbero riassorbite in Dio, come avviene in un  tradizionale vissuto mistico, ma si risolve nella esplosione della profezia, cioè di parole in consonanza con la divinità.
La poesia di Aste, generalmente imperniata nel cantare in tutte le sue sfaccettature la sua dimensione di fede, la sua dimensione religiosa, in questa silloge mostra di essere però anche attento a quanto accade nel mondo. L’esperienza della migrazione, da lui più avvertita e sentita per vissuto personale, conduce ad una espressione poetica intensa e riassumibile in quel bellissimo verso ove si dice che il migrante è solo “anche in compagnia””. La dura fatica del lavoro in terra straniera è accompagnata da momenti di ricordo, non necessariamente nostalgici, della casa paterna, della sua terra, dei suoi antenati il cui ricordo è necessario per consolidar la propria identità in terra straniera.
Ma anche altri aspetti della realtà sono oggetto della poesia di Franco Aste, segno di una attenzione al mondo circostante, alle vicende di vita e morte che ogni giorno attanagliano la vita di persone e popoli. E’ così per  l’alluvione nell’estremo oriente del 2004; è così per la guerra.
Alcune poesie non mi convincono sul piano del contenuto e pur non risultando moralistiche denotano attaccamento ad una ideologia più che compartecipazione a vissuti e dolore umano. Mi riferisco ad esempio alla poesia “Eutanasia”  cui non traspare il minimo accenno alla dimensione sociale e umana di quel dramma che è la scelta dell’eutanasia mentre si insiste sulla volontà di rifiuto della sofferenza da parte di chi sceglie questa soluzione  per dare un addio definitivo alla vita.
Sul  piano della tecnica è da sottolineare la semplicità della organizzazione dei versi, costruiti con poche metafore. Si insiste molto sulla aggettivazione e spesso sulla anafora.
La lettura è piacevole e anche quelle più specificamente religiose di  sempre il sapore di autentica poesia.

14 agosto 2014

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi Il carro di Pickipò, ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione.

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