Recensioni

Voglio un marito italiano

Marina Sorina
Voglio un marito italiano
Edizioni il Punto d’incontro    2006

raffaele taddeo

Nel pubblicare i testi scritti in lingua italiana da stranieri residenti in Italia, la nostra editoria utilizza, per lo più, lo stesso clichè; scontato, certo, ma tale da confinare spesso in secondo piano le tematiche sottese alla produzione.

 . Da “Io venditore di elefanti” a “Volevo diventare bianca” ancora a “Pecore nere” gli sforzi delle case editrici sono diretti a spostare l’attenzione del lettore dal prodotto letterario alla  particolare immagine dell’autore e quindi,  alla curiosità etnica e foclorica, perpetuando e consolidando, in tal modo,  i pregiudizi imperanti  nella società.

Anche la pubblicazione del testo di Marina Sorina, non sfugge a questa manipolazione: “Voglio un marito italiano” predispone il lettore ad una lettura pregiudizievole se non   addirittura fuoviante.

Il titolo infatti induce a cristallizzare l’immagine delle donne provenienti dall’Est, ucraine, romene, russe che siano, come donne   che tendono attraverso il matrimonio a sistemare la loro vita e posizione. Anche l’aspetto iconografico del libro non induce a migliori suggerimenti.

Il romanzo di Marina Sorina non ha certo questa intenzione, ma pone al centro della volontà narrativa alcuni aspetti di confronto e dialettica di due mondi, di due culture, di due modi di vedere la vita: l’ucraina e l’italiana.

La prima, pur nella sua durezza, viene vista ancora piena di senso dell’essenzialità dell’esistenza, della necessità della solidarietà, perché senza questa diventa impossibile la stessa sopravvivenza. L’individualismo non è solamente estraneo a quel mondo culturale, ma è una modalità di vita impossibile.

Più volte nel testo il narratore tende a sottolineare una visione della vita ove l’essenzialità, la solidarietà sono parti costitutive dell’esistenza e producono una comprensione maggiore della realtà, una capacità di tolleranza e una maturazione umana che manca invece là dove l’individualismo, la ricchezza, il tornaconto personale sono i disvalori fondamentali.

Sembrerebbe addirittura che la distanza di valori dipenda non tanto dalle culture diverse, ma da soprattutto dai tempi storici diversi. Sotto questo aspetto i valori tradizionale rischiano di scomparire man mano che progresso e benessere aumentano.

Questi sono alcuni aspetti significativi del lungo romanzo della scrittrice di origine ucraina.

La protagonista è  Svetlana che da bambina si era innamorata dell’Italia, per caso un fortuito era riuscita ad arrivarci e in circostanze ancor più drammatiche era stata costretta a rimanervi.

Durante la sua  permanenza aveva potuto constatare come la visione idillica dell’Italia e degli italiani era irreale perché aveva incontrato pericoli e attentati alla sua persona, incomprensioni e sfruttamento.

L’esito positivo della vicenda di Svetlana non annulla la perplessità con cui vengono visti l’Italia e gli italiani, né mitiga la comprensione nei confronti dei suoi compatrioti, soggetti anch’essi a duro sfruttamento.

Dal canto suo la protagonista, in tutte le sue vicende, è impegnata soprattutto  a salvaguardare la sua dignità di essere umano.

La narrazione in prima persona fa subito pensare ad un’autobiografia, al racconto della esperienza di migrazione. L’amica del cuore della sua fanciullezza, che Svetlana ritrova in Italia dopo anni, la convince  a narrare le sue vicende non per  la loro eccezionalità ma perché  hanno messo a dura prova la protagonista che si era buttata “tra le onde del destino senza un disegno preciso, guidata da un sogno profondamente radicato nell’anima fin dall’infanzia e non dalla disperazione o dal freddo calcolo”

18-11-2006

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi Il carro di Pickipò, ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione.

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