Stanza degli ospiti

La campana

Monica Dini
Scritto da Monica Dini

Mi piace il suono delle campane…

Di notte guardo il buio,  le campane suonano, io esisto e passo il tempo.

Le campane sono indulgenti, cominciano a suonare e prima che abbiano finito sono già in ritardo. 

Io non porto mai l’orologio….

A che mi serve…

Domani avrò ottantanove anni e sei giorni. Ai bambini piccoli si dà l’età contando i giorni,  e i vecchi si dice ritornano bambini. Io sto aspettando.

La vecchiaia  mi ha sorpreso, una mattina mi sono alzato  vecchio e debole. Mi rimangono dei  desideri ma da vecchio sperare che si avverino è come credere in un Dio.

Vorrei rincoglionire come  il maestro che sta nella casa accanto, liscia il gatto e gli spiega la filastrocca dei  giorni della settimana. Il gatto sgranocchia i croccantini  poi se ne va stiracchiandosi,  roteando la lingua ruvida per tovagliolo. Il maestro resta lì a recitare.

Si…è meglio così.

Mi manca la forza che rende tutto facile…  andavo in grotta, ero un esploratore,  le mie imprese sono su i libri di montagna. Sfoglio le loro pagine e guardo le foto mie e dei compagni, eravamo davvero così?…e mi sforzo di ricordare qual è stato l’attimo prima della foto, perché stavamo ridendo, cosa avremmo fatto dopo, chi ha scattato la foto, ma  è il presente che comanda,  la pelle del braccio oscilla mentre giro le pagine, i  muscoli sono spariti nelle grinze, le mani sono come rami di olivo e tremano alla brezza, gli occhiali scivolano dal naso come le lacrime.

Quanto  conta quello che eravamo?

Mi invitavano ai convegni, alle riunioni.

Quelli che stanno meglio, di quel periodo là sono i morti, gli altri  sono ammalati della mia stessa malattia… soffrono di trasparenza.

Quando dormo sogno. Sogno i picchi delle montagne, sogno di volare, un volo da “volone” a balzelli, come se dovessi imparare. Sogno di essere in grotta. Sempre la stessa, sono attaccato ad una corda e sto risalendo un pozzo lunghissimo, le rocce sono variegate, sa un po’ di gelato questa parola, ma è così … risalgo tranquillo finché mi sento stanco, sempre più stanco e capisco che sono diventato vecchio anche nel sogno, così quando mi sveglio so che ho sognato un sogno vero.

A volte sogno che mi piscio addosso e anche quello è un sogno vero.

Mi manca tanto la grotta. L’odore di umido delle rocce, il sapore dell’acqua satura di calcare. Mi manca stare attaccato ad una corda, spegnere la luce e impregnarmi del buio nero irriproducibile. Mi mancano i compagni, le cose condivise. Mi manca di fare e qualcuno che ascolti ciò che ho fatto.

Non è vero che ci si rassegna.

Da bambino,  pensando al 2000, facevo il calcolo degli anni che avrei avuto, specialmente quando ero in bagno seduto sul water. Mi rammaricavo perché mi immaginavo troppo vecchio per capire l’importanza del cambiamento di secolo da grande ho imparato che le date importanti non sono quelle universali.

Forse per contraddire quel bambino sfiduciato che  ero, nel 2000 mi  sono fatto un bel regalo, ho chiamato Vera e siamo andati all’avventura.

Vera è la mia migliore amica.

Ognuno di noi ha fatto la sua strada, nel senso che  non siamo mai stati fidanzati, però da sempre è come se credi all’Angelo Custode, sai che è con te anche da lontano.

Era una grande speleologa, molto graziosa. Sembrava minuta ma era potente. Resisteva alle esplorazioni più dure e sorrideva con quel sorriso mai  libero, come se si vergognasse o considerasse qualcosa.

Era il cinque di giugno del 2000 quando ci siamo fatti il regalo. E’ stato un blitz  all’insaputa di tutti i rompipalle di parenti che ci stanno addosso. Hanno paura che si studi il modo di campare troppo.

Ci  siamo trovati qui a casa mia. Io ero già d’accordo con  Lupo, il mio amico tassista. Mi conosce bene perché mi accompagna a prendere la pensione. E’ grande Lupo, non ha neanche scosso la testa. Dopo che gli ho spiegato cosa volevo fare, ha detto solo:

– E’ giusto…

Lupo mi ascolta perché sa che dentro il cartoccio vecchio c’è un uomo.

Siamo saliti sul taxi e ci ha portato su per la via di cava.

Io, Vera e un sacco con il materiale.

Per tutto il viaggio sullo sterrato, abbiamo guardato dal finestrino di dietro le volute di polvere che ci inseguivano. Lisciavo la mano di Vera e lei sorrideva, non eravamo cambiati.

Andavamo in grotta.

Non è impossibile!… non abbiamo fatto niente di speciale. Nel sacco c’erano soltanto i caschi con le bombolette per l’acetilene, i maglioni di lana, due coppe da degustazione e una bottiglia di Montalcino.

Lupo è andato a trovare un amico giù al paese e ci ha lasciato un’ora libera.

Ha un ingresso grande quella grotta , è facile nella prima parte. Si cammina sui ciottoli di una frana come su una mulattiera che discende dolcemente. 

Vera mi ha preso sotto braccio, sentivo il cuore nelle tempie. Abbiamo annusato il vento.

Il vento porta con sé il rilievo della grotta, vola nei pozzi, sulle arrampicate, nei meandri, passa attraverso fiumi e laghetti confinati nelle concrezioni,  suona le lamine di roccia. Porta con sé  l’odore e il suono della grotta. Siamo stati davanti all’ingresso a braccia aperte. Abbiamo  filtrato  il vento. Abbiamo immaginato di fare la sua stessa strada volando e per un po’ ci siamo ripresi la nostra giovinezza. Passeggiando nel salone iniziale senza parlare, ascoltando,  era come se i nostri corpi vibrassero e le rocce vibrassero, insieme producevano una nenia consolatoria , perché tutto è chimicamente simile, tutto equamente si decompone.

Stavamo bene, era  così commovente Vera con il casco in testa. Ci siamo allontanati dall’ingresso per non vedere più la luce del giorno e sopra una pietra larga  ci siamo seduti, era l’ora del brindisi, ma prima di bere abbiamo spento le luci e siamo sprofondati nell’imparzialità della notte sotterranea. Immobili informi incolori insignificanti composti chimici finché la lealtà del piezoelettrico con la sua minuscola scintilla ha riacceso la fiamma e ci ha restituito ai nostri corpi e soprattutto al Montalcino che si stava raffreddando troppo.  Abbiamo allineato  le coppe di cristallo da degustazione su una tovaglietta di cotone bianco, le abbiamo riempite con ampi gesti cerimoniosi.

L’aroma del vino  ha incontrato il vento.

Se qualche vecchio speleo fosse stato all’ingresso in quel momento  annusando avrebbe distinto, tra le immagini e gli odori del vento, il nostro brindisi.

Ci sono cose che capita di fare per l’ultima volta ma se torniamo indietro con la memoria non riusciamo ad individuare qual è stata veramente l’ultima. Io stesso non avrei saputo dire l’ultima uscita in grotta quale fosse stata. Il regalo che ci siamo fatti io e Vera ha stabilito con certezza “un’ultima volta” della nostra vita. E’ stata come una preghiera per noi che non siamo credenti, una raccomandazione, un ultimo abbraccio cosciente alla terra.

Ed ora ascolto le campane e cerco di farmi venire in mente qualche desiderio realizzabile ma ogni giorno che passa tutto diventa più lontano, tremolante, trasparente come il miraggio di un film.

Vuoi vedere che finalmente sto rincoglionendo!

L'autore

Monica Dini

Monica Dini

Monica Dini vive e lavora a Camaiore paese della campagna toscana. Ha pubblicato le raccolte di racconti: Sulle Corde a cura della Società Speleologica Italiana (2006), Leggerezze – Besa Editrice (2009), Lezzo – Tralerighe Libri (2015), Angoli Acuti – Tralerighe Libri (2017). Uno dei suoi lavori è presente nella raccolta di racconti HOTell Storie da un tanto all’ora edita da WhiteFly Press. Ha collaborato fino alla fine con la rivista on-line Sagarana diretta dal Prof. Julio Monteiro Martins, è stata più volte ospite della rivista on-line El-Ghibli diretta dal Prof. Pap Khouma, ha collaborato la rivista Prospektiva di Andrea Giannasi. Alcuni suoi racconti sono apparsi su La Macchina Sognante la cui macchinista è la scrittrice Pina Piccolo. Un suo scritto è presente nel primo numero della rivista DieciCento fondata da Carlos Bolaños e Nicola Feo (2017).

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