La lettera – Delle vergini

Ti scrivo, fratello mio, sperandoti bene. Ormai non riceviamo tue notizie da diverso tempo. Qui ci auguriamo che tutto vada per il meglio, che tu abbia un buon lavoro e che la salute non ti manchi. Preghiamo sempre per te e nostra madre fa scorrere senza sosta il kurus tra le sue mani fino a sera, affinché la benedizione del Profeta ti avvolga e ti protegga. Invio la lettera all’indirizzo dell’amico Mohammad. Lui magari sa dove trovarti, dove ora lavori, così te la consegna. Stamattina ho aperto, come tutti i giorni, il negozio di abiti che nostro padre ci lasciò in eredità dopo averlo ricevuto da nostro nonno. Da quando sei partito per l’Europa tocca a me spalancare le vecchie porte in legno color cremisi, spazzare la polvere sulla strada davanti all’entrata ed appendere gli abiti sul filo di ferro vicino al muro. Ed ora sono io a sedere sull’uscio tra il frusciare dei tessuti e invitare le donne all’acquisto di chador, di mantelle e abiti nuovi. Lo faccio sempre con lo stesso entusiasmo di quando c’eri anche tu. Ti ricordi come ci divertivamo e quante ragazze si fermavano a guardare i nostri vestiti? Eravamo proprio bravi! E così un giorno, una delle più carine, te la sei sposata. Se riesci, fai avere almeno a tua moglie Fatma qualche tua notizia. Abbiamo pensato che non rispondi più al cellulare perché forse si è guastato oppure l’hai perduto. I tuoi due bambini comunque stanno bene e il più grande, qualche volta, lo porto con me al negozio così incomincia a respirare l’aria del commercio e dei tessuti. Mi sembra proprio interessato, perché fa domande sulle stoffe e sui colori. Diventerà il più bravo tra tutti noi, ne sono sicuro. A proposito, i manichini davanti all’ingresso fanno una bella figura. In verità uno è caduto a terra per il vento che un giorno, improvviso, è calato sulla Medina e la testa di plastica si è frantumata. Ho dovuto raccogliere i pezzi in fretta e furia prima che il vento li disperdesse tra i vicoli e i mocciosi, che sono sempre in giro a far niente, se ne appropriassero. Accidenti che vento quel giorno! I vicoli della Medina sembravano i sentieri preferiti dal Ghibli! Però sono riuscito a risistemare tutto e Fatma mi ha aiutato a ridare il trucco al viso del manichino, anche se una specie di cicatrice, a guardarlo bene, si vede ancora. Oggi i lunghi abiti svolazzano con allegria e a tratti mi sbattono sul viso mentre seduto osservo i passanti. C’è poca gente nei vicoli della Medina e questo mi regala attimi di tranquillità. Sistemo i conti, controllo il magazzino, l’elenco degli ordini e le riparazioni da fare ai vestiti dei clienti. Però devo confessarti che non si vende più come negli anni passati. Si compra meno, sono pochi i soldi che circolano tra le mani della gente e sono aumentati i mendicanti che chiedono la carità. Mi fanno tanta pena. E penso sempre più spesso che è una cosa che può capitare a tutti. Perfino i vicini, quelli che avevano il bazar, hanno chiuso e con i risparmi hanno pagato il viaggio per l’Europa al figlio più grande, il quale, dicono, si è sistemato in Francia e lavora in una fabbrica vicino al mare. Mi mancano le chiacchierate con il vecchio Abdullah. Era una persona così saggia e grande amico di nostro padre. E’ ritornato al suo villaggio, la vita lì costa meno che in città, e finora nessuno ha preso il suo negozio. Brutto segno, fratello mio. Mi chiedo se vale la pena continuare a vendere abiti di questi tempi. Tutti pensano ad andare via, a risparmiare per emigrare, anche se poi spendono tanti denari per prendere roba occidentale, la più costosa. Perché così veste la gente in televisione. Quando ci penso, l’entusiasmo di continuare ad aprire il negozio dalle porte color cremisi, diminuisce. Da qualche giorno mi diverto ad immaginare che anch’io potrei diventare un emigrante. Vorrei andare in Italia, a Roma. Ti ricordi il racconto di nostro nonno quando, vestito a nuovo da soldato, lo spedirono in Italia per sfilare davanti al re e al Duce? Restò abbagliato dalla bellezza di Roma e dalla larghezza delle sue strade. “Ci passavano cento cammelli l’uno accanto all’altro e c’era ancora spazio!” diceva. E poi l’Italia è la patria del pallone. Anche il nostro Presidente è un tifoso di calcio ed io sono sempre stato un bravo giocatore, lo sai. Magari divento famoso come Zidane! Così compro a tutti i miei fratelli un’auto nuova! In tv una volta ho poi visto che a Roma c’è anche una moschea, dicono la più grande d’Europa. Vorrei visitare anche quella s’intende, e non solo lo stadio Olimpico. Tu cosa ne pensi? Magari quando torni a casa per il Maoled ne parliamo. Ti confido però che sto già mettendo da parte qualche soldo per il viaggio. Mi piacerebbe davvero partire, anche per dare alle nostre sorelle una buona dote per il loro matrimonio, quando sarà. Ora però devo lasciarti. Rispondici presto e riguardati. Se puoi, mandaci qualcosa perché qui la vita si è fatta più dura. Nel frattempo, seduto davanti al nostro negozio, sogno che arrivi presto quel giorno, quando prenderò una nave per l’Italia…

Firenze, 10 – 15 gennaio 2003